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Giustizia, una riforma non basta: bisogna 'ripulire' il sistema dalla politica

A distanza di ottanta anni, ci ritroviamo pertanto ancora una giustizia che si è fatta politica, certamente meno manifesta, più sofisticata e più subdola di quella di allora

Di Pierfranco Faletti

25 Settembre 2021

tribunale

Le clamorose assoluzioni di Marcello dell’Utri, dei generali dei carabinieri Mario Mori e Antonio Subranni e del colonnello Giuseppe De Donno, confermano che l’insegna: “La legge è uguale per tutti”, che troneggia nelle aule nei nostri tribunali risponde a verità, ma a quale prezzo e con quali tempi?

Tutt’altro discorso si deve fare per le Procure, dove troppi sono i casi di malagiustizia soprattutto quando, come in quest’ultimo, l’assoluzione è avvenuta perché il fatto non sussiste.

Ciò significherebbe, in pratica, che il processo, a quanto pare totalmente senza prove, non si sarebbe nemmeno dovuto tenere.

Costi enormi per il contribuente, dolori e drammi lunghissimi per persone e famiglie, discredito che coinvolge una Magistratura che, alla fine, soltanto dopo anni e anni, con le sentenze dei Tribunali, mostra spesso il suo lato migliore.

Il nostro sistema giudiziario è figlio del clima postfascista. Sconfitto Mussolini, si voleva bloccare in modo radicale l’influenza della politica sulla Magistratura: processi stabiliti e manovrati a tavolino e sentenze decise negli uffici del partito nazionale fascista.

Lo schema del nostro ordinamento è stato così influenzato, come era logico che fosse, da questa realtà oggettiva ed il legislatore, nel dopoguerra, ha volutamente garantito la massima indipendenza ai nostri magistrati, impensabile in questi termini, in tutti gli altri paesi democratici del mondo occidentale.

Autonomia assoluta, soprattutto dei Pubblici Ministeri, nella promozione e nella gestione delle inchieste, nello svolgimento dei dibattimenti, nell’interpretazione delle leggi, nell’accettazione dei testimoni, nella formulazione e motivazione delle sentenze finali, nonché infine nei tempi di svolgimento dei processi.

Ma l’autonomia totale si estende anche all’organizzazione della struttura giudiziaria, alla scelta del personale e soprattutto nel giudizio sull’operato dei Pubblici Ministeri e dei Giudici, permettendo loro di fatto, qualsiasi tipo di intercettazione e di fuga di notizie, che tanto peso hanno nell’orientare l’opinione pubblica.

La magistratura da “ordinamento” dello Stato si è trasformata così in “potere autonomo dello Stato”. I magistrati da funzionari sono diventati istituzioni, senza limitazioni e controlli, con due requisiti principali: l’insindacabilità e l’inamovibilità.

Insindacabilità perché si giudicano tra di loro, generalmente con molta amorevolezza ed inamovibilità perché, come nel caso della Procura di Milano, un PM può operare nella stessa sede per 30/40 anni, fenomeno unico al mondo, senza essere turnato.

Perché siamo arrivati a questa situazione?

Quando Alcide De Gasperi, nel dopoguerra, formò il Governo di unità nazionale, che comprendeva come oggi quasi tutti i partiti politici presenti sulla scena, Palmiro Togliatti, capo del Partito Comunista, chiese in subordine al Ministero degli Interni, che gli era stato negato, il Ministero di Grazia e Giustizia.

Il primo provvedimento preso dal nuovo Ministro, fu quello di sospendere i concorsi per l’ingresso in magistratura, sostituendoli con le chiamate dirette.

La motivazione era ovviamente legata all’emergenza post-bellica.

400 magistrati di sinistra, accuratamente selezionati, entrarono così come un plotone, in meno di un anno in nodi chiave del sistema giudiziario italiano, soprattutto nelle Procure, con alcune conseguenze pratiche: blindare i loro poteri, per tutelare questa isola rossa del PCI e creare le correnti, per compattare il pensiero unico ed iniziare quindi quell’uso politico della giustizia, esploso in modo eclatante negli ultimi trenta anni.

La riprova di ciò sono stati i tantissimi seggi parlamentari occupati man mano da magistrati, in gran numero Procuratori, politicamente impegnati a sinistra, a partire da nomi famosi quali Luciano Violante, Pietro Grasso e Gerardo d’Ambrosio, addirittura messo a capo del Pool di Mani Pulite a Milano, che ha sconvolto gli equilibri politici ed economici del nostro paese. Lui si era sempre onestamente dichiarato sostenitore del PCI. Tutto questo é avvenuto, tra l’altro, permettendo a questi signori di passare, senza vincoli di legge, dal seggio parlamentare a quello giudiziario e viceversa, le cosiddette porte scorrevoli, altra anomalia mondiale italiana.

Leggiamo in questi giorni sui media, indiscrezioni circa la probabile sanzione che il CSM, l’organo di controllo di tutto il sistema giudiziario italiano, presieduto dal Presidente della Repubblica, dovrebbe infliggere al Pubblico Ministero di Milano Fabio De Pasquale, promotore dell’inchiesta contro i dirigenti del gruppo ENI. Tale sanzione, secondo quanto si è ripetutamente letto, si dovrebbe limitare ad un trasferimento per incompatibilità ambientale, da Milano ad altra sede.

Il PM milanese è accusato di avere occultato scientemente delle prove a favore della difesa, per fare condannare in primo grado gli imputati cosiddetti eccellenti dell’ENI, poi totalmente assolti in appello.

Mi sono domandato? Se un caso del genere fosse capitato, per esempio, all’Amministratore Delegato di una società per azioni che, mutatis mutandis, avesse occultato delle perdite della propria azienda, per modificare a suo favore i risultati di bilancio, sarebbe forse stato trasferito in un’altra azienda? Probabilmente sarebbe stato radiato dalla sua professione e mandato forse anche in prigione.

Nel caso ENI si trattava oltretutto non di soldi, ma del destino di vite umane e di famiglie innocenti.

A distanza di ottanta anni, ci ritroviamo pertanto ancora una giustizia che si è fatta politica, certamente meno manifesta, più sofisticata e più subdola di quella di allora e mimetizzata spesso sotto parole eclatanti, quali Democrazia e Costituzione. Gli aedi di questa brutta storia sono giornalisti di medio livello, quali tra i tanti Travaglio, Saviano e Lerner, che molti danni hanno causato all’Italia. Come quel soldato giapponese che, mesi dopo la fine della seconda guerra mondiale, girava per le Filippine alla ricerca del nemico americano, questi signori sono convinti, anche dopo le sentenze che li sconfessano, che tutti i loro nemici siano sempre e solo colpevoli e che i supremi giudici, per diritto divino, siano soltanto loro. È auspicabile che tra le tante cancrene di cui ci auguriamo ci libererà il Premier Mario Draghi ci sia un posto speciale per questa giustizia degenerata.

Di Pierfranco Faletti  

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