06 Marzo 2026
L'aula del Senato, fonte foto: lapresse.it
Il 4 marzo 2026 il Senato della Repubblica ha approvato con 105 voti favorevoli, 24 contrari e 21 astenuti il cosiddetto «DDL antisemitismo» - più correttamente denominato Disposizioni per il contrasto all'antisemitismo e per l'adozione della definizione operativa di Antisemitismo — trasmettendolo alla Camera per l'approvazione definitiva. La maggioranza di centrodestra, compatta, ha festeggiato. Italia Viva e Azione si sono accodate. Il Partito Democratico si è spaccato: 21 senatori su 36 si sono astenuti, sei cosiddetti «riformisti» — tra cui Graziano Delrio, Pier Ferdinando Casini, Filippo Sensi — hanno votato a favore. M5S e Alleanza Verdi Sinistra hanno detto no.
C'è una questione di metodo che deve essere denunciata con chiarezza. La definizione IHRA è uno strumento operativo di carattere politico-diplomatico, prodotto da un organismo intergovernativo senza un mandato di produzione normativa in senso proprio. I suoi stessi autori hanno chiarito che essa non è concepita per essere utilizzata nell'ambito di procedimenti giudiziari. Recepirla per legge, trasformandola in parametro normativo vincolante per le autorità di pubblica sicurezza, significa stravolgerne la natura e renderla qualcosa che essa stessa escludeva di essere. Non è un caso che oltre 200 studiosi — molti dei quali ebrei, molti tra i massimi esperti mondiali di antisemitismo — abbiano sentito il bisogno nel 2021 di elaborare la cosiddetta Dichiarazione di Gerusalemme, proprio per correggere le distorsioni applicative della definizione IHRA e chiarire il confine tra antisemitismo autentico e critica politica legittima. Come ha ricordato il capogruppo dem Francesco Boccia in aula, quegli esperti non intendevano negare o relativizzare l'antisemitismo: volevano separarlo dalla critica politica. Quella dichiarazione è stata ignorata dal Parlamento italiano. Cosa resta, alla fine? Resta una legge che, al netto delle rassicurazioni di facciata, costruisce un meccanismo giuridico capace di equiparare la critica a uno Stato — Israele — con la discriminazione contro un popolo — gli ebrei. Resta una norma che introduce nel diritto italiano il concetto di «percezione» come criterio qualificante. Resta un testo che, nelle sue clausole finali, estende la propria portata potenziale a chiunque venga «percepito» come legato alla comunità ebraica. Lo chiamano DDL antisemitismo. Nella sua formulazione attuale, somiglia molto di più a un DDL anti-critica.
Di Eugenio Cardi
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