Sabato, 29 Novembre 2025

Seguici su

"La libertà innanzi tutto e sopra tutto"
Benedetto Croce «Il Giornale d'Italia» (10 agosto 1943)

Una civiltà indiana dimenticata che può indicare la via in un mondo diviso

Impero Romano vs Impero degli Shalivana. Due modelli opposti di civiltà: uno crollato, l’altro ancora vivo nella Devi, la Madre Divina

In Occidente tutti conoscono la grandezza dell’Antica Roma, ma quasi nessuno conosce l'Impero degli Shalivana: un impero pluralista, non ritualistico e sorprendentemente moderno, la cui eredità spirituale viva nella Devi e rilanciata da Shri Mataji, la Madre Divina, offre oggi un modello alternativo in un mondo diviso e conflittuale.

19 Novembre 2025

Impero Romano vs Impero degli Shalivana. Due modelli opposti di civiltà: uno crollato, l’altro ancora vivo nella Devi, la Madre Divina

In Occidente tutti conoscono la Civiltà Romana . Le legioni, il Senato, il Diritto Romano, l’alfabeto e perfino la forma delle nostre città derivano direttamente dall’universo concepito nell’antica capitale del mondo. Ma quasi nessuno ha mai sentito parlare di un altro impero, coevo e non meno importante, fiorito nel cuore dell’India: l’Impero degli Shalivana, o Dinastia Sātavāhana, che governò per secoli vaste regioni dell’India centrale e meridionale, gli attuali stati del Maharashtra, del Telangana , dell’ Andhra Pradesh, del Karnataka e parte del Madhya Pradesh , in quella macroregione che le antiche fonti chiamano “il Deccan”.

Un impero che non era l’unico dell’Asia, perché altrove dominavano gli Han, i Parti, i Sasanidi e regni straordinari del Sud-Est asiatico; eppure gli Shalivana rappresentarono una delle esperienze politiche e spirituali più originali del mondo antico.

Quando si parla di civiltà, il confronto con l ‘Antica Roma sembra inevitabile. Roma costruì un modello fondato sulla forza: ordine imposto, leggi severe, armi come strumento politico, gerarchie rigide, conquiste che si estendevano come cerchi concentrici di un potere che doveva espandersi per sopravvivere. Roma unificava annettendo e considerava la religione un ingranaggio dello Stato. La sua grandezza fu immensa, e altrettanto immensa la sua caduta. Ciò che vediamo oggi del suo mondo sono rovine grandiose, lapidi, archi, templi che raccontano la potenza e insieme la fragilità di un modello che brillò con forza abbagliante, ma che finì per collassare sotto il peso delle stesse logiche che lo avevano reso grande.

E tuttavia, Roma non lasciò solamente rovine. Lasciò strade, ponti, acquedotti talvolta ancora funzionanti, lasciò anfiteatri, terme, fognature e soprattutto il Diritto Romano, la più vasta architettura giuridica della storia occidentale, ancora oggi fondamento dei sistemi legali moderni. E tuttavia, pur sopravvivendo nei codici e nelle istituzioni, la struttura spirituale e politica di Roma si è spenta: l’idea imperiale non è più riproponibile, e la logica della conquista resta un fantasma del passato che i moderni cercano spesso di imitare senza comprenderne le conseguenze. Le nazioni contemporanee che si muovono secondo quella visione: gli Stati Uniti nella loro postura globale, la Cina strategica, la Russia militarizzata, le potenze mediorientali, certe ideologie sudamericane , non fanno altro che riproporre e seguire il ritmo ciclico di Roma: espansione, competizione, instabilità.

È in questo spazio che gli Shalivana emergono come un’alternativa silenziosa ma poderosa. La loro civiltà non si fondava sulla forza, ma sull’armonia. Non sulla centralizzazione, ma sull’equilibrio. Non sulla conquista, ma sull’integrazione. La dinastia degli Shalivana non innalzarono templi di marmo ma scolpirono montagne, favorendo l’espansione delle grotte monumentali di Ajanta, Karla, Nasik e Kanheri: cattedrali rupestri intagliate nella roccia, pitture delicate che raccontano storie di compassione, sculture che parlano di una spiritualità che non voleva dominare, ma elevare. Le loro città erano centri cosmopoliti: Paithan, Amaravati, Junnar, i porti di Sopara e Bharuch, dove mercanti romani, arabi, indiani e mediterranei si incontravano in un sistema di scambi che anticipava la globalizzazione di duemila anni.

A differenza di Roma, che costruiva strade per controllare, gli Shalivana costruivano rotte per connettere. A differenza di Roma, che distribuiva cittadini e sudditi, essi lasciavano autonomie e identità locali. A differenza di Roma, che imponeva un pantheon funzionale allo Stato, gli Shalivana permettevano la convivenza di buddhismo, induismo, culti popolari e influenze straniiere, in un equilibrio che sorprende per modernità e lucidità amministrativa. Il loro potere non era verticale, ma orizzontale; non coercitivo, ma integrativo; non rigido, ma flessibile.

Ed è qui che emerge la differenza più profonda: ciò che gli Shalivana hanno lasciato vive ancora oggi. La loro eredità spirituale non è un ricordo, ma una presenza. La Devi, la Madre Divina, continua a essere adorata in tutta l’India, non come mito del passato ma come forza viva, percepita, invocata, amata. Gli dei di Roma sopravvivono nelle statue dei musei; la Devi sopravvive nella vita quotidiana di milioni di persone. Questa continuità rende l’eredità Shalivana non archeologica, ma organica. La loro civiltà non è morta: si è trasformata. Non fu mai distrutta, né crollò come Roma. Cambiò forma, passò attraverso nuove dinastie, adattò il proprio respiro alla storia, senza perdere la sua anima.

È in questo contesto che si colloca la figura di Shri Mataji Nirmala Devi, fondatrice di Sahaja Yoga e discendente degli Shalivana. La sua opera, sviluppata nel XX secolo, riprende le linee profonde della tradizione del Deccan antico: una spiritualità non ritualistica, diretta, universale, centrata sulla esperienza interiore e non sulla dottrina. Shri Mataji riportò al centro la presenza della Devi come energia materna, offrendone una comprensione globale, accessibile a ogni cultura. Proprio come gli Shalivana, propose un modello di armonia e trasformazione, e non di scontro e identità contrapposte. Per questo il suo insegnamento continua a diffondersi nel mondo come un ponte tra antichità e modernità.

Il mondo di oggi è attraversato da tensioni analoghe a quelle che precedettero il crollo di molte potenze antiche. Stati Uniti e Cina si affrontano come due modelli di mondo; la Russia cerca la propria grandezza attraverso il confronto; il Medio Oriente vive un equilibrio incerto; l’Europa appare smarrita; l’America Latina oscilla tra entusiasmi e crisi. Tutti ripetono, in forme diverse, la logica romana: quella del potere, della forza, della competizione. Eppure, mai come ora si sente la necessità di un modello diverso, capace di offrire equilibrio, interiorità, saggezza. Un modello che non venga dall’Occidente né da potenze emergenti, ma da una civiltà antica e dimenticata che seppe unire senza dominare: gli Shalivana.

Ancor più ove si consideri che anche l’India contemporanea si trova ora davanti a una scelta storica. Da un lato vi è la spinta identitaria dell’Hindutva, ossia la visione nazionalista che definisce l’India attraverso un’identità hindu di nascita o adesione, più esteriore che spirituale; dall’altro c’è la memoria profonda di un paese che, per millenni, ha saputo integrare differenze senza annullarle. Gli Shalivana incarnano questo spirito inclusivo: non imposero mai un culto, non centralizzarono mai il potere, non ridussero mai il pluralismo a uniformità. Quindi, in un mondo dove identità rigide e nazionalismi crescenti rischiano di generare nuove fratture, l’India dovrebbe ricordare a se stessa ed al mondo intero di essere stata, prima ancora che uno Stato, la civiltà spirituale per eccellenza. E una civiltà, per essere grande, non si chiude, accoglie.

Per concludere, possiamo affermare che il confronto tra la grande civiltà dell’antica Roma e quella, quasi sconosciuta in Occidente, degli Shalivana rivela una verità semplice e profonda: le civiltà fondate sulla forza prima o poi crollano, mentre quelle radicate nell’interiorità non hanno bisogno di cadere, perché sanno trasformarsi insieme al mondo. Roma rimane un ricordo grandioso da contemplare; gli Shalivada, invece, sono una continuità vivente, una presenza che attraversa i secoli.

Il nostro tempo deve comprenderlo con chiarezza, in mezzo a crisi globali, tensioni ideologiche e nuove rivalità tra potenze: non sarà la replica del modello romano, con la sua logica di potere e di espansione, a offrire un futuro sostenibile all’umanità, ma la capacità di incarnare quella saggezza silenziosa e profonda che gli Shalivada raggiunsero attraverso la conoscenza della Devi.

Perché la forza passa, ma la presenza della Devi, la Madre Divina, principio vivo e universale, rimane.

Il Giornale d'Italia è anche su Whatsapp. Clicca qui per iscriversi al canale e rimanere sempre aggiornati.

Commenti Scrivi e lascia un commento

Condividi le tue opinioni su Il Giornale d'Italia

Caratteri rimanenti: 400

x