Sanremo 2026, quando il business si finge cultura musicale: la critica radicale dello storico musicista dell’art rock Giancarlo Onorato
Dopo anni una critica radicale e l’idea che l’accesso al principale spettacolo della tv pubblica non sia tutt'altro che democratico. E poi “Le Beatitudini”: l’opera di Onorato che sfida la cultura usa e getta e l’omologazione musicale
Giancarlo Onorato, uno dei più interessanti musicisti seminali del genere art rock italiano, ha fatto dell’autenticità il suo marchio. Onorato, che è stato anche produttore discografico e dagli Underground Life degli anni ‘80 del secolo scorso alla carriera solista ha pubblicato 6 album, con innumerevoli collaborazioni all’attivo e altrettanti progetti artistici, ci spiega cosa bisognerebbe fare oggi.
Sanremo da troppo tempo, per la musica non rappresenta nella mente degli italiani il tessuto culturale, conoscitivo, creativo del Paese… È solo un grande fenomeno di costume che ci mette di fronte al trash fuori e dentro di noi
La ragione del perché mi sono messo a fare questo mestiere è cercare attraverso le idee una verità umana. Essere il più possibile affini a quello che noi siamo nel profondo. Ho cominciato molti anni fa a non volerne sapere nulla di Sanremo, proprio in quanto barcone di inautenticità. Nel 1996, quando avevo un contratto BMG Ricordi, mi fu proposto di andare e io dissi no. Non mi interessava nemmeno di essere minimamente candidato, poi non era detto mi prendessero. C’era una ragione affettiva, su quel palco si è bruciata l'esistenza del grande Luigi Tenco, ma al di là di quello, in realtà già Sanremo ai tempi sapeva di costruito
La grande presa in giro di questo evento è che gli italiani sono obbligati a pagare il canone perché è in bolletta, ma viene fatto credere loro che quel prodotto culturale, che è il principale prodotto RAI per investimento, sia il meglio che c'è nella musica del Paese. Ma è falso. Neanche si cerca cosa possa essere meglio o peggio. Tu come vivi la discrasia tra una carriera basata sulla ricerca dell’autenticità e una realtà dell’intrattenimento che modella le persone a diventare macchine per vendere e consumare merci musicali e non solo?
Fare musica sostanzialmente vuol dire mettere in discussione utilmente se stessi e allargare gli orizzonti di conoscenza. Non possiamo guardare da un'altra parte. Il mercato, per come è diventato, e lo stesso Sanremo, sono sistemi che svuotano automaticamente chi volesse proporre idee, il bene delle idee
Non ti sorprende questo monopolio, senza ostacoli, delle case discografiche che hanno l'interesse a vendere, non al prodotto artistico, quindi vediamo scimmiottamenti della star Tizia o Caio, del canone X o Y, perché potrebbe fruttare. Come mai c'è questo stacco tra la realtà che vive la gente ogni giorno e quanto si vede anche su quel palco?
Il problema è principalmente storico, c'è una canzone del 1977 di Claudio Lolli che si chiama “Autobiografia industriale”, che illustrava molto bene il distacco tra la volontà ingenua dell'autore di portare nell’arte qualcosa di vibrante, di vero, autentico, e il sorgere ormai imperioso dell'industria culturale, che è una contraddizione in termini. Quindi nel momento in cui il pensiero è stato inscatolato diventa un bene di consumo ed è finito
La musica o l’arte non servono più a vivere? Sono prodotti che si acquistano e si buttano come ogni altro?
Se ci fosse un gesto di sottrazione, di distillazione, avremmo i negozi di libri molti più vuoti, ma ci sarebbero molte più opere utili e non completamente inutili che si esauriscono nel momento stesso in cui vengono prodotte. Dovremmo essere consci del fatto che siamo noi stessi i carnefici della nostra esistenza e per sottrarci da questo massacro dobbiamo avere il coraggio di uscirne ritornando a occuparci di noi stessi
Sanremo è un palcoscenico che arriva a milioni di persone. Non avrebbe senso battersi per un servizio, visto che è pagato dalle persone, che permetta davvero ai musicisti un accesso, di far arrivare le proprie opere senza passare dal filtro delle sole case discografiche?
Infatti quando si manifestano opinioni contrarie a Sanremo, la contrarietà non è per la vetrina, è proprio per il metodo che è fallito. Magari fosse possibile, come dici tu, in virtù del fatto che siamo obbligati a un canone come tassa, che la popolazione chiedesse un servizio di accesso democratico
Non vedi anche una responsabilità intellettuale di chi fa musica, nel senso che la musica non può essere solo mero intrattenimento e distrazione, dovrebbe anche essere un modo per vivere con se stessi, di crescita personale della società. Mi sembra di vivere un tempo in cui i presunti artisti sono invece molto proni a logiche di profitto fini a se stesse...
Io credo che il ruolo dell'intellettuale oggi sia più che mai quello di assumersi la responsabilità dell'interpretazione del nostro tempo. Hai detto bene. Il problema lo vediamo trasposto su ambiti decisionali che sono di segno prettamente commerciale. L'artista è applicato al proprio ruolo, è invitato a fare soldi e basta, non a parlare alle persone
Vuole vivere di quel lavoro lì a qualsiasi costo perché deve fare la rock star, deve fare...
Proprio così. L'artista dovrebbe essere invece un ideatore, ma se diventa soltanto uno che ambisce ad avere un posto al sole, che poi è un'idea di potere, l'idea di avere molta gente, molto pubblico, molto seguito, molto consenso è un’altra cosa dall'espressione artistica. L’arte stessa viene minata
Quindi per questo l’arte non vale più nulla, non serve a vivere o difficilmente si produce arte?
La produzione è comunque arrivata a una crisi profonda e non va da nessuna parte, quindi si sono aperti nuovi scenari
Quali? Come con la stagione del Covid? A fronte di scelte folli e contraddittorie dello Stato milioni di persone hanno rifiutato ogni compromissione? Ma non c'erano queste forze intellettuali critiche che ponevano analisi, proteste...
Direi che quello è stato il momento massimo, il momento in cui si è visto di più, si sono scoperte le carte, si è visto quanto l'arte in generale, ma non soltanto l'arte, ma anche il mondo della scienza in generale, sia diventata supina a quelle che sono egemonie industriali, finanziarie e movimenti che sono più grandi, al di sopra di noi. La mancata riflessione dell'artista in quel caso è stata lampante. Io, come sai, tutti abbiamo assistito a delle scene miserande, di persone che hanno implorato l'autorità di tornare a suonare, di accettare anche l'abominio della carta verde, il Green Pass, che era proprio voler passare sopra ogni costituzionalità, ogni diritto. Oggi tutti parlano di scienza, ma se c'è una scienza quella è l'arte, perché l'arte è l'unica missione che ti costringe, se vuoi davvero un rapporto con te stesso, ti costringe a rinnovarti continuamente e a mettere in discussione totalmente quello che hai fatto, in continuazione
Quale doveva essere il ruolo dell’artista in quella stagione? Non ho visto tanti rivoluzionari o pensatori anche nella musica...
Il ruolo dell'artista sarebbe stato quello di dire “riflettiamo”, ci sono delle cose, ci sono dei paletti che vanno messi e oltre una certa misura non si può schiacciare il diritto della persona, invece questo non è avvenuto. Anzi abbiamo visto il contrario, cioè artisti che sostenevano scelte autoritarie e persone mettersi chiaramente a servizio dell'autorità intera, l'autorità “fessa”, l'autorità brutale pure non in grado di giustificare, di qualificare le scelte operate. Perché se tu operi una scelta, tragica, drammatica che sia, ma è ben documentata e fondata è un conto. Ma se la tua imposizione autoritaria, di autorità, non ha neanche fondamento, né logico né tantomeno scientifico, dobbiamo parlarne. Vuol dire che siamo di fronte a un fatto epocale di una gravità immane e infatti è stata una svolta
Una svolta che ha determinato per molti una rinascita?
Sì, una nuova vita, per altri ha segnato proprio il fatto di essere incasellati tragicamente nel contrario di cui dicevano. Si vendevano come dei rivoltosi ed erano conformisti e conservatori, supini e disposti a qualunque cosa pur di conservare il proprio posto al sole o di ottenerne uno
In questa direzione hai scritto e realizzato un nuovo album “Le Beatitudini”? Difficile pensare, realizzare e distribuire oggi un’opera. Mi spieghi che idea hai…!?
Anche negli anni ‘80 bisognava avere il coraggio di produrre qualcosa che le case discografiche non ti permettevano di realizzare e i linguaggi innovativi tra la fine degli anni ‘70 e i primi anni ‘80 sono nati grazie all'autoproduzione, quella consapevole e quella delle etichette indipendenti. Poi sono stato tra i fondatori dell'etichetta indipendente Lilium, protagonista della scena nazionale rock. A un certo punto, visto quello che succede, è necessario farsi la domanda di che cosa voglia dire pubblicare in un momento in cui chiunque può pensare di pubblicare, di rendere pubblico qualunque cosa ma nell’oceano della rete. Il mio concetto è soltanto quello di restituire prima di tutto all'opera la sua dignità, infischiandomene di tempismi, opportunismi, presenzialismi, della compulsione di essere presenti a tutti i costi nei social. Ho cancellato dalla mia esperienza i social, che già per me erano marginali. Ho cercato quindi di evitare la rete e ho prodotto un disco con i massimi crismi, impiegando 5 anni, circa 20 musicisti, 5 studi di registrazione
Cos’è oggi realizzare un’opera?
L'opera è darsi, è dono, soprattutto in un momento in cui per tutti è soltanto un biglietto da visita per creare profitto. Un disco che esce oggi finisce direttamente nel nulla. È una goccia nell'oceano. Entrare nella rete vuol dire andare nel nulla. Ora, non è che io voglia sottrarmi a questo, vorrei soltanto dare alla mia opera un processo più artigianale, più autentico, consegnarlo come cosa autentica e vibrante. E per questo desidero non entrare nella rete, per il momento. È un gesto politico. Ai concerti si potrà avere il mio disco. Con i contatti che circoleranno si potrà chiederlo, poi in un secondo momento sceglierò come metterlo nei miei canali in versione digitale, presto capiremo come. Ma quello che è importante, secondo me, è il gesto, andare in controtendenza: non immettersi immediatamente nel massacro in cui non vale più nulla e l'opera non vale, nel giro di poche settimane è dimenticata, è consumata
Come sei contattabile?
Ho un sito che verrà presto ristrutturato e una mail
Tu parlavi di dolo, nel senso che l'arte, la musica devono essere rottura del conformismo, trasgressione, quella vera. La possibilità che il soggetto che ne usufruisce venga messo di fronte al nulla, cioè a qualcosa che lo inquieta, che lo metta in discussione, che lo faccia incazzare, che lo trasformi...
Proprio così. Viviamo in una società dove i ragazzi di vent'anni sono più conservatori degli uomini di sessanta e i figli molto più restii alla conoscenza di quanto non fossero i padri. Si buttano tutti sotto le bandiere dell’utile. Quindi è chiaro che se ci fosse più gente disposta a rinunciare a quelle chimere, all'essere blanditi dall'idea di successo sarebbe diverso. L'idea di successo ha sostituito le idee e la funzione vera dell’arte
Volere il potere, il successo, la fama, fare il musicista a costo di qualsiasi compromesso al ribasso, disposti più o meno a tutto, è la china che hanno preso tanti colleghi e giovani. Che messaggio puoi dare tu? Dalla tua esperienza, perché hai attraversato decenni della storia della musica italiana...
Il messaggio è quello di recuperare se stessi, avere il coraggio di ascoltarsi, che è l'unico modo per accorgersi anche degli altri. Se non siamo più in grado di accorgerci di noi, se nella giornata di una persona non c'è più spazio per la riflessione, per un pensiero, per una stasi, per un fermarsi ad ascoltare il proprio battito cardiaco, non faremo altro che consegnarci al massacro del consumismo più spietato, che Pasolini ci ricordava già 50 anni fa, è la nuova forma di dittatura, di fascismo vero, non le scemenze
C’è stato un cambio epocale...
È esattamente come chiudere gli occhi di fronte a un ragazzo che viene a portarti la pizza alle 10 di sera, pagato quattro euro all'ora. Se è questo che vogliamo, non c'è futuro, non c'è speranza, non c'è nessuna possibilità. Invece bisogna percorrere una strada contraria e accorgersi di sé e degli altri. Ho fatto 6 dischi in 30 anni, dischi in studio. Se tutti cercassero l'opera ed evitassero di vomitare ogni sei mesi, ogni anno, per un disperato bisogno di presenzialismo e successo perché pensano che la gente li dimentichi, allora le cose sarebbero diverse. Pensano che se non racconti te stesso anche quando sei al cesso poi ti scorderanno. Bisogna apparire a ogni costo
Un aspetto tecnico: nel passato, anche recente, gli autori degli anni ‘90, del grunge, il metal, la musica alternativa, cercavano di essere autentici e non nascondevano le proprie ferite, le proprie debolezze, anzi trasformavano queste in arte. Oggi invece è il contrario, devi nasconderti, tutto è manipolato e bisogna essere efficienti, seguire i canoni, parlare dell’amore marmelloso. Vedi anche tu questo cambiamento e sì perché è avvenuto?
Oggi non bisogna mostrare la propria vulnerabilità, bisogna dimostrare semmai la capacità di primeggiare, lo scopo è farcela sul piano economico ed estetico. Quindi sì, è un tragico segno dei tempi. Quando si è costretti a pavoneggiarsi, vuol dire che non hai proprio niente di tuo e il contenuto si è tragicamente volatilizzato. È chiaro che le nuove generazioni non sono tutte così. A volte incontro adolescenti meravigliosi che aprono il cuore e sono una boccata d'ossigeno. Però nella stragrande maggioranza dei casi i nostri ragazzi sono soggetti a questa pressione continua in cui devono puntare a essere fantastici, brillantissimi, bellissimi, performativi e così via. Quindi è chiaro che ogni vulnerabilità, ogni aspetto più delicato della persona, che tutti abbiamo, deve essere truccato. Infatti se stiamo cercando di andare verso la macchina ci stiamo riuscendo. Lo scopo è andare a trasformare l'umanità in qualcosa di mescolato tra l'informatico e il biologico. Io credo si debba fare del nostro meglio per rimanere il più possibile autentici
E costruire nuovi valori e nuove comunità intorno a questo?
Sì, intorno a questo e a noi.