Il fronte del "sì" al referendum tra speranze ed autosabotaggio

Il confronto tra i fautori del "sì" al referendum sulla giustizia ed i fautori del "no"  sta entrando nella sua fase più strutturata e drammatica.

I sostenitori del "no" al referendum sulla giustizia, collegati nei vari Comitati, possono essere raggruppati in tre distinte posizioni: una prima composta da coloro, pochissimi, che hanno esattamente compreso il senso tecnico della riforma e adducono argomentazioni contrarie altrettanto tecniche; una seconda costituita da coloro che, indipendentemente da ogni questione di merito, vedono nel "no" al referendum un'occasione imperdibile per dare una spallata importante, se non definitiva, all'esperienza del Governo Meloni; una terza che sarebbe, in teoria, convinta delle ragioni del "sì" ma che intende votare "no" identificando i fautori del "sì" quale protettori della cosiddetta "casta".

La strategia complessiva delle forze di governo non ha, certo, aiutato.

Se da una parte Forza Italia non ha esitato ad intestarsi la battaglia referendaria coinvolgendo i vertici del partito ed in particolare il segretario Antonio Tajani, ed i Capogruppi alla Camera ed al Senato Paolo Barelli e Maurizio Gasparri (e lo stesso ha fatto Noi Moderati con il suo Presidente Maurizio Lupi) la Lega e Fratelli d'Italia sono stati sul punto più cauti. E non senza polemiche.

L'intento della Premier Meloni di non politicizzare il referendum sulla giustizia  risulta contraddetto dall'essere tale referendum divisivo e "politico" per eccellenza.

Poi per carità la Premier Meloni può anche non politicizzarlo: ma se lo perde lo politicizzano le opposizioni che lo hanno vinto ed il conto politico non sarà leggero.

La stessa strutturazione dei Comitati per il "sì" risente di tale ambiguità.

Forza Italia e Noi Moderati hanno da subito optato per dei Comitati di area facilitatori e di impulso alla creazione di Comitati civici diffusi al fine del coinvolgimento massivo non solo del proprio elettorato ma anche di consenso provenienti da altre aree da aggregare allo scopo. La Lega, sul punto, risulta affidato all'attivismo della Matone.

O poco più.

Il partito di maggioranza relativo del centro destra FDI non aveva, per tempo, costituito alcun Comitato di area secondo l'indirizzo politico indicato dalla Premier e non ritenendo rappresentativi i Comitati per il "sì" espressi e fondati da parte della base del suo elettorato.

Solo da ultimo il Sottosegretario Mantovano ha ritenuto di costituire un Comitato pensato in forma autoritativa e gerarchica rispetto agli altri Comitati espressi dai partiti  di governo: una sorta di accentramento del coordinamento.

Tale accentramento, all'attualità, non solo non risulta aver dato i risultati sperati ma si pone, probabilmente per puro caso, in perfetta coincidenza cronologica con la rimonta dei Comitati per il "no".

E' come se la gerarchicazione dei comitati per il "sì" avesse tolto loro quella freschezza e genuinità di libero associazionismo di democrazia dal basso che lo aveva portato a sfiorare delle percentuali, nei sondaggi del tempo, di oltre il 60%.

Tale accentramento inoltre oltre a togliere spazio ed entusiasmo ai Comitati spontanei non è stato nemmeno suffragato dalla "presa in carico" della battaglia referendaria da parte della Premier la quale anzi, preoccupata da sondaggi non incoraggianti, si è sempre formalmente tenuta lontano dall'intestazione dell'esito referndario.

Tale mancata appropriazione da parte della Premier delle ragioni del "sì" è stata, con tutta probabilità, ispirata dal precedente negativo del referendum costituzionale che costò la carriera politica a Matteo Renzi.

Rimane da notare tuttavia come la comparazione tra eventi e consultazioni referendarie non contigue e con assetti istituzionali e di scenari mondiali mutati e diversi non conduca a decisioni politicamente ispirate.

Diversi sono i tempi, diversi i presupposti, diverso il referendum, diversi i Premier.

L'azione dei Comitati per il "sì" risulta inoltre complicata da una serie di vicende enfatizzate dai giornali vicini all'opposizione ed in particolare da "Il Fatto Quotidiano" che tendono a mobilitare quella parte dell'elettorato spesso astensionista che si identifica con il vecchio incipit di Pasolini "...io odio il potere..." che tende a rappresentare i partiti di Governo, ed in particolare, quello della Premier come difensori dei privilegi di una casta di intoccabili parassiti economici e politici della gente comune.

In particolare le vicende che hanno coinvolto l'Autorità della Privacy come riportato da Il Fatto Quotidiano nel 5 marzo 2026 con i pm che indagano sulla carriera lampo di Cristiana Luciani moglie del deputato di Fratelli d'Italia il meloniano Luca Sbardella non ha aiutato.

Secondo il quotidiano la Commissione esaminatrice del concorso per diventare funzionari dell'Authority era presieduto da tal Fabio Mattei attualmente Segretario del Ministero della Difesa voluto personalmente dal Ministro Crosetto già attenzionato anni prima da Il Fatto Quotidiano per vicende legate a quello che il quotidiano definiva "concorso delle mogli".

L'Italia è un paese curioso dove se riesci a fregare il Fisco e non pagare le tasse vieni applaudito come eroe della rivoluzione.

Ma dove non ti si perdonano, oltre le donne, due cose in particolare: le barche ed i concorsi che possano dare l'idea della casta e del familismo amorale.

Perchè in tali vicende, alla fine, nel sentire comune non interessa la sostanza delle cose e cioè che le vicende siano state dal punto di vista giuridico - formale tutte corrette.

Quello che conta è la percezione.

E certo non si può rimproverare all'opposizione di utilizzare tali questioni per spingere i partiti promotori del "sì" nel recinto insopportabile della "casta" e, conseguentemente, utilizzare il "no", in forma impropria, per abbattere la casta medesima.

A questo punto solo un intervento più deciso nelle battute finali della Premier Meloni può reinsaldare l'articolato fronte del "sì" avvalendosi del ruolo riconosciuto alla Premier di "anticasta" per convinzione e vocazione.