Corteo pro Askatasuna e aggressione dell'agente Calista: guerriglia urbana contro la Polizia per odio verso lo Stato o verso il Governo?
Un giovane agente brutalmente picchiato col calci, pugni, bastoni e martello mentre svolgeva il ruolo di "servitore dello Stato". Il modo in cui il corteo torinese è degenerato in anarchia interroga sulla necessità di un nuovo decreto sicurezza. E lascia aperto un interrogativo: cosa sarebbe accaduto se il poliziotto avesse estratto la pistola per difendersi legittimamente?
Nel vedere in televisione i servizi che documentavano la violentissima aggressione subìta a Torino da un agente della Polizia di Stato del reparto mobile impegnato nel servizio di ordine pubblico per contenere e contrastare i dimostranti del corteo indetto per rimostrare contro lo sgombero del centro sociale Askatasuna - aggredito con una ferocia inaudita da un branco di delinquenti incappucciati ed armati di armi improprie che si sono accaniti contro la sua persona come fosse un nemico, ovvero come se fosse in atto una vera e propria guerra civile - non può non far riflettere l'idea che il Governo ponga mano con assoluta urgenza ad un nuovo decreto sicurezza.
L’aggressione è avvenuta durante gli scontri vicino al Campus universitario Einaudi, dove l’agente è stato circondato e aggredito da un gruppo di antagonisti. Nel video si vedono una decina di antagonisti che si avvicinano al poliziotto e lo colpiscono con calci, pugni e bastoni tra i quali un martello, puntandogli contro anche una luce laser verde.
Il poliziotto, a terra, perde il casco e nonostante la violenza dei colpi subìti coprendosi la testa con le mani riesce faticosamente ad alzarsi e in quel momento viene soccorso da un collega a cui poi se ne aggiungeranno altri che indurranno gli antagonisti ad allontanarsi.
L'agente ha riportato contusioni multiple e una ferita da martello sulla coscia sinistra, che è stata suturata. Ma la domanda è se l’agente avrebbe potuto agire legittimamente impugnando l’arma in dotazione e sparando contro gli aggressori travisati ed armati di armi improprie che stavano attuando una violenza dalle oggettive caratteristiche volte a produrgli gravi lesioni. E che sarebbe potuta sfociare persino con la sua morte se il martello lo avesse colpito in testa.
Questo dubbio sorge per le altrettanto oggettive immagini di una guerriglia urbana esplosa senza alcuna giustificazione se non per cercare uno scontro contro lo Stato per un provvedimento - quello dello sgombero della sede del centro sociale Askatasuna - attuato secondo le norme dello Stato di diritto a seguito e soprattutto nell’ambito di una serie di indagini su azioni di violenza e di disordini avvenuti durante cortei e proteste a Torino nel corso degli ultimi mesi del 2024 e durante il 2025.
Infatti la Procura di Torino, con il coordinamento della Digos, aveva collegato Askatasuna e alcuni suoi membri a vari episodi di contestazione e di proteste violente sfociati durante le manifestazioni pro-Palestina ed altre mobilitazioni cittadine, con attacchi e danneggiamenti attuati contro varie sedi tra le quali il quotidiano La Stampa e le società OGR (Officine Grandi Riparazioni di Torino) che costituisce un ex complesso industriale dell'Ottocento, riqualificato dalla Fondazione CRT e Leonardo (ex Finmeccanica) che rappresenta un primario gruppo industriale italiano, leader globale nei settori della Difesa, Aerospazio e Sicurezza.
Azioni che costituendo manifesti atti di violenza e resistenza aggravata a pubblico ufficiale e lesioni durante le citate manifestazioni, e che sfociate nell’invasione di edifici e danneggiamenti aggravati, hanno portato alla perquisizione dell’edificio di Askatasuna e all’adozione di misure cautelari con l’identificazione di decine di persone potenzialmente coinvolte nelle citate violenze.
Va ricordato che nei mesi precedenti lo sgombero si era svolto anche un processo giudiziario relativo ad attivisti collegati ad Askatasuna per i quali la Procura aveva ipotizzato il reato di "associazione a delinquere" con finalità eversive per alcuni membri del centro sociale, ma il giudice dell’udienza preliminare aveva rigettato questa accusa iniziale e il successivo processo aveva visto la caduta di questa accusa principale per la maggior parte degli imputati. Infatti nel processo conclusosi a marzo 2025, una parte degli imputati erano stati assolti dall’accusa di associazione a delinquere "perché il fatto non sussiste", mentre altri erano stati condannati per singoli episodi di reato, con pene differenziate.
Richiamati sommariamente i fatti che non possono non essere ritenuti a fondamento di quanto è avvenuto sabato 31 gennaio 2026 a Torino, non si può non ritenere ugualmente che i manifestanti cercassero di farci scappare il morto, tanto che quanto è avvenuto all’agente di Polizia deve indurre il Governo e il Parlamento a riflettere e comprendere se nel caso in cui si possano ipotizzare attacchi costituenti una vera e propria guerriglia urbana, come nel caso di specie, debbano essere vietati tassativamente tali cortei.
Mentre rimane la domanda fatidica: se l’agente della Polizia di Stato, aggredito selvaggiamente da quella orda selvaggia di malviventi, avesse usato l’arma in dotazione e avesse fatto fuoco uccidendo uno o più di quei rivoltosi travisati, sarebbe stato indagato per omicidio volontario o sarebbe scattata una delle due cause di esclusione del reato?
Non è avvenuto fortunatamente tutto questo, ma è accettabile che un servitore dello Stato debba subire sulla sua persona la violenza intrisa di odio e di disprezzo che gli ha prodotto gravi lesioni e che avrebbe potuto anche provocargli la morte, sol perché non esiste una norma che renda giustizia a chi è in prima linea, e dove la filosofia non serve a nulla? Anche a queste domande dovrà dare risposte concrete un nuovo auspicato e auspicabile decreto sicurezza da parte dell’attuale compagine di Governo!