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Vanity Fair vuole apparire dissacrante e innovativo invece è retrò e brutalmente politically correct

Le copertine no sense e le scelte scellerate del direttore Simone Marchetti manderanno al macero gli anni gloriosi della rivista

Di Aldo Snello

04 Agosto 2022

Vanity Fair vuole apparire dissacrante e innovativo invece è retrò e brutalmente politically correct

Chiara Ferragni (fonte: vanityfairitalia)

Vanity Fair, come la maggior parte dei settimanali cartacei, si trova in affanno con le vendite ma a metterci un grosso carico nel flop editoriale ci pensa il suo direttore che, pensando di fare il bene delle donne e del glamour, inneggia ai diritti conquistati, al politicamente corretto e sforna delle copertine al limite dell’imbarazzo, che non piacciono alle donne e alle stesse protagoniste (ma meglio tacere, una copertina è una copertina). Slogan tipo “Sei bellissima” con in copertina Vanessa Incontrada in carne e frasi riguardanti la famiglia “non tradizionale” con in copertina Chiara Ferragni in veste della Santa Madonna con Gesù in braccio sono l’ennesimo atto di un’editoria allo sbando; peccato che una casa editrice seria come Condè Nast permetta questo. Sapete per chi sono belle e interessanti quelle covers? Solo ed esclusivamente per chi la pensa politicamente e moralmente con il suo direttore, ovvero (e fortunatamente) i pochi che vorrebbero far trionfare il politically correct e che vivono in un mondo fatto di fate, leocorni colorati e brillantini. Purtroppo, quel mondo non esiste e la realtà è davvero più cruda. Basta accendere la tv o guardare lo smartphone! E non si venga a dire che si vuol regalare leggerezza, perché di sicuro questa estrema “gaiezza” è sbagliata per chi la fa e la subisce, compresi gli omosessuali che si sentono presi in giro e mal rappresentati da certi slogan o frasi fatte.

Vanity Fair si sta trasformando, dopo anni gloriosi, parlando esclusivamente dell’Italia, in una rivista che irrita chi non la legge e fa storcere il naso a chi la sfoglia da anni, poiché c’è intrinseca la questione politica, dei diritti, di un mix forzato di cose che rispecchia il volere del suo direttore e non certo dei lettori. Quando accade questo, di solito, il progetto ha vita breve, poiché il vero business lo fanno i lettori comprando (a caro prezzo) Vanity Fair.  

L’ossessione di una certa parte politica, del gender, del “corretto” a tutti i costi ha stancato in tv e al cinema, che sono due colossi che macinano milioni di euro, figuriamo per una rivista che (purtroppo) è sull’orlo di una chiusura. Vanity Fair, come tutti i progetti che vogliono essere forzatamente politically correct, non ha capito che questa situazione durerà (fortunatamente) come un gatto in tangenziale.

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