Palazzo Chigi guarda altrove: il generale Vannacci non preoccupa la maggioranza. E spera che il caso mediatico si sgonfi

Il “caso Vannacci” continua a essere agitato come uno spauracchio, ma nei Palazzi non fa tremare neppure una tenda. Roberto Vannacci, ex generale, europarlamentare leghista voluto da Matteo Salvini e oggi vice-segretario federale del Carroccio, è molto più rumoroso che pericoloso. Anzi: più che paura, suscita un sentimento diffuso e inconfessabile. Sollievo preventivo.


A via Bellerio la linea è chiarissima: non parlarne. Ordine tassativo del Capitano ai suoi. Bocche cucite, telefoni muti, dichiarazioni zero. Non perché il problema sia esplosivo, ma perché – come sussurrano i veterani – “si sta sgonfiando da solo”. O almeno è quello che si spera. Futuro Nazionale, il nome depositato con tempismo chirurgico, fa titolo ma non fa voti. E nella Lega i voti contano ancora più delle polemiche.


I numeri, infatti, sono impietosi. Dove passa Vannacci, il Carroccio arretra. In Toscana, sua terra, la Lega sprofonda sotto il 5% e porta a casa un solo consigliere. Al Sud, senza il generale mediatico, va meglio. Molto meglio. E poi c’è il Veneto, il vero incubo silenzioso dell’ex militare: lì Luca Zaia – liquidato con sufficienza come “non benchmark” – porta la Lega oltre il 30%, doppia Fratelli d’Italia e riporta il partito ai fasti che furono. Traduzione: Zaia traina, Vannacci frena.


I sondaggi ballerini che regalano a Futuro Nazionale un 5% (quando va male) o un fantasmagorico 10-20% (quando va di fantasia) fanno sorridere i leghisti di lungo corso. Li hanno già visti quei film. Sempre con lo stesso finale. Flop. E non è un caso se nessuno, nel sovranismo tricolore, ha davvero aperto le porte all’ex generale. Persino Marco Rizzo, che colleziona decimali, ha preferito sfilarsi.


A Palazzo Chigi osservano la scena con olimpica indifferenza. “Non entriamo nelle dinamiche degli altri partiti”, ripetono da FdI. Ma sotto sotto un’uscita di Vannacci dalla Lega farebbe comodo: meno strappi con Bruxelles, meno bordate quotidiane contro Ursula von der Leyen, più agibilità europea per Giorgia Meloni. Sovranismo sì, ma con moderazione e percentuali reali.
Salvini minimizza, derubrica, accusa i giornalisti di inventare problemi che “non esistono”. Copione rodato. Ma nei corridoi parlamentari il giudizio è unanime: Vannacci è un corpo estraneo, utile per fare rumore, inutile per costruire consenso. I fedelissimi sono pochissimi. Gli altri aspettano.


E pesa come un macigno una legge non scritta della politica padana: chi esce dalla Lega, sparisce. È già successo. Sempre. Per questo, lontano dai riflettori, in molti non temono la scissione. La auspicano.