03 Marzo 2026
Le calciatrici dell’Iran rifiutano di cantare l’inno pro-rivoluzione islamica prima della sfida contro la Corea del Sud alla Coppa d’Asia femminile 2026. Le 11 titolari sono rimaste in silenzio mentre risuonavano le note che celebrano la Repubblica Islamica. È la prima protesta pubblica dopo la “morte” di Khamenei e l’attacco Usa-Israele.
Nonostante il clima di tensione e le restrizioni proclamate dalle autorità, la nazionale femminile iraniana ha deciso di scendere in campo trasformando la partita inaugurale in un manifesto politico. Al debutto contro la Corea del Sud, le calciatrici hanno lanciato una sfida aperta al governo di Teheran.
Quando dagli altoparlanti è partito l’inno che inneggia alla rivoluzione della Repubblica Islamica, le 11 titolari sono rimaste in silenzio. Nessuna ha intonato una sola parola. Immobili, compatte, con lo sguardo fisso e le labbra serrate. Un gesto tanto semplice quanto dirompente, soprattutto alla luce delle pressioni che, secondo fonti giornalistiche, sarebbero arrivate alla vigilia del match.
Secondo la giornalista Tracey Holmes, alle atlete era stato impartito l’ordine tassativo di cantare per evitare di imbarazzare le autorità in un momento di estrema fragilità interna. Un diktat ignorato da tutto il gruppo squadra, che ha scelto la via del silenzio come forma di dissenso.
A rendere ancora più eloquente la scena è stata la reazione della commissaria tecnica, Marziyeh Jafari. Le telecamere l’hanno pizzicata davanti alla panchina mentre osservava le sue ragazze lasciandosi scappare un sorriso carico di approvazione. Un dettaglio che ha immediatamente fatto il giro dei social, alimentando il dibattito dentro e fuori dall’Iran.
Sugli spalti, intanto, durante il silenzio delle calciatrici sono comparse diverse bandiere pre-rivoluzionarie con il leone e il sole dorati, simboli dell’Iran precedente alla rivoluzione del 1979.
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