26 Gennaio 2026
Si dice che Mansa Musa fosse così ricco da aver causato una lunga inflazione in Egitto, quando elargì una consistente quantità d’oro affinché i locali edificassero delle nuove moschee per pregarvi.
La preziosissima corona d’oro che adornava la sua testa bruciava sotto il sole africano del suo grande impero: lui sarebbe stato l’uomo più ricco della storia, a tal punto che nessuno, nemmeno nel futuro, avrebbe potuto eguagliarlo.
E Mansa Musa, imperatore del Mali, nel cuore dell’Africa Occidentale, fece della tratta degli schiavi gran parte della sua fortuna.
Sì, perché al contrario di cui fu spesso raccontanto, l’Africa è sempre stata profondamente razzista.
Partiamo da un presupposto necessario: Quando ci riferiamo all’Africa, non possiamo pensare di avere a che fare con un monolite, questo è anzitutto un errore culturale che commettiamo spesso in quanto osservatori occidentali.
Il continente non ha mai avuto un’esperienza uniforme, nel corso della propria storia s’è sviluppato con linee sanguigne che hanno attraversato fratture etniche, religiose, linguistiche e storiche che non possono essere ridotte a una narrazione unica, né tantomeno morale.
Queste fratture partono dall’Africa del Nord, profondamente segnata dall’eredità araba e islamica e da secoli di rapporti con il Mediterraneo, all’Africa subsahariana, dove le strutture tribali, claniche ed etniche hanno storicamente avuto un ruolo centrale nell’organizzazione del potere; dall’Africa occidentale, culla di grandi imperi precoloniali e di reti commerciali complesse, all’Africa orientale, dove identità etniche e religiose si intrecciano fino a diventare indistinguibili; fino all’Africa australe, segnata da una modernità contraddittoria, industrializzata ma attraversata da profonde tensioni sociali e xenofobe.
Le dinamiche di esclusione e gerarchizzazione, in molte società africane, non si articolano lungo linee cromatiche, seguono al contrario profondi impulsi genealogici e tribali, che giungono a plasmare anche la dimensione religioso-sacrale.
Questo racconto ha forse l’ambizioso obiettivo di restituire all’Africa la sua piena agency storica.
L'idea che solo l’Occidente abbia prodotto sistemi di gerarchizzazione umana è un mito. Molto prima della codificazione razziale europea, esistevano in Africa, come in Asia e Medio Oriente, sistemi di classificazione dell’altro basati sulla discendenza, lignaggio, origine, religione o condizione servile.
Erano categorie diverse, ma svolgevano una funzione simile: stabilire chi potesse dominare e chi potesse essere dominato.
Il caso del Ruanda è emblematico perché distrugge una delle convinzioni più radicate nel dibattito occidentale: l’idea che il razzismo nasca necessariamente da una differenza fisica evidente. In Ruanda, Hutu e Tutsi non erano separati dal colore della pelle, né da una lingua diversa, né da una religione differente. Condividevano lo stesso territorio, parlavano la stessa lingua (il kinyarwanda), praticavano in larga parte la stessa religione.
Tuttavia, successivamente al colonialismo belga che aveva burocratizzato le due caratteristiche, crebbero ostilità profonde tra i due gruppi che reclamavano la subordinazione dell’altro.
Tra l’aprile e il luglio del 1994 il mondo conobbe uno dei massacri più efferati della storia. In poco più di cento giorni furono massacrate circa 800.000 persone. Uomini, donne, anziani, bambini. La maggior parte erano Tutsi, ma tra le vittime vi furono anche Hutu moderati, colpevoli di non aderire alla logica dello sterminio. Si trattò di uccisioni sistematiche, spesso compiute con armi rudimentali, nei villaggi, nelle chiese, nelle scuole, lungo le strade.
Nel novembre 1994, il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite istituì il Tribunale penale internazionale per il Ruanda, con sede in Tanzania. L’obiettivo era perseguire i responsabili principali del genocidio: pianificatori, dirigenti politici, militari, propagandisti.
Nel corso della sua attività, conclusasi formalmente nel 2015, il Tribunale ha incriminato circa novanta persone e pronunciato oltre sessanta condanne per genocidio, crimini contro l’umanità e crimini di guerra. Non se ne parlò più.
In Nigeria, la parola discriminazione assume una delle sue forme più persistenti e meno raccontate: la persecuzione su base religiosa.
Nel Nord del Paese, a maggioranza musulmana, le comunità cristiane sono da anni bersaglio di violenze metodiche: Chiese incendiate, villaggi rasi al suolo, rapimenti di civili, massacri durante le funzioni religiose.
Uno degli ultimi episodi raccontati è avvenuto proprio il giorno di Natale ad Anwase in cui sono morte cinquanta persone, tra bambini e adulti. Padre Isaiah Ter, direttore esecutivo della Caritas della diocesi di Gboko, racconta: «Hanno bruciato le otto chiese cattoliche della parrocchia di Santa Maria, compresa la casa parrocchiale, le cliniche, le scuole e altre case».
Un appunto qui è rigoroso: In Nigeria si tratta di una dominazione a cui i cristiani sono infelicemente abituati, e sanno bene cosa significhi vivere per davvero in un luogo ostile alla propria identità.
Anche il Sudan ha conosciuto la medesima sfumatura violenta, a partire dal 2003, nella regione del Darfur, si è consumata un’altra delle più gravi tragedie umanitarie del XXI secolo. Secondo le stime delle Nazioni Unite, il conflitto ha provocato circa 300.000 morti e oltre due milioni di sfollati, a seguito di una campagna di violenze condotte contro specifici gruppi etnici non arabi. Il governo sudanese, allora guidato da Omar al-Bashir, sostenne e armò milizie arabe note come Janjaweed, responsabili di attacchi mirati contro villaggi civili: incendi, uccisioni di massa, stupri sistematici e distruzione delle fonti di sussistenza. Le vittime venivano selezionate per identità etnica e genealogica.
E mentre il mondo si adattava alla scoperta di una nuova malattia che l’avrebbe immobilizzato per un biennio, l’Etipioia conosceva un personale campo minato che avrebbe macchiato di sangue i suoi campi.
Trovo intellettualmente onesto aggiungere il caso etiope all’analisi per più ragioni: La prima è legata alla tesi che il colonialismo abbia avuto un ruolo centrale nei massacri e questa ammissione significherebbe depurare dagli Stati africani la loro responsabilità identitaria, l’Etiopia al contrario non ha conosciuto una colonizzazione strutturale e duratura come gran parte del continente, ad eccezione della breve occupazione italiana.
Quest’aspetto rende il suo presente particolarmente significativo: le violenze e le discriminazioni interne non possono essere liquidate come semplice eredità del colonialismo europeo. Un’altra ragione essenziale è che la guerra devastante subita dal Paese ha ricevuto un’attenzione mediatica internazionale molto inferiore alla portata della catastrofe, nonostante l’esposizione delle vite umane fosse ben superiore a quelle oggi cavalcate dai media. Nella regione del Tigray esplose un conflitto etnico che provocò decine di migliaia di morti e milioni di sfollati. Le vittime civili sono state colpite per identità etnica. Tigrini, Amhara e Oromo, i principali gruppi del Paese, si sono trovati coinvolti in una spirale di violenze nel nome di una spietata pulizia etnica.
Più analisti ritengono che il Tigray sia stato uno dei conflitti più letali del XXI secolo, le cui stime più citate parlano di tra 300.000 e 600.000 morti, e alcune fonti arrivano a cifre addirittura più elevate.
Il sole africano è rosso. Rosso come il sangue. Scalda la terra bruna e violentemente accarezza i suoi figli. È un sole bellissimo e spietato, la cui meraviglia è però brandita da una pietas profonda della sua gente. Nel fare queste ricerche e assistere a certe immagini ho sentito una profonda vicinanza per questo popolo così diverso e variegato, la cui storia è sempre stata raccontata con poca trasparenza e uniformata, limitando la sua portata eccezionale.
Raccontare oggi queste dinamiche ha l'obiettivo di sottrarre l'Africa dalla narrazione infantilizzante che la riduce a vittima passiva della storia. Le società africane, come tutte le società umane, hanno prodotto complessità fatte di dolore e discriminazione. Per questo è necessario smettere di guardare l’Africa come un simbolo e iniziare a vederla come ciò che è sempre stata. Potere, conflitto, umanità.
Quel profondo sole rosso può accecare per la sua potenza, ma solo guardandolo consente di vedere le cose per la loro interezza.
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