Meloni e il referendum sulla giustizia – Il retroscena: nel silenzio degli alleati, qualcosa non torna. E stavolta non è colpa della sinistra
Non è una storia di tradimenti conclamati. Non ancora. È peggio. È la storia di una lenta, silenziosa, chirurgica operazione di sottrazione. Di quelli che ci sono ma non ci sono. Di dichiarazioni di facciata che incendiano la prateria. Di comunicati stampa che sembrano scritti per inguaiare più che per difendere. Di big impegnati altrove – sempre altrove – nelle settimane più calde della campagna referendaria.
Nelle riunioni riservate che non finiscono mai sui verbali e raramente sui giornali, la premier avrebbe fatto presente con una certa bruschezza il punto della situazione: gli alleati stanno lasciando che questa consultazione diventi una storia sulla sua persona, non sulla riforma.
Il meccanismo è tanto semplice quanto diabolico. Se gli alleati di Forza Italia e Lega si defilano dalla campagna referendaria – presenza tiepida sul territorio, investimento comunicativo quasi nullo, dichiarazioni pubbliche che sistematicamente incollano il referendum non alla riforma del Parlamento ma alla scelta del governo o, peggio ancora, all'iniziativa personale della premier – allora il risultato è già scritto prima che si aprano le urne: qualunque cosa succeda, sarà un giudizio su Giorgia.
Vince? Ha vinto lei, non la coalizione. Perde? Ha perso lei, ed è ora di riequilibrare. Vince di misura? Ha stravinto sulla carta ma il Paese l'ha guardata con diffidenza. In tutti e tre gli scenari, il prezzo lo paga lei. E Matteo Salvini e Antonio Tajani – ciascuno per le proprie ragioni, ciascuno con la propria visione del dopo – si siedono al tavolo del giorno successivo con qualche carta in più.
Il calcolo politico è nudo e crudo, e a Palazzo Chigi non se ne fanno più un cruccio a nasconderlo, almeno fra le mura domestiche: ridimensionare Giorgia Meloni prima della volata finale conviene. Non mortalmente, sia chiaro – nessuno vuole una crisi di governo adesso, i conti non tornerebbero a nessuno – ma abbastanza da presentarsi alla trattativa pre-elettorale con il coltello dalla parte del manico. Seggi, collegi, capilista, fondi. La campagna elettorale è una torta enorme e il peso specifico di chi la taglia dipende da quanto il forno dell'alleato principale brucia bene. Con un occhio alla prossima legge di bilancio che sarà l'ultima prima del voto.
Chi gira i territori per FdI racconta di un'anomalia sempre più difficile da ignorare. Nei gazebo, alle riunioni di sezione, nelle piazze dove si dovrebbe spiegare ai cittadini perché vale la pena andare a votare sì, i militanti di Fratelli d'Italia ci sono. Quelli della Lega si vedono a corrente alternata. Quelli di Forza Italia, salvo eccezioni, sono fantasmi.
Non è solo questione di numeri. È la qualità della presenza che fa la differenza. I grandi nomi, i parlamentari di peso, i ministri che muovono le telecamere – tutti occupatissimi. C'è chi ha un convegno, chi una missione istituzionale, chi un'intervista su tutt'altro. Come se la campagna referendaria fosse un impegno di serie B, una cosa da delegare ai quadri intermedi mentre i big si riposano le gambe per il vero sprint.
E intanto il racconto pubblico si autoalimenta. Ogni giorno che passa senza una voce forte di Salvini o Tajani che spiega, difende, attacca sull'elezione diretta del premier, è un giorno in cui il campo mediatico viene lasciato libero alla narrazione dell'opposizione: questa è la consultazione di Meloni, votatela se la amate, bocciatela se ne avete abbastanza. Esattamente la personalizzazione che Giorgia non vuole. Esattamente quella che, a occhio e croce, qualcuno dei suoi sta contribuendo ad alimentare.
C'è un dettaglio che nei palazzi del potere viene considerato quasi più rivelatore dei silenzi: le parole scelte. Perché le parole, in politica, non sono mai casuali. Vengono soppesate, testate, approvate prima di uscire dalla bocca di un leader o di un sottosegretario ben posizionato.
Ebbene, nelle ultime settimane, da ambienti di Forza Italia e Lega continuano a uscire formulette che suonano all'orecchio di Fratelli d'Italia come piccoli ordigni a orologeria. La riforma del governo. La scelta dell'esecutivo. Un'iniziativa che viene da Palazzo Chigi. Non la nostra riforma. Non la battaglia del centrodestra. Non ciò per cui ci siamo battuti insieme.
È una sfumatura, si dirà. Ma in politica le sfumature sono tutto. Queste parole costruiscono una distanza. Creano l'impressione che FI e Lega siano spettatori di una partita altrui, osservatori benevoli ma non protagonisti. Il che, tradotto nel linguaggio del voto, significa: se il risultato è buono ce ne appropriamo, se è cattivo era roba sua.
A Palazzo Chigi hanno i nervi scoperti su questo punto. E si capisce.
Chi conosce bene i meccanismi della coalizione dice una cosa semplice: bisogna capire cosa vuole ciascuno dei due contraenti.
Antonio Tajani è un animale politico di lungo corso. Sa che Forza Italia, senza Silvio Berlusconi, deve trovare un nuovo equilibrio nel sistema-centrodestra. Sa che dipende troppo dall'ombrello di FdI. Glielo hanno detto anche da Arcore. Sa che il giorno in cui si ridisegnano le liste, se Meloni è forte, le sue richieste vengono accolte con benevolenza paternalistica. Se Meloni è indebolita, il tavolo è più paritetico. La matematica è questa.
Matteo Salvini ha un problema diverso ma speculare. La Lega ha perso consensi, è sotto pressione sul territorio, deve dimostrare di contare ancora. Un referendum che va storto per la premier è un'occasione per ricaricare la batteria. Non per rivendicare la vittoria della sconfitta – sarebbe goffo – ma per presentarsi come l'interlocutore indispensabile della fase due. Il messaggio classico dei partner junior che vogliono rinegoziare le quote: senza di noi non si va da nessuna parte, e adesso ve lo dimostriamo.
Entrambi sanno che dopo il referendum si aprirà la stagione delle grandi manovre pre-elettorali. Collegi da dividere, capilista da scegliere, simboli da posizionare. In quel tavolo, il peso specifico di ciascuno dipenderà da quanta forza avrà o non avrà Giorgia Meloni. È una questione di fisica politica elementare.
E allora il dubbio che tormenta la premier si fa domanda diretta, l'unica che conta: conviene davvero agli alleati arrivare a quel tavolo con una leader uscita trionfante dal referendum? O conviene arrivare con una premier che ha vinto sì, ma a fatica, tra mille distinguo, con qualche ammaccatura visibile?
La risposta, se siete stati attenti, la sapete già.
Ufficialmente, tutti smentiscono. Tajani giura fedeltà assoluta. Salvini garantisce impegno totale. I portavoce lavorano ai comunicati, i social manager pompano hashtag di coalizione.
Ma nei corridoi, nelle cene riservate, nelle telefonate e negli scambi di messaggi che vengono cancellati appena dopo, la domanda circola libera e implacabile: è una coincidenza che la personalizzazione cresca proprio mentre l'impegno degli alleati cala? O è una strategia?