L’io del potere Khomeinista travestito da Dio- la sinistra ideologica che tace

Nemici del Dio khomeinista, nemici della sinistra veterocomunista :la rimozione colpevole della sinistra davanti al massacro dei giovani iraniani che chiedono libertà e dignità

La religione trasformata in strumento di repressione, la violenza elevata a legge, il silenzio ideologico della sinistra davanti al sacrificio dei giovani iraniani

In Iran i khomeinisti, da troppo tempo e con una frequenza sempre più brutale in questi giorni, giustificano nel nome di Dio le uccisioni dei giovani “ribelli”.

Uccidono non nel nome del Dio della trascendenza, della fratellanza, della misericordia o della giustizia, ammesso e non concesso che si possa uccidere in virtù di un tale Dio, ma del loro  Dio funzionale, costruito dal potere, piegato a strumento di dominio. Un Dio ridotto a ideologia di Stato, a copertura sacrale della violenza politica.

Il regime khomeinista definisce i giovani manifestanti “nemici di Dio”. È una formula assoluta, che non ammette repliche né difese: chi è nemico di Dio non è più cittadino, non è più oppositore, non è più persona. È un colpevole ontologico. Un corpo eliminabile. La pena è la morte.

E’ un fenomeno che ci riporta indietro al medioevo quando il potere si sacralizzava, ed il diritto e l’umanità scomparivano di fronte a tale abominio. Oggi in Iran non si governa più in nome della legge, ma della scomunica. Non si reprime un reato, si annienta un empio. Il dissenso politico viene trasformato in colpa metafisica. E Dio, da fine ultimo, viene degradato a mezzo per conservare privilegi, reprimere libertà, disciplinare i corpi, soprattutto quelli femminili, e congelare un’intera società nella paura.

Il Dio invocato dagli ayatollah non è trascendenza, è in relatà la maschera dietro la quale si cela il loro Io.L’io del potere, delle ricchezze accumulate, della corruzione sistemica, del controllo ossessivo. Un Dio espediente di una condotta umana degenerata, un concetto astratto, costruito per legittimare l’arbitrio e rendere eterna una classe dirigente che teme il popolo più di ogni altra cosa.

Le conseguenze sono evidenti: migliaia di morti, decine di migliaia di arresti, torture, sevizie, carceri trasformate in luoghi di annientamento fisico e psicologico. A essere colpiti sono soprattutto i giovanissimi, colpevoli di aver chiesto ciò che dovrebbe essere ovvio: laicità dello Stato, libertà personale, giustizia sociale, condizioni economiche dignitose. In una parola: futuro.

Ed è qui che si consuma la seconda violenza, meno visibile ma non meno grave: il silenzio.

Una parte consistente della sinistra occidentale, e italiana in particolare, sembra incapace di riconoscere questa tragedia per ciò che è. L’universalismo dei diritti umani viene sospeso, relativizzato, subordinato alla convenienza ideologica. La libertà vale solo se non disturba lo schema geopolitico. I diritti diventano selettivi. Esistono vittime “giuste” e vittime irrilevanti.

I giovani iraniani non rientrano nella narrazione utile. Combattono un regime autoritario, ma anche ferocemente antiamericano e antisraeliano. E questo basta, per una certa sinistra, a renderlo tollerabile. Meglio un popolo oppresso che un popolo libero fuori dallo schema. Meglio il silenzio che la coerenza.

Questa non è prudenza diplomatica. È rimozione morale. È la rinuncia all’umanesimo in favore dell’ideologia. È la sostituzione della compassione con il calcolo politico.

Eppure quei ragazzi non chiedono l’Occidente, né interventi esterni, né privilegi. Chiedono ciò che ogni sinistra autenticamente democratica dovrebbe riconoscere come elementare: la separazione tra Stato e religione, il rispetto della persona, l’eguaglianza davanti alla legge, la possibilità di vivere senza paura, la libertà in tutte le sue declinazioni.

Pertanto, essere oggi “nemici del Dio khomeinista” significa essere colpevoli due volte: per il regime che uccide in nome di un Dio che è la maschera dell'io degli ayatollah e per una sinistra che ha smesso di riconoscere l’uomo quando non serve alla propria narrazione. Chi tace davanti al massacro dei giovani iraniani non sceglie la neutralità. Sceglie l’indifferenza.E l’indifferenza, nella storia, non è mai stata neutra, è sempre stata complice.