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Serravalle, ha vinto la giustizia? No, troppo lunghi i tempi del processo. Ma ha vinto Albertini, difensore del Comune di Milano

Il caso Serravalle è passato attraverso alterne e contorte vicende, durate ben 16 anni, che hanno interessato oltre alla Procura, la Corte di Appello, il Consiglio di Stato, la Cassazione e la Corte dei Conti

Di Pierfranco Faletti

12 Febbraio 2022

Serravalle, ha vinto la giustizia? No, troppo lunghi i tempi del processo. Ma ha vinto Albertini, difensore del Comune di Milano

Fonte: lapresse.it

Da qualche tempo, in Italia, sparare contro la Magistratura è come sparare contro la Croce Rossa. Cionondimeno assai poco sembra cambiato all’interno di quel mondo, anche se alcuni episodi vanno contro corrente. Uno di questi è la conclusione del clamoroso processo, terminato nelle scorse settimane, nel più totale disinteresse dei media, che aveva visto come protagonista un altissimo dirigente del PD, il Presidente della Provincia di Milano, ora scomparso, Filippo Penati, braccio destro dell’allora Segretario Nazionale del Partito Pierluigi Bersani.

Il caso Serravalle

Secondo quanto emerso dall’inchiesta, per facilitare, attraverso complicate transazioni finanziarie, l’acquisto da parte dell’Unipol di Giovanni Consorte, della Banca Nazionale del Lavoro, la Provincia di Milano nel 2005 aveva rilevato, strapagandole, il 15% di azioni della Società Serravalle, che possiede l’Autostrada Milano - Genova e le tangenziali milanesi,  incrementando così la quota già posseduta.

Il venditore era l’imprenditore Marcellino Gavio che, in soli 18 mesi dall’acquisto delle stesse, aveva realizzato una plusvalenza di 176 milioni di euro. Dal momento che il diavolo fa le pentole ma non i coperchi, i promotori dell’operazione avevano sottovalutato il Sindaco di Milano Gabriele Albertini. Il Comune da lui diretto possedeva infatti altre azioni della stessa società, unite in un patto di sindacato a quelle della Provincia.

Albertini sospettò subito della correttezza di quella operazione e la denunciò alla Procura della Repubblica, sia per ragioni etiche, che per le ricadute economiche negative sul Comune da lui diretto. L’istruttoria fu affidata al Pubblico Ministero Alfredo Robledo, che la tenne ferma per sette anni, di fatto insabbiandola.

Ad Albertini non restava che tornare alla carica, come gli indiani a Fort Apache, avendone come risposta una denuncia penale per calunnia da parte di Robledo.

Questa brutta storia è passata attraverso alterne e contorte vicende, durate ben 16 anni, che hanno interessato oltre alla Procura, la Corte di Appello, il Consiglio di Stato, la Cassazione e la Corte dei Conti.

Recentemente si è arrivati alla conclusione, la verità è finalmente emersa, anche se il principale protagonista non c’è più.

È stato accertato che il prezzo a suo tempo pagato era esorbitante, che il patto di sindacato era stato violato, che Albertini non aveva calunniato nessuno.

Ad alcuni funzionari dell’ex Giunta Penati, fra cui il Direttore Generale, il Capo di Gabinetto e ben otto ex Assessori provinciali, è stato richiesto dalla Corte dei Conti, un risarcimento complessivo di 44,5 milioni di euro per danno erariale.

Robledo, nel frattempo, è stato trasferito da Milano e poi ha lasciato addirittura la Magistratura.

Ha vinto la giustizia? Direi forse di no. Troppo lunghi, esasperanti, quasi parossistici, i tempi del processo, troppe le connivenze tra politica e Magistratura, inaccettabili alcune prescrizioni, evidente, almeno nella fase iniziale, la presenza del “Sistema”, quello raccontato nei libri di Luca Palamara ed Alessandro Sallusti.

Ha invece certamente vinto un galantuomo, Gabriele Albertini, l’ottimo ex Sindaco di Milano, che non si è fermato difronte a nulla ed a nessuno e ha difeso, a sue spese, con le unghie e con i denti, gli interessi del Comune di Milano, interpretando correttamente il pensiero di Charles de Montesquieu quando dice che: "L’uomo ha la pietra di paragone per saggiare l’oro, ma l’oro è la pietra di paragone per saggiare l’uomo".

Di Pierfranco Faletti  

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