De Felice (Intesa Sanpaolo): "La crisi nello Stretto di Hormuz ci tocca; la chiave è trasformare risparmio e innovazione in crescita"

L’economista sottolinea come tensioni geopolitiche, mercato energetico e frammentazione europea possano ridurre il PIL e influenzare risparmio e competitività delle imprese

L’impatto della crisi nello Stretto di Hormuz potrebbe ridurre significativamente la crescita del prodotto interno lordo italiano nel 2026, avverte Gregorio De Felice, capo economista di Intesa Sanpaolo, intervenendo al festival Treviso Città Impresa. Secondo le ultime previsioni elaborate dalla banca, lo scenario base vede il Pil italiano in aumento dello 0,4%, la metà rispetto alla precedente stima dello 0,8%, a causa delle tensioni geopolitiche che coinvolgono il Medio Oriente e i mercati energetici.

Il livello di crescita dipende in maniera determinante dalla durata del blocco dei flussi di petrolio e gas attraverso lo Stretto, sottolinea De Felice. Se il blocco dovesse prolungarsi oltre la metà di maggio, lo 0,4% potrebbe già risultare ottimistico; protraendosi fino ad agosto, la crescita stimata scenderebbe allo 0,2%. L’incertezza è legata alle dinamiche geopolitiche, con una variabile politica statunitense influente in vista delle elezioni di midterm di novembre, che potrebbe spingere per una de-escalation per evitare pressioni inflazionistiche interne.

L’Europa tra autonomia energetica e competitività globale

De Felice mette in luce come la competizione economica attuale abbia assunto contorni sempre più politici e strategici. Secondo l’economista, gli shock esterni – dal Covid alla guerra in Ucraina fino alle tensioni energetiche attuali – stanno rimodellando l’economia globale, richiedendo risposte più rapide e incisive da parte dell’Unione Europea. In particolare, l’assenza di una politica energetica comune rappresenta un limite strutturale per la reazione europea alle crisi.

Sebbene ci siano stati progressi, come l’emissione di debito comune per sostenere l’Ucraina e il piano Next Generation EU, De Felice evidenzia ritardi su tecnologia e innovazione rispetto a Stati Uniti e altre economie avanzate. Il rischio è che senza un’accelerazione nei settori digitali e dell’intelligenza artificiale l’Europa possa perdere rilevanza in settori chiave dell’economia globale.

Il nodo dei mercati dei capitali e dei risparmi europei

Un altro punto sollevato dall’analista riguarda la struttura dei mercati dei capitali europei, che a suo giudizio ostacola la crescita delle imprese innovative. La frammentazione normativa tra Stati membri limita le possibilità di scala e quotazione per le startup, spingendo il capitale verso mercati esteri più profondi. De Felice cita il progetto di un mercato unico dei risparmi e degli investimenti come possibile strumento per connettere il vasto risparmio delle famiglie europee – stimato in migliaia di miliardi di euro all’anno – con le esigenze di finanziamento delle imprese del continente, riducendo la fuga di capitali verso gli Stati Uniti.

Nonostante queste criticità, l’economista ritiene che l’Europa abbia le premesse per trasformare il suo potenziale in crescita reale, grazie a un solido sistema universitario, capacità di ricerca di livello internazionale e un settore bancario robusto. Tuttavia, l’elemento chiave resta la capacità di convertire risparmio, innovazione e politiche pubbliche in un meccanismo di sviluppo sostenibile e competitivo a livello globale.