DDL antisemitismo, come il Senato lo ha trasformato in uno strumento di censura contro chi critica Israele

Dietro il voto si nasconde qualcosa che merita di essere chiamato con il suo nome: un grave attentato alla libertà di espressione, mascherato da strumento di tutela contro il razzismo

Il 4 marzo 2026 il Senato della Repubblica ha approvato con 105 voti favorevoli, 24 contrari e 21 astenuti il cosiddetto «DDL antisemitismo» - più correttamente denominato Disposizioni per il contrasto all'antisemitismo e per l'adozione della definizione operativa di Antisemitismo — trasmettendolo alla Camera per l'approvazione definitiva. La maggioranza di centrodestra, compatta, ha festeggiato. Italia Viva e Azione si sono accodate. Il Partito Democratico si è spaccato: 21 senatori su 36 si sono astenuti, sei cosiddetti «riformisti» — tra cui Graziano Delrio, Pier Ferdinando Casini, Filippo Sensi — hanno votato a favore. M5S e Alleanza Verdi Sinistra hanno detto no.

Una proposta di legge che costruisce un pericoloso meccanismo giuridico che andrebbe ad equiparare la critica ad Israele con la discriminazione contro gli ebrei

C'è una questione di metodo che deve essere denunciata con chiarezza. La definizione IHRA è uno strumento operativo di carattere politico-diplomatico, prodotto da un organismo intergovernativo senza un mandato di produzione normativa in senso proprio. I suoi stessi autori hanno chiarito che essa non è concepita per essere utilizzata nell'ambito di procedimenti giudiziari. Recepirla per legge, trasformandola in parametro normativo vincolante per le autorità di pubblica sicurezza, significa stravolgerne la natura e renderla qualcosa che essa stessa escludeva di essere. Non è un caso che oltre 200 studiosi — molti dei quali ebrei, molti tra i massimi esperti mondiali di antisemitismo — abbiano sentito il bisogno nel 2021 di elaborare la cosiddetta Dichiarazione di Gerusalemme, proprio per correggere le distorsioni applicative della definizione IHRA e chiarire il confine tra antisemitismo autentico e critica politica legittima. Come ha ricordato il capogruppo dem Francesco Boccia in aula, quegli esperti non intendevano negare o relativizzare l'antisemitismo: volevano separarlo dalla critica politica. Quella dichiarazione è stata ignorata dal Parlamento italiano. Cosa resta, alla fine? Resta una legge che, al netto delle rassicurazioni di facciata, costruisce un meccanismo giuridico capace di equiparare la critica a uno Stato — Israele — con la discriminazione contro un popolo — gli ebrei. Resta una norma che introduce nel diritto italiano il concetto di «percezione» come criterio qualificante. Resta un testo che, nelle sue clausole finali, estende la propria portata potenziale a chiunque venga «percepito» come legato alla comunità ebraica. Lo chiamano DDL antisemitismo. Nella sua formulazione attuale, somiglia molto di più a un DDL anti-critica.

Di Eugenio Cardi