"Il Mago del Cremlino": più che un film un documentario filosofico sui meccanismi del potere. Interessante e stimolante

interpretazione straordinaria di un camaleontico Jude Law. Un film ambiguo e impegnativo che recepisce l'aura trumpiana

Un film impegnativo, serio, che congiunge pragmatismo, narratività e senso del romanzo e che mi ha ricordato molto un altro film che sembra un documentario: "Apprentice. Alle origini di Trump" del 2024. Entrambi ambigui e generanti un effetto opposto a quello che si immagina; nel senso che si pongono apparentemente quale narrazioni critiche del potere e invece lo legittimano e lo celebrano. Putin esce valorizzato e giustificato da questo film quanto Trump da Apprentice. Jude Law bravissimo, ottima la ricostruzione del senso del reale e l'evocazione degli intrecci fra personaggi, esistenze e la grande Storia. La cifra che regge tutto è l'ambiguità: un occhio dentro il Potere e uno al di fuori di esso. Unico difetto: il volto del protagonista, il consigliere di Putin. Un volto poco espressivo, poco filmico anche se Paul Dano ha recitato benissimo, sembrando più Putin di Putin. Un film che sembra anticipare l'immagine di un Presidente, quello russo, quale "candidato manciuriano" e invece non ne sminuisce il ruolo e avviene come un'inversione di percezione tale che il suo consigliere (il "mago della comunicazione e manipolazione politica") appare un replicante di Putin, una sua epifania e non il suo "costruttore". Il fascino del film è ridotto paradossalmente proprio dal suo intenso realismo. Dopotutto in Occidente da Reagan in poi quasi tutti i Presidenti sono stati e sono "candidati manciuriani". Quindi non ci stupiamo più dei giochi e dei meccanismi del Potere che "crea i suoi sudditi" e il suo consenso sfruttando le emozioni e le dinamiche archetipali.