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Welfare aziendale dello sport, rischio caos fiscale

Il tributarista Mattonai: creando confusione inutile

05 Marzo 2026

Roma, 4 mar. - Il welfare aziendale sta spingendo sempre più dipendenti verso palestre e centri sportivi, spesso tramite piattaforme e voucher digitali. Ma, nella pratica quotidiana di ASD e SSD, si sta diffondendo un equivoco che rischia di trasformare un meccanismo nato per semplificare in un labirinto amministrativo: chi è il cliente "vero" quando il pagamento passa dalla piattaforma. "Welfare significa convertire una parte di reddito in servizi di benessere e prevenzione. Il dipendente non riceve un regalo: usa potere d'acquisto in una forma fiscalmente incentivata", spiega il dott. Luca Mattonai, tributarista tra i massimi esperti in Italia di ASD e SSD. "Quello che vediamo spesso è un errore di prospettiva: si scambia il canale di pagamento per la sostanza del rapporto." Per Luca Mattonai, se l'utente si tessera e acquista un servizio istituzionale - corsi, abbonamenti, attività sportiva - l'operazione resta la stessa che avverrebbe in sede, con pagamento diretto. "La piattaforma welfare è un intermediario tecnico, non il cliente. Trattarla come controparte significa forzare un'attività istituzionale dentro una cornice commerciale, con costi e adempimenti che non aggiungono valore." Il punto, conclude Mattonai, è mantenere coerenza tra realtà economica e trattamento fiscale: "Il welfare è il mezzo, non la sostanza. Se l'attività è erogata al tesserato come attività istituzionale, la natura non cambia perché il pagamento transita da un portale. Complicarlo proprio adesso è un errore evitabile."

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