Referendum giustizia, Meloni se ne frega di Mattarella, nel prossimo mese opera di demolizione e di delegittimazione di giudici - RETROSCENA
Chi voterà “sì”, secondo lo schema di Meloni & Co, non lo farà per confermare la riforma costituzionale con la separazione delle carriere dei giudici. Ma per tagliare le unghie e mettere al loro posto i magistrati colpevoli di “ostacolare” e “vanificare” il lavoro dell’esecutivo su temi sensibili per il popolo di centrodestra
Meloni-Fazzolari-Mantovano: attaccare i giudici senza nominare il referendum. Una furbata molto democristiana.
Ora è ufficiale. Giorgia Meloni è definitivamente in campo nella battaglia per il referendum sulla giustizia. Ma, attenzione, la premier ha imbracciato l’artiglieria senza mettere apertamente anima, corpo e faccia a sostegno del fronte del “sì”. Una furbata, un’astuzia - messa a punto a palazzo Chigi durante un vortice di incontri tra Giorgia, il potente sottosegretario Alfredo Mantovano, il braccio destro Giovanbattista Fazzolari, la sorella d’Italia Arianna Meloni – per provare disperatamente a tenere distinta la sorte del governo dal destino del referendum sulla separazione delle carriere dei magistrati. Per “non finire come Matteo Renzi” che, nel 2016, passò direttamente dalla crociata per il “sì” alla sua riforma costituzionale, allo sfratto dalle stanze dei bottoni.
Dopo giorni di ansie e di timori, con i sondaggi che settimana dopo settimana davano il “no” in forte rimonta, Meloni e i suoi hanno deciso di rompere gli indugi per provare a mobilitare il proprio elettorato. Come? Trasformando la campagna referendaria in un’opera di demolizione e di delegittimazione di giudici, in modo da far diventare il voto del 22 e 23 marzo un plebiscito pro o contro i magistrati e il governo.
Chi voterà “sì”, secondo lo schema di Meloni & Co, non lo farà per confermare la riforma costituzionale con la separazione delle carriere dei giudici. Ma per tagliare le unghie e mettere al loro posto i magistrati colpevoli di “ostacolare” e “vanificare” il lavoro dell’esecutivo su temi sensibili per il popolo di centrodestra: i migranti e la sicurezza. Chi voterà “no”, invece, lo farà per colpire Meloni e difendere le “toghe politicizzate” e la loro “mala giustizia”. Uno schema che porterà a un’escalation dello scontro tra istituzioni dello Stato, in barba all’altolà di Sergio Mattarella ad abbassare i toni e al rispetto reciproco, scandito ieri in modo plateale al Csm. Del resto, ormai, il Quirinale viene inserito dal cerchio magico meloniano nella lista dei “nemici”.
Che questa sia la strategia l’ha dimostrato Meloni con due attacchi ad alzo zero contro i giudici, in meno di ventiquattro ore. Senza mai nominare la parola “referendum” o senza mai lanciare un appello a favore del “sì”. Ma scagliandosi sempre e comunque contro “una parte politicizzata della magistratura” che “premia chi non rispetta la legge”. Lunedì Giorgia l’ha fatto in seguito “alla surreale decisione” del tribunale di Roma di risarcire “con soldi degli italiani un immigrato irregolare con 23 condanne” trasferito in Albania. Poi, dopo la sentenza del tribunale di Palermo che ha condannato il governo a pagare i danni (76mila euro) alla nave della ong tedesca, Sea Watch comandata da Carola Rackete, sequestrata illegalmente da Matteo Salvini nel 2019.
“Ma andremo avanti, contrasteremo l’immigrazione illegale nonostante la magistratura politicizzata voglia impedircelo”, promette Meloni per galvanizzare i suoi. E per continuare ad additare i giudici come i “responsabili” del fallimento dei due centri per migranti costruiti in Albania (costati ai contribuenti italiani oltre 700 milioni di euro). La domanda sottointesa, lasciata galleggiare nell’opinione pubblica: ‘Quale altra nefandezza dovranno compiere i magistrati prima che gli italiani si decidano a fermarli e a metterli in riga votando sì?!’.
Funzionerà? Lo diranno le urne il 23 marzo. Ciò che è certo è che Meloni rinuncia a spiegare le ragioni del “sì” nel merito. Abdica a difendere la riforma voluta dal suo governo e approvata a marce forzate dalla sua maggioranza in Parlamento. Troppo tecnico il tema. Troppo rischioso legarsi mani e piedi alla consultazione. E poi, dopo settimane di tormenti, la scelta di attaccare a testa bassa la magistratura senza mai pronunciare la parola “referendum”, è considerata a palazzo Chigi come “la migliore soluzione”. Come una furbata, appunto.
Meloni, interrogandosi sul da fare con Mantovano, Fazzolari e Arianna, per giorni ha sfogliato la margherita: “Metto la faccia sul referendum o è meglio se non ce la metto? Se ce la metto riuscirò a mobilitare meglio il nostro elettorato e a spingerlo ad andare alle urne. Ma se lo faccio, finisco per politicizzare lo scontro e per spingere molti potenziare astensionisti a votare no”. Insomma, un vicolo cieco.
Tutto questo, con i sondaggisti che, mese dopo mese, sono arrivati alla conclusione che solo un’alta partecipazione (superiore al 40-45%) permetterà al “sì” di prevalere sul “no”. Da qui la decisione di alzare lo scontro con i magistrati su migranti e sicurezza per mobilitare gli elettori di centrodestra e spingerli come un esercito in armi verso le urne.
Di Christopher Robin