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Tennis: dai campioni di una volta a quelli di oggi

Guardiamo alla storia del Tennis con particolare riferimento ai singoli interpreti partendo da quando a New York nel 1933 il modo di dire ‘Grande Slam’, ripreso evidentemente dal Bridge, fu applicato allo ‘Sport dai gesti bianchi’

Di Mauro della Porta Raffo

04 Dicembre 2021

Tennis: dai campioni di una volta a quello di oggi

Fonte: lapresse.it

Detto che i tennisti Italiani al maschile (trascorso un ottimo momento nel quale erano state le Signore Francesca Schiavone a Parigi e Flavia Pennetta a New York a farlo) si stanno illustrando di questi tempi come per qualche verso forse non mai (da citare almeno Matteo Berrettini - finalista a Wimbledon e vittorioso nel Queen’s - e Jannik Sinner, entrambi nei primi dieci della classifica mondiale, nonché l’affermazione nel 2019 a Montecarlo dell’altalenante Fabio Fognini)…
Nel mentre nel weekend in corso a Madrid si svolge la fase finale della classica e da poco nella articolazione mutata Coppa Davis - alla quale comunque accenneremo - competizione a squadre nazionali…

Guardiamo alla Storia del Tennis con particolare riferimento ai singoli interpreti partendo da quando a New York nel 1933 il modo di dire ‘Grande Slam’, ripreso evidentemente dal Bridge, fu applicato allo ‘Sport dai gesti bianchi’, tale per lunghi e in molti luoghi oggi non da oggi cancellati nobili tempi. Trascorrono da qui fino a un dolente “et de hoc satis” i testi che, allargandosi in tema l’esposizione all’universo Mondo, seguono, vergati in Varese Sabato 4 dicembre del 2021, anno secondo della pandemia. Giorno questo dedicato dalla Chiesa Cattolica a Sant’Annone di Colonia, Vescovo.

Nell’esposizione e nei Nota bene, molto ma non l’impossibile tutto riguardo al magnifico (ancora, malgrado le vecchie racchette con le quali Nicola Pietrangeli dichiarava la propria ascendenza divina siano state sostituite oramai da decennni dall’apparizione di strumenti chiamati ‘racchettoni’, usati comunque da mani imperiali come quelle di Roger Federer, Rafael Nadal e Novak Djokovic, tre Europei tra l’altro alla pari (venti ciascuno) quanto a ‘Slam’ singoli in carniere, a segnalare la crisi USA - mascherata tra le donne dalle due Williams, Serena in ovvio particolare primo piano - e il più nobile tra gli sport, dolorosamente per il sottoscritto essendo declinata in larga misura nel mondo la ‘Nobile arte’ pugilistica, tale per indiscutibile un tempo consacrata, tradizionale definizione.

E dunque.
Correva il 1933 e un veramente ottimo tennista australiano, Jack Crawford il nome, già vincitore di un notevole numero di tornei tra i più importanti - ovviamente, quelli del suo Paese con maggiore facilità considerata la grande difficoltà per l’epoca di spostarsi se non per Oceani navigando per settimane - dopo avere concluso vittoriosamente appunto il Campionato internazionale ‘Aussie’, aveva raggiunto avventurosamente la Francia vincendo il parigino Roland Garros e poi Londra affermandosi anche a Wimbledon.
(Davvero importante il nome dello sconfitto nelle due circostanze, Henry Cochet, uno dei nuovi ‘Moschettieri’ gallici, per parte sua, a conferma delle vicissitudini da affrontare, mai andato, come il connazionale René Lacoste, in Australia).
Orbene, restava al ‘canguro’ il quarto di questi pregnanti appuntamenti annuali: quello Americano in programma dal 2 al 10 settembre a New York.

Naturalmente, la stampa ‘Yankee’ (e non solo quella sportiva) dette rilievo alla sua avventura e due giornalisti scrissero che se avesse concluso vittorioso anche nella ‘Grande Mela’ avrebbe compiuto un’impresa pari a quella massima possibile per un giocatore di bridge, mettendo a segno cioè il ‘Grande Slam’, dizione che va qui riferita esclusivamente a chi riesca a compiere il percorso in un unico anno solare. (Percorso difficilissimo perché richiede ventotto affermazioni consecutive in tre Continenti nell’arco di molti mesi e riuscito nel singolo finora a due uomini e a tre Signore.

Quanti ai primi, Don Budge, USA, nel 1938 e Rod Laver, Australia, nel 1962 e nel 1969,
quanto alle seconde, Maureen Connolly, USA nel 1953, Margaret Smith Court, Australia, nel 1970 e Steffi Graf, Germania, nel 1988, tutti gli altri record - come per esempio il ‘Career Grand Slam’ che sta ad identificare i giocatori che li hanno sì riportati ma in anni diversi - essendo sostitutivi e minori. Pochi ma più numerosi, visto che ci siamo, i doppisti e le doppiste riusciti nell’impresa.

Da allora, ognuno dei quattro tornei - diventati dal 1968 ‘Open’ in quanto aperti ai professionisti e non più solo ai dilettanti come prima - è chiamato ‘Slam’). Jack Crawford scese in campo per quella finale arrivando a condurre due set a uno. Ma l’avversario, a causa di un suo calo fisico mai del tutto spiegato lo rimontò vincendo facilmente gli ultimi e definitivi.
Ebbe anche sfortuna il ‘canguro’ (che resta nella storia dello ‘sport dai gesti bianchi’ altresì per essere andato in finale in sette ‘Slam’ di fila, record superato da Roger Federer infiniti anni dopo) perché il contendente era Fred Perry, Inglese di altissimo livello, ultimo dei suoi (Andy Murray è Scozzese e quindi Britannico) a vincere Wimbledon.
Perry che, come René Lacoste, saprà illustrarsi anche nel campo delle vestimenta sportive, in particolare le famose magliette.

Nota bene al riguardo e vie più

1
Rod Laver mise a segno il colpo Grande Slam una prima volta da dilettante nel 1962.
Passato al professionismo, dovette aspettare che disputare i tornei gli fosse consentito nella nuova condizione.
Accadde, come sopra scritto, nel 1968 (la sola tra le sbandierate ‘rivoluzioni’ così datata che non abbia provocato disastri!) quando rivinse Wimbledon per poi l’anno dopo ripetere l’epopea.
Va qui però detto che si giocavano tre dei quattro (escluso il Roland Garros su terra rossa) Campionati sulla stessa superficie, l’erba.
Oggi non da oggi, invece - secondo tradizione, terra e erba rispettivamente a Parigi e Londra - anche su due tipi diversi di cemento a Melbourne e al Flushing Meadows nuovaiorchese.
La qual cosa ha reso più improba e impervia e infine perdente in finale ad opera del Russo Daniil Medvedev la via che ha cercato quest’anno di percorrere il grande Serbo Novak Djokovic che, avendo catturato i primi tre, ha puntato a Flushing - peraltro stanco, come aveva dimostrato la sua di poco precedente sconfitta in semifinale alle Olimpiadi di Tokyo.
Va qui detto che le due battute d’arresto hanno altresì impedito a ‘Nole’ il cosiddetto ‘Golden Grand Slam’ che consiste nel vincere nell’anno solare i quattro Slam ed anche la Medaglia d’Oro nei Giochi, impresa riuscita solo a Steffi Graf nel citato 1988 e però in precedenza impossibile, aggiungendosi alla cadenza quadriennale delle Olimpiadi, il fatto che per decenni il Tennis non era annoverato tra le discipline nei ‘Cinque cerchi’ disputate.

2
Margaret Smith Court ha vinto sessantaquattro Slam in totale.
Ventiquattro in singolo.
Venti in doppio.
Altri venti nel misto dove ha realizzato due ‘Grandi Slam’ nel 1963 e nel 1965.

3
Serena Williams è da tempo ferma in singolare a ventitre ‘Slam’ e non riesce ad eguagliare il record della fenomenale or ora ricordata Australiana.
La stessa pareva avviata a mettere a segno il ‘Grande Slam’ nel 2015 quando fu fermata nella Grande Mela in semifinale in vista dell’ultimo atto da Roberta Vinci (Italiana, capace di arrivare al numero uno in doppio, la quale va anche celebrata per avere vinto in tale specialità con Sara Errani e sia pure in anni diversi tutti gli Slam) che nell’occasione giocò in modo superlativo causando la più grande sorpresa di tutti i tempi in materia, almeno con riferimento al campo femminile.
(E dato che in questo ambito siamo, restandoci, da ribadenti scroscianti applausi le vittorie in singolo sopra fuggevolmente citate e qui temporalmente datate di Francesca Schiavone al Roland Garros 2010 e di Flavia Pennetta a Flushing 2015).

4
Quando gli Americani - significativamente - nel tennis potevano contare sui numeri uno.
Negli sport, in genere - e basti guardare nelle diverse discipline ai Giochi Olimpici pochissime escluse, ai Campionati Mondiali e ai Record - da tempo immemorabile o pressappoco, in quasi tutte le attività sportive, gli Stati Uniti d’America spopolano.
È stato lungamente così anche nel Tennis.
Per quanto, a momenti.
Il primo di questi ambiti corre dai Venti del Novecento (quando fu più facile - anche se per andare e venire dall’Australia, dove si giocava ad alto livello eccome, occorrevano perfino quarantacinque giorni di mare - muoversi da New York) alla metà dei Cinquanta.
A Wimbledon, ecco imporsi (tralascio le meteore) i ‘Grandi’
Bill Tilden,
Ellsworth Vines,
Don Budge (il primo, come sopra detto, a mettere a segno un ‘Grande Slam’ nel 1938),
Jack Kramer,
Ted Schroeder,
Tony Trabert.
Il secondo - dopo un vuoto che andrà proprio dalla finale vinta da Trabert nel 1955 a quel 1974 che vede Jimmy Connors (che quanto al ‘Grande Slam’ mancherà quell’anno solo Roland Garros perché non ammesso per questioni regolamentari) alzare per la prima volta la coppa, vuoto nel quale sono poche davvero le Stelle e Strisce - di eccezionale rilievo perché propone oltre a ‘Jimbo’ Campioni quali
Arthur Ashe (nero di purissima classe e particolare intelligenza),
John McEnroe,
Andre Agassi,
Pete Sampras e un Cecoslovacco naturalizzato nel 1992
Ivan Lendl.
È però il 2000 l’ultimo anno nel quale sull’erba della Capitale del Regno Unito uno ‘Yankee’ (Sampras) si impone.
Da allora, colà, solo tre finali perse - assai dignitosamente, ma perse - da Andy Roddick che resta anche (nel datato fine inizio anno 2003/4) l’ultimo Americano numero uno della classifica mondiale e vincente (proprio a New York nel 2003)
Non solo.
Perché, sempre l’Omahaiano Roddick a parte, i primi Americani in classifica si collocano mano mano molto più indietro.
Oggi, John Isner e Reilly Opelka, occupano posizioni oltre la ventesima.
Che in qualche modo tutto questo ultra ventennale calare coincida con un - diciamo così - appannamento degli Stati Uniti d’America in molteplici e decisamente più significativi e importanti altri campi nei quali soffrono assai preoccupanti (usi come sono ad essere i primi ben altrove e altrimenti) concorrenze?

5
Non è corretto qui dimenticare che nelle competizioni a squadre gli USA restano i maggiormente vincenti.
Nella mitica Coppa Davis - della quale, ripetiamo, si stanno giocando in questo fine settimana le fasi finali che non li vedono partecipi a Madrid - con trentadue affermazioni.
Nella Fed Cup, cosiddetta Davis femminile, con diciotto.
(Per inciso, l’Italia ha riportato la Davis - il record assoluto di partite giocate e vinte, centoventi contro quarantaquattro delle quali settantotto a trentadue nel singolo, appartiene al mitico Nicola Pietrangeli - una volta nel 1976 - componenti la compagine il vincitore del Roland Garros e degli Internazionali italiani Adriano Panatta, Corrado Barazzutti, Paolo Bertolucci e Tonino Zugarelli) contro il Cile ed è stata finalista in altre sei occasioni.
E ha conquistato la Fed in quattro assai più recenti circostanze: 2006, 2009, 2010 e 2013.
Due - 1960 e 1961 - le Davis memorabili nelle quali affrontò, purtroppo perdendo in terra ‘Aussie’, l’Australia detentrice non fino a quel momento in competizione e in attesa di conoscere il nome dello sfidante come stabiliva la regola all’epoca in vigore del ‘Challenge Round’, avendo noi vinto la selezione mondiale, in squadra il più volte qui e per diversi exploit nominato, grandissimo Pietrangeli - in due circostanze vincitore in singolo, una in doppio e un’altra nel misto al Roland Garros, tre a Montecarlo, due agli Internazionali di Roma, semifinalista a Wimbledon, eccetera - e il doppista di pura classe Orlando Sirola, sconfiggendo gli Stati Uniti).

6
Per quanto i quattro Championship Open e praticamente tutti i tornei (a scendere di categoria, con riferimento ai punti in classifica che conferiscono - duemila gli ‘Slam’ - al vincitore, ‘Mille’, ‘Cinquecento’, ‘Duecentocinquanta’ e ‘Centoventicinque’) organizzati dalle Federazioni Mondiali, maschile e femminile, prevedano la partecipazione di un numero più o meno alto (centoventotto negli ‘Slam’) pari di giocatori e l’eliminazione diretta, così non è nel Tour Final di termine d’anno che mette in competizione i primi otto singolaristi classificati dividendoli in due gruppi.
Nel caso, nella fase ora detta che qualifica i quattro semifinalisti, è in uso il ‘Round Robin’, che permette anche a chi perda di proseguire dovendosi alla fine stilare una classifica.
Capita quindi che la competizione venga vinta (ed è appena occorso a Torino, sede in questo 2021 del torneo, ad opera di Alexander Zverev che in precedenza aveva perso da Daniil Medvedev) da un tennista sconfitto nel girone una volta (perfino due) ma alla fine almeno secondo nel predetto gruppo.

7
Ai tempi nei quali erano in particolare gli Australiani a vincere, uno tra i più grandi tra loro (Lew Hoad, che nel 1956 ripercorre esattamente la strada ‘Slam’ di Crawford vincendo i primi tre e perdendo l’ultimo in finale), parlando del nostro Nicola Pietrangeli e della sua purissima classe naturale, disse: “Se ci mandate in un’isola per mesi senza che nessuno possa allenarsi, al rientro, Nicola ci batte tutti!”

8
Hoad fu nell’appena citato 1956 ‘gelato’ a New York dal connazionale Ken Rosewall.
Nel caso, si parlò di ‘Grande Slam Australiano’.
Nel 1988, tre le affermazioni di Mats Wilander e una di Stefan Edberg, fu messo a compimento un ‘Grande Slam Svedese’.

9
Impossibile trascurare tra le Signore l’infinita contesa (ottanta le partite disputate tra il 1973 e il 1988 pressoché tutte ai massimi livelli comprese sessanta in una finale e quattordici in uno ‘Slam’ con un bilancio conclusivo favorevole alla ex Cecoslovacca naturalizzata USA Martina Navratilova di quarantatre a trentasette nei riguardi di Chris Evert, Americana di Fort Lauderdale, California, certamente sulla terra la più forte singolarista di sempre - centoventicinque di fila le vittorie sulla superficie - e in grado in carriera di registrare una media di affermazioni superiore al novanta per cento mai raggiunta da altri, uomini inclusi, nella storia.
Fra l’altro, ho personalmente assistito a una splendida esibizione tra le due il 6 ottobre del 1987 a Forlì.
Nell’altra partita in quel mentre programmata, Raffaella Reggi, l’ultima nostra connazionale vincitrice degli Internazionali d’Italia nel singolo, ebbe la meglio su una giovanissima e tostissima Spagnola che avrà un grande futuro: Arantxa Sanchez Vicario, non ancora sedicenne, pressoché esordiente da noi).

Et de hoc satis!

Di Mauro della Porta Raffo 

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