"No other choice" di Park Chan Wook: delusione per la non ottimale struttura compositiva che genera incertezze e stonature

basta confrontarlo con il simile "Parasite" per (purtroppo) evidenziarne alcuni difetti che si potevano evitare

L'ottimo romanzo dell'americano Donald Westlake non era facile da tradurre in un film (già adattato con il "Cacciatore di teste" di Costa Gravas) ma, detto questo, ci ha comunque deluso la lunga opera di Park Chan Wook. Il tema è simile a quello di Parasite: la durezza della disoccupazione, l'emergere di nuove caste sociali, la società quale finzione dove chi recita ha qualche possibilità ma la resa filmica si rivela quì non del tutto efficace. Oggi il surreale funziona e anche i toni sopra le righe, il tragicomico, il caricaturale ma per ottenere un prodotto di qualità il piccolo segreto (difficile e raro) è dato dall'equilibrio compositivo, dall'armonia complessiva fra toni, ritmi e coloriture. In quest'opera invece gli aspetti comici e buffi stridono con i dettagli crudi e violenti e i temi narrativi e lirici plurimi presenti non agiscono generando un intreccio coeso e coerente ma appaiono spesso deragliare e deviare inducendo un senso di dispersione, inconcludenza, dissipazione comunicativa. Non basta l'ottima musica classica come sfondo sonoro e poeticizzante nè l'estetica ambientale e scenica elegante e suggestiva (in questo il cinema orientale è bravissimo) per equilibrare il nucleo crudo dell'opera e garantire l'unità organica del racconto filmico. Ci sono troppe incongruenze tematiche accennate e non sviluppate che interferiscono con la linea narrativa principale: la polemica lavoristica, i figli distanti e apatici, personaggi minori eccessivamente sbilanciati, i toni paradossali e tragicomici che prevalgono sulla timbrica lirico-esistenziale. Un'eccessivo ondeggiare tra sfumature e coloriture differenti o antitetiche stanca lo spettatore, lo disorienta e ostacola la piena identificazione propria della "sospensione dell'incredulità" tipica di ogni opera d'arte. Quì forse il contrasto deriva proprio dalla natura occidentale del romanzo d'ispirazione con i canoni filmici orientali attuali. In Parasite invece tutto si tiene e i vari temi convergono in un climax convincente e suggestivo senza sbavature e asimmetrie. Il motore comune dei due film è il medesimo e per questo è utile e più facile confrontarli: la vergogna del disoccupato in Giappone e nell'area orientale; e il conseguente e cosiddetto Johatsu. Questo è il vero dramma: l'eccessivo senso dell'onore orientale che contrasta con la fluidità dell'ipercapitalismo importato dall'Occidente.