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Mario Draghi, altro che "nonno" delle istituzioni: è piuttosto un "volpone" della politica

Lo stile di Draghi è quello di vedere il tutto in modo un po’ distaccato, non passionale, non emotivo, quasi "da lontano"

Di Pierfranco Faletti

01 Gennaio 2022

Mario Draghi, altro che "nonno" delle istituzioni: è piuttosto un "volpone" della politica

Fonte: lapresse.it

I numerosi talk show televisivi di questi ultimi mesi, riportano alla mente una frase del grande scrittore irlandese Oscar Wilde, che dice: “L’esperto è un uomo che sa esattamente come andranno le cose e che poi vi sa spiegare esattamente, perché le cose sono andate in modo del tutto diverso”.

Mario Draghi che, a differenza di quanto lui stesso vuol far credere, piuttosto che un nonno, è un politico di lungo corso, si è ben guardato dal conferire quotidianamente in TV, come faceva il suo predecessore, per spiegare quanto stesse succedendo e che cosa stesse per succedere, mettendosi in concorrenza con scienziati, esperti, primari ospedalieri, consulenti a vario titolo, ministri, viceministri, sottosegretari, portaborse e chi più ne ha più ne metta.

Il suo stile è sempre stato invece quello di vedere il tutto in modo un po’ distaccato, non passionale, non emotivo, quasi “da lontano”. Lui ha preferito dire soltanto l’essenziale, anzi forse qualcosa di meno, lasciando che altri si sporcassero le mani. 

Questi altri chi sono? Certamente il Commissario Francesco Paolo Figliuolo, che non ha avuto però l’incarico di informarci sul decorso della malattia e sui tempi di efficacia dei tamponi, ma quello di organizzare la più vasta operazione di vaccinazione mai attuata in Europa, la qual cosa gli è riuscita perfettamente. A lui si aggiungono, fra gli altri, Silvio Brusaferro, Presidente dell’Istituto Superiore di Sanità, Giovanni Rezza, Direttore Generale della Prevenzione Sanitaria, Franco Locatelli, Coordinatore del Comitato Tecnico Scientifico. Infine il patetico Ministro della Salute Roberto Speranza, issato e tenuto su una sella molto, ma molto più grande di lui, che ha fallito clamorosamente la gestione della fase iniziale della pandemia, che ha subito poi l’incapacità e l’arroganza dello spavaldo Commissario Domenico Arcuri, per rintanarsi infine nelle stanze del suo Ministero, come un qualsiasi spettatore delle decisioni e delle azioni di altri. Un Ministro inadeguato e perfino a volte imbarazzante. Un uomo che ha avuto soltanto un’importante credenziale, che è il solido rapporto esistente fra il Premier e Pierluigi Bersani, nato venti anni fa, ai tempi della parziale privatizzazione del sistema elettrico italiano, quando l’uno era un valido Direttore Generale del Ministero del Tesoro e l’altro un eccellente Ministro dell’Industria.

Bersani e Speranza militano infatti entrambi in LEU e, nonostante la pochezza politica e numerica di quel partitino, sono riusciti a presidiare il più importante Dicastero, vista la pandemia, dell’attuale Governo.

Mario Draghi ha inoltre dovuto subire, questa volta per imposizione, il Ministro dell’Interno Luciana Lamorgese, sponsorizzata dal Capo dello Stato, probabilmente anche per le comuni origini Palermitane. 

In un momento di inaspettato picco dei contagi e di crisi drammatica della campagna tamponi, ma soprattutto di affannosa gestione politica della pandemia nel suo complesso, questo Ministro imbelle e supponente, permette ogni giorno l’ingresso in Italia di svariate centinaia di immigrati, come se nulla fosse, senza adeguati controlli sanitari, senza rigorosi controlli politici e senza sapere soprattutto dove e come collocarli.

Nessun progetto, nessuna strategia, nessuna visione politica!

Così l’Angelo nocchiero Mario Draghi, di dantesca memoria, nel pieno dei marosi pandemici, si trova ad avere ai suoi lati i due principali traghettatori, quello della salute e quello della sicurezza, che non sanno navigare, come dovrebbero, seguendo le stelle.

Tra le tante riforme costituzionali presentate negli ultimi trenta anni nel Parlamento italiano e mai trasformatesi in legge dello Stato, c’è stata anche quella relativa alla nomina e alla revoca dei singoli Ministri, da parte del Presidente del Consiglio, come avviene in Francia e nel Regno Unito, tanto per citare due autorevoli esempi.

È una norma sacrosanta e più che mai indispensabile, che permette l’avvicendamento dei membri del Governo, senza dover far dimettere, come avviene in Italia, tutto l’esecutivo. Ogni direttore d’orchestra dovrebbe infatti avere sempre il diritto/dovere, di poter sostituire singolarmente i propri orchestrali, quando li ritenesse inadatti a garantire la piena coralità di tutto l’ensemble.

E questo mi sembra sia il caso oggi del nostro Premier. L’attuazione di una norma siffatta sarebbe pertanto, per il nostro Paese, l’augurio più bello per festeggiare il nuovo anno!

Di Pierfranco Faletti

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