24 Febbraio 2026
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IGDI ha intervistato in esclusiva l’attrice Chiara Caselli presente alla Berlinale in concorso con il film Nina Roza. Il film, scritto e diretto da Geneviève Dulude-de Celles, regista e produttrice già vincitrice del Crystal Bear al Festival di Berlino con il film Une Colonie nel 2019, si è aggiudicato l’Orso d’Argento per la miglior sceneggiatura. Il film, che vanta nel cast anche Chiara Caselli, è una coproduzione internazionale di Colonelle Films (Canada), Echo Bravo (Belgio), Ginger Light Films e Premiere Studio (Bulgaria) e dell’italiana UMI Films di Lorenzo Fiuzzi e Bardo Tarantelli.
UMI Films è una società con sede a Roma specializzata nello sviluppo creativo, nella produzione cinematografica e nelle co-produzioni internazionali. La sua missione è dare voce a una nuova generazione di registi e narratori. Tra i lavori recenti AMUSIA di Marescotti Ruspoli (Premio del Pubblico al Tallinn Black Nights Film Festival 2022) e L’INFINITO di Umberto Contarello (scritto da Umberto Contarello e Paolo Sorrentino. UMI Films ha inoltre recentemente concluso le riprese di Dark Vertigo di Giancarlo Soldi ed è attualmente in pre-produzione con Legitima di Elisa Miller, coproduzione con la società messicana Premio Oscar Pimienta Films (Roma, Emilia Pérez), le cui riprese inizieranno ad aprile 2026. Tra i film in preparazione per il 2026 anche il secondo lungometraggio di Marescotti Ruspoli.
Di seguito la motivazione del Premio della Berlinale a Nina Roza:
Per l'incredibile uso del silenzio e la sua profonda, e cruda onestà. La scrittura non si limita a raccontare una storia, ma trova una verità universale che appartiene a tutti noi. Coglie la delicatezza di un percorso personale con parole che risultano al tempo stesso intime e universali. Attraverso una prospettiva brillante e sorprendente, l’autrice ci consente di oltrepassare i confini del tempo e dello spazio. È un capolavoro che svela l’essenza stessa della vita umana attraverso la forza della parola scritta. Per la sua bellezza profonda e architettura emotiva, abbiamo amato il modo in cui si è dispiegata davanti a noi e come il film ci ha lentamente avvolti. È stata senza dubbio scritta in modo magnifico. L’Orso d’Argento per la Migliore Sceneggiatura va a Geneviève Dulude-De Celles per Nina Roza.
D: Da dove è partita con questo film?
R: Il mio è un rapporto di empatia che nasce o non nasce. Per dire “Questa cosa mi piace”, ho bisogno di avere una reazione fisica, qualcosa mi si deve smuovere. L’arte contemporanea, che viene chiamata concettuale, per cui dovresti arrivare alla comprensione, alla relazione, all’apprezzamento di un’opera attraverso un ragionamento, non fa per me. Ovviamente vedo anche un Caravaggio, o un lavoro di Anish Kapoor, qualunque elemento in più di curatori o di storici o dell’artista stesso è un arricchimento, però per come sono fatta io la prima reazione deve essere “non intellettuale”.
D: Come ha affrontato questo ruolo del film?
R: L’ho affrontato un po’ come affronto tutti i ruoli. Innanzitutto cercando di capire che cosa vuole raccontare il regista: un attore è un po’ come un colore in una tela, devi accordarti al quadro generale, quello che sta disegnando il regista, non il tuo. Poi c’è, ovviamente, la sceneggiatura, sempre scritta dal regista in questo caso, che ti da delle indicazioni molto precise, soprattutto se scritta bene come questa. Io sono molto felice di avere contribuito ad un film di una regista che sono sicura avrà un bellissimo futuro, poiché ha un talento profondo, certo…molto originale. Amo moltissimo i suoi lavori, compreso quest’ultimo e a partire da quello precedente nonché il suo film di debutto.
D: Parlando proprio del personaggio, come si è preparata? Ha osservato personaggi simili del passato, letto giornali…
R: Quando sono andata alla prima prova costumi, invece di un outfit che uno potrebbe immaginare per un gallerista di una certa taratura, io pensavo (e così anche la costumista all’inizio) di avere un segno di costume quasi asciutto, manageriale. Invece la regista l’ha chiamata chiedendo di prendere una direzione totalmente opposta, che poi è quella che si vede nel film: ha i capelli ricci, scomposti, un abbigliamento che è sia elegante che etnico, con una cifra che non era quella del tailleur-pantalone. Per un attore, quando ha un’indicazione di costume, di come un regista visivamente vuole che appaia il personaggio, riceve un aiuto enorme, perché riceve una vera e propria direzione.
D: La sceneggiatura l’ha aiutata?
R: Quella è sempre il punto di partenza, quando ti offrono un lavoro hai a disposizione un certo numero di strumenti: la sceneggiatura, il dialogo con il regista e i lavori che ha fatto prima.
D: Com’è stato lavorare in un progetto “internazionale”, multiculturale se vogliamo, rispetto ad un classico progetto interamente italiano?
R: Non è la prima volta che lavoro in progetti che hanno una composizione produttiva variegata. In questo caso c’è l’Italia, la Bulgaria, c’è la produzione prioritaria canadese, la nazionalità della regista e della casa madre. Non è la prima volta, ma la vera differenza è sempre tra un film e un altro, tra due film totalmente italiani nella regia e produzione la differenza è sempre abissale; ogni film è un’isola sconosciuta che costruisci assieme al regista, le differenze tra un film e un altro non sono mai imputabili al fatto che siano coproduzioni. La differenza è sempre tra film e film.
D: Riguardo alla storia, cosa ha amato di questo progetto, sin dal primo incontro con la regista?
R: Ho amato tantissimo il suo primo film, “Une colonie”, avevo fiducia totale nella sua visione, in come avrebbe trasportato una parola, ovvero la sceneggiatura, in film. Quando poi l’ho visto per la prima volta a inizio gennaio, ho avuto la conferma che ho fatto proprio bene, perché quello che lei riesce a fare è molto difficile. Al di là degli accadimenti che avvengono nel film, quello che realmente riesce a fare passare è quello che succede internamente al personaggio protagonista: una cosa davvero difficile da fare per un attore, ma ancora di più per un regista e lei ci riesce splendidamente.
D: Ci sono attori che cercano la comfort zone. Lei cosa ne pensa a riguardo?
R: A fare l’attore non ci sono comfort zone, a meno che uno non faccia solamente le commedie di natale e spostandosi in un film differente si trova al di fuori della propria comfort zone. Un attore, di base, non sa nemmeno che cosa sia la “comfort zone”, è un mestiere appeso a dei fili che non puoi tanto controllare. Spero sempre di trovare dei personaggi o degli autori, in questo caso Geneviève, che mi creino il desiderio di entrare nel loro mondo, di contribuire a costruire il loro film; nel caso del mio personaggio raccontare qualcosa che ancora non ho esplorato. Il film è bellissimo.
D: Sta già pensando a qualche altro progetto?
R: Il decorso del nostro film ormai non è più nelle nostre mani, è nelle mani dei distributori internazionali, quindi le uscite o non uscite dipendono da loro. Io auguro a questo film ogni bene perché se lo merita tutto. Per i progetti furi ne parleremo più avanti, ma qualcosa sta bollendo in pentola.
D: In questo ruolo o anche in altri, lei trae ispirazione da una collega attrice, o personaggio femminile letterario del passato o del presente?
R: Il mio rapporto con la letteratura prescinde dall’essere attrice. Poco fa ho terminato il libro di McEwan, strepitoso, uno dei pochi autori che quando pubblica corro a prenderlo e a divorarlo. Quando finisco un libro che amo mi dispiace tanto di non aver più quell’appuntamento a tu per tu con le sue righe. Cerco di leggere il più possibile.
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