12 Gennaio 2026
Chi era Soraya, la principessa triste che fu ripudiata dallo Scià di Persia perché non in grado di generare un erede al trono – IL VIDEO
Quando nacque, il 22 giugno 1932, i suoi genitori, Eva Karl, una bellissima tedesca di origine russa, e Kalil Bakhtiari, appartenente a una delle più potenti tribù di Persia e ambasciatore dello stesso Paese nella Repubblica Federale Tedesca, di fronte agli occhi verdi della piccola luminosi come stelle, decisero di chiamarla Soraya, che in persiano significa Orsa Maggiore. Soraya studiò in esclusivi collegi Svizzeri, frequentava Parigi e sognava di diventare una diva di Hollywood anche se era consapevole che suo padre avrebbe mai acconsentito. Ad un ricevimento all’ambasciata iraniana a Londra conosce la principessa Shams, la sorella maggiore dello Scià, e ne diventa amica. E’ proprio lei a combinare l’incontro fra suo fratello e quella ragazza dagli occhi di smeraldo. Reza aveva allora trentuno anni e si era separato da Fawzia, sorella di Faruk Re d’Egitto, con la quale aveva generato una femmina, Shanaz, che però non sarebbe mai potuta assurgere Trono del Pavone. Reza aveva visto Soraya in fotografia e ne era rimasto incantato - Sarà lei la mia prossima sposa - aveva sentenziato, pur sapendo che la ragazza apparteneva alla potente tribù degli Esfandiary Bakhtiari che per diciassette generazioni erano stati padroni della Persia prima e dei pozzi di petrolio dell’Iran poi, e i cui ultimi discendenti erano stati perseguitati e imprigionati proprio da suo padre, il temibile Reza (anche lui) Pahlavi. A Soraya è la sorella dello Scià a comunicare che suo fratello l’aveva scelta come sposa. Era lusingata, euforica e spaventata: diventare moglie del “re dei re”, uno degli uomini più ricchi e potenti della terra, era un privilegio, un dono del destino, ma lei aveva solo diciotto anni. Il suo destino era abbandonare i suoi sogni di diventare attrice, la sua amata Europa, che poi l’accoglierà nel suo lungo esilio dopo essere stata ripudiata dal marito. Al suo fianco c’era la sua futura cognata, Shams che non l’abbandonò mai, e le insegnò come inchinarsi, come comportarsi, come vestirsi a seconda delle occasioni, persino il modo migliore per conquistare la simpatia dell’Imperatrice madre, l’algida Taj ol Molouk. Con questo matrimonio le due potenti famiglie dei Pahlavi e dei Bakhtiari avrebbero siglato finalmente un patto di pace oltre che di parentela e per questo lo Scià decise che la cerimonia sarebbe stata sontuosa e abbagliante. Correva l’anno 1951. Quasi duemila invitati da tutto il mondo si diedero convegno al Palazzo Golestan di Teheran: marmi lucenti, specchi grandiosi, una tonnellata di orchidee e lillà dal profumo inebriante arrivate direttamente dall’Olanda, una profusione magnificente di servizi di piatti e posate d’oro massiccio, enormi candelabri d’argento a soffondere luminescenze perlacee, aromi orientali diffusi da centinaia di incensieri, uno splendore abbagliante su cui però gravavano funesti presagi. Reza, innamorato e premuroso, l’aveva visitata ogni giorno e ogni giorno le aveva appoggiato sul cuscino un dono: dolcetti, fiori, gioielli. Loro si amavano tantissimo e fremevano d’ansia e di desiderio. E finalmente il giorno delle nozze arrivò.
Lui, altero e fascinoso nella sua alta uniforme pavesata di medaglie e decorazioni, lei un incanto con quell’abito sfarzoso oltre ogni immaginazione creato da Dior, una preziosissima tiara di diamanti in testa, al collo e alle orecchie smeraldi enormi in onore dei suoi occhi verdi, all’anulare un brillante da 22 carati. L’assedio dei fotografi, la ressa, il profumo stordente dei fiori, i postumi della malattia, il peso insopportabile dell’abito da sposa: Soraya svenne tre volte, sotto lo sguardo preoccupato dello Scià, che ordinò ad una damigella di tagliare di netto lo strascico: metri e metri di frusciante splendore vennero accartocciati e nascosti in una stanza. Un matrimonio d’amore, il loro: entrambi desideravano al più presto un figlio maschio, per dare continuità alla stirpe dei Pahlevi, ma trascorrono due anni, e nonostante notti appassionate e la perfetta salute degli sposi, l’erede non arriva. Soraya immalinconisce, si chiude in sé, rifiuta il cibo, dimagrisce, i suoi occhi di smeraldo perdono la luce. Lo Scià, che l’amava perdutamente, per distrarla e per rafforzare l’immagine della monarchia, progetta una grandiosa cerimonia di incoronazione che rievochi i fasti dell’antica Persia, la Persia di Ciro il Grande e di Serse in cui far sfoggiare a Soraya gioielli di incomparabile splendore e di antica tradizione tra cui il Darya-i-Noor il celeberrimo diamante rosa di 182 carati proveniente dalle miniere indiane di Golconda. Al di là del lusso magnificente della corte e del potere dello Scia, in Iran serpeggiava il malcontento fra vari strati della popolazione e nella cerchia dei suoi ministri. Nell’agosto 1953 il primo ministro Mohammad Mossadeq operò un colpo di Stato, esautorando lo Scià e nazionalizzando il petrolio persiano: a Teheran scoppiano disordini e la coppia imperiale fugge nottetempo e approda a Roma senza abiti, ma lo stilista Schubert, una delle icone della Moda degli anni Cinquanta, le crea in tre giorni un guardaroba di trenta abiti da favola. Sarà il suo sarto preferito anche in seguito e spesso apparirà sulle copertine delle riviste con i suoi fiabeschi abiti da sera, un tripudio di tulle, tessuti lussuosi e glamour holliwoodiano. Il ministro Mossadeq viene arrestato dopo pochi giorni e la coppia imperiale a fine agosto potè tornare in Iran.
Politicamente il peggio era passato, ma per lei il peggio doveva ancora arrivare. Soraya non riesce a rimanere incinta e si dispera insieme al suo innamoratissimo Reza. Vengono consultati i luminari di tutto il mondo, e ogni giorno i sudditi depongono al cancello del palazzo imperiale amuleti, unguenti magici, versetti del Corano. Tutto inutile. I consiglieri, i mullah musulmani e la spietata Imperatrice madre, iniziano a fare pressioni: deve ripudiare la moglie. Reza è disperato, Soraya umiliata e senza speranza. Sono trascorsi sette anni infecondi e lui deve decidere il da farsi: lui non può sottrarsi ai suoi doveri di monarca. Lo Scià, onde evitare il ripudio, designa quale successore suo fratello minore Alì, ma questi disgraziatamente perde la vita in un incidente aereo. Affranto e senza guardarla negli occhi, propone a Soraya l’ultima chance: il “sighé”, un matrimonio provvisorio con una donna con cui concepire l’erede maschio per poi ripudiarla immediatamente dopo. Lei non può accettare questa umiliazione: la sua dignità di donna, l’amore che prova nei confronti di suo marito, la gelosia che la artiglia implacabile, le impongono di non accettare. Il 14 marzo 1958, con la voce incrinata dal pianto e gli occhi arrossati per le notti insonni, Reza Pahlavi, il Re dei Re, annuncia alla radio il ripudio della sua amata consorte. La fiaba da mille e una notte stavolta non ha un lieto fine. Lui sposerà l’affascinante Farah Diba che gli darà il tanto atteso erede al trono, Ciro, e altri tre figli, ma il destino si accanisce contro di lui: la famiglia imperiale sarà travolta dalla Rivoluzione di Komehini del 1979 e dovrà lasciare l’Iran per sempre e due dei loro figli moriranno anni dopo entrambi suicidi. Soraya, in quell’aprile del 1958, partì con la morte nel cuore e i suoi splendidi occhi illuciditi dalle lacrime. Lo Scià le fece dono di abiti da sogno e gioielli, e in più le assegnò un vitalizio da favola e il titolo di principessa imperiale. Avrà ricchezza, celebrità, copertine, feste nelle più lussuose località del pianeta, ma i suoi occhi, stelle un tempo luminose, resteranno per sempre tristi. Soraya diventerà la regina del jet-set, vivrà flirts e passioni fugaci e approderà finalmente al cinema, coronando il suo sogno di diventare attrice. È il 1965: recita nel film a episodi “I tre volti” accanto a Alberto Sordi, ma la critica la stronca. Lei ne è amareggiata, ma sul set ha conosciuto il regista Franco Indovina, che le restituisce entusiasmo per la vita e i brividi di un’altra passione d’amore. La storia si presenta da subito complicata: lui è sposato, ha due bambini piccoli e l’opinione pubblica si scaglia contro di lei, i fotografi assediano la coppia che vive questo amore con trasporto e dilanianti sensi di colpa. Poi la tragedia: il 5 maggio 1972 l’aereo sul quale viaggia il regista insieme ad altre 114 persone, precipita a Punta Raisi e si schianta vicino Palermo. Una fiaba tragica, la sua vita. Il 25 ottobre 2001 i suoi splendidi occhi verdi si chiusero per sempre. di Andrea Cianferoni
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