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Giorgia Meloni non si fida del Colle: il fantasma Draghi agita Palazzo Chigi - RETROSCENA

31 Marzo 2026

Giorgia Meloni non si fida del Colle: il fantasma Draghi agita Palazzo Chigi - RETROSCENA

Meloni e Mattarella, fonte: imagoeconomica

Altro che semplice rimpasto. Altro che voto anticipato. A Roma, quella vera – fatta di corridoi, telefonate e sguardi bassi – si sta consumando uno scontro silenzioso ma durissimo tra Palazzo Chigi e il Quirinale. Un braccio di ferro che nessuno ufficializza ma che tutti, nei palazzi, danno per reale.
Perché il punto è uno solo: Giorgia Meloni non si fida del Colle. E, soprattutto, teme la mossa che potrebbe cambiarle tutto.


Il rapporto con Sergio Mattarella non è mai stato davvero idilliaco. Corretto, istituzionale, ma freddo. Freddissimo. Dietro i sorrisi di circostanza si nasconde una distanza politica e culturale che con il tempo si è trasformata in diffidenza. E oggi, con il governo sotto pressione e l’ipotesi di un rimpasto sul tavolo, quella diffidenza rischia di diventare qualcosa di più.


A Palazzo Chigi lo dicono senza giri di parole – ma solo a microfoni spenti: salire al Colle è un rischio. Un azzardo. Quasi una trappola.
Perché il timore, neanche troppo velato, è che una richiesta di rimpasto o – peggio – di elezioni anticipate possa trasformarsi in un boomerang. Lo schema è già visto, già sperimentato nella storia recente: il Presidente prende atto della crisi, ringrazia, e poi tira fuori dal cilindro un nome “super partes”. Un tecnico. Un garante. Uno che rassicura i mercati e cancella la politica.
Il nome che circola, ovviamente, è sempre lo stesso: Mario Draghi.


Un fantasma che aleggia su ogni ragionamento. Non perché sia già deciso, ma perché è possibile. E tanto basta per terrorizzare Palazzo Chigi.
Per Meloni sarebbe lo scenario peggiore: uscire da Palazzo Chigi non per scelta, ma per una dinamica istituzionale che la costringerebbe a cedere il passo senza passare dalle urne. Un replay, in versione aggiornata, di ciò che la destra ha sempre contestato negli anni dei governi tecnici.
E allora ecco spiegata la prudenza. Anzi, la paralisi.


La premier prende tempo, dosa le parole, evita mosse brusche. Anche quando la pressione interna cresce – tra alleati irrequieti e opposizioni che soffiano sul fuoco – la linea resta una: non aprire formalmente la crisi. Non dare al Quirinale l’occasione di intervenire.
Perché il sospetto, sempre più diffuso nella maggioranza, è che al Colle non vedano di cattivo occhio un cambio di fase. Non necessariamente contro Meloni, ma sicuramente oltre Meloni.


Un governo “di garanzia”, magari guidato da una figura forte, internazionale, capace di gestire la fase più delicata tra guerra, conti pubblici e rapporti con Bruxelles. Tradotto: esattamente il profilo di Draghi. O di un suo equivalente.
E qui il risiko si fa pericoloso.


Perché mentre si discute di Fitto, Bersani e altri nomi da Quirinale, la vera partita si gioca su un altro piano: chi controlla la transizione. Chi decide tempi e modalità. Chi ha in mano il finale della legislatura.
Meloni lo sa. E per questo tiene il punto.
Meglio un governo logorato ma ancora in piedi, che una mossa azzardata che spalanchi le porte a un esecutivo tecnico. Meglio resistere, anche a costo di rallentare tutto, piuttosto che consegnare la partita nelle mani del Colle.


Nel frattempo, il Parlamento osserva e si muove sottotraccia. Giuseppe Conte spinge per il voto subito, convinto di poter capitalizzare. Elly Schlein frena, consapevole che il campo largo è ancora fragile. E nella maggioranza cresce il nervosismo, con alleati che iniziano a chiedere scelte più nette.
Ma il vero equilibrio resta uno: quello tra Palazzo Chigi e Quirinale.
Un equilibrio instabile, fatto di mosse non dette e di paure concrete.
Perché a Roma tutti sanno una cosa: la crisi non è se arriverà. Ma come.
E soprattutto, chi la gestirà.

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