Luca Dal Fabbro (Iren): "Data ceneter, il potenziale dell'Italia e gli interessi nazionali"
Il Presidente di Iren e di Utilitalia ha evidenziato come, a fronte di oltre 400 MW già installati a Milano e di una capacità destinata a superare 1 GW entro il 2028, con 68 GW di richieste di connessione presentate a livello nazionale, i temi dell’energia, dell’acqua, della sicurezza siano ormai centrali nella nuova politica industriale digitale del Paese
La diffusione dei data center, in particolare nelle grandi aree urbane, non è soltanto conseguenza della crescita della domanda di dati e di capacità di calcolo, ma è diventata uno dei principali fattori di accelerazione nell’evoluzione delle infrastrutture di rete (TLC, energetiche e idriche) e rappresenta oggi uno tra i principali driver di sviluppo economico.
Queste infrastrutture oggi sono responsabili di quasi il 2% degli assorbimenti elettrici nazionali (quota che al 2035 è prevista crescere tra il 7 e 13%) oltre a richiedere ingenti quantitativi di risorsa idrica per il loro raffreddamento: 1 MW di potenza è in grado di consumare fino a 25 milioni di litri d’acqua all’anno. Allo stesso tempo, la filiera nazionale della data economy, già oggi pari a circa 65 miliardi €, ha un potenziale di crescita fino a 200 miliardi di € al 2030, circa l’8% del PIL. Non si tratta di inseguire una moda tecnologica, ma di rispondere a una trasformazione strutturale dell’economia che rende imprescindibile rafforzare la capacità delle infrastrutture di assorbire shock, adattarsi a carichi crescenti e sostenere nel tempo lo sviluppo industriale e digitale.
In questo quadro, la resilienza delle reti non è più un tema tecnico riservato agli addetti ai lavori, ma una variabile strategica che incide direttamente sulla competitività del Paese. Milano e la sua area metropolitana si sta posizionando tra i principali hub europei, accanto ai mercati storici FLAP-D (Francoforte, Londra, Amsterdam, Parigi, Dublino); con oltre 400 MW già installati e una previsione di superare 1 GW al 2028, solo quest’area potrebbe raccogliere una quota potenziale del 23% degli investimenti europei in questo settore nel prossimo triennio. Un segnale del forte sviluppo viene anche dall’incremento esponenziale delle richieste di connessione in alta tensione (oltre 68 GW cumulate nel 2025 a livello nazionale) di molto superiori ai progetti effettivamente realizzabili e che riflette un’esigenza reale di sicurezza e affidabilità, ma anche una narrazione che, in alcuni casi, corre più veloce della capacità di pianificazione e di valutazione complessiva degli impatti.
La crescita dei data center procede a ritmi sostenuti e questo impone di interrogarsi su come garantire un’espansione coerente non solo con gli obiettivi di sostenibilità ambientale, ma anche con la solidità, la sicurezza e la resilienza delle reti nel medio e lungo periodo. I data center, infatti, non sono infrastrutture neutre: concentrano domanda energetica e di connettività, accentrano in un unico punto dati e capacità computazionale connessa a settori spesso critici e sensibili, impongono elevati standard di ridondanza, richiedono continuità operativa assoluta. Dove si insediano, obbligano il sistema a fare un salto di qualità, spingendo verso investimenti sulle reti, sull’accumulo dell’energia, sulla flessibilità e sulla gestione intelligente dei flussi energetici e dei dati oltre all’ambito sicurezza in tutte le sue declinazioni.
È per questo che andrebbero letti non come semplici “consumatori” di energia, ma come veri catalizzatori di innovazione infrastrutturale, favorendo un contesto regola torio e autorizzativo che sia in grado di accompagnarne lo sviluppo. In questa prospettiva diventa centrale la necessità di favorire una semplificazione normativa per la costruzione dei data center, riducendo tempi e incertezze - ad oggi la fase di permitting per queste infrastrutture può durare nel nostro paese fino ad oltre 3 anni - senza abbassare la qualità delle decisioni, e allo stesso tempo promuovere una maggiore convergenza tra i punti di consumo digitale e la produzione energetica.
Avvicinare domanda e offerta, integrare in modo più efficace le fonti rinnovabili, valorizzare l’autoproduzione e le soluzioni di co-localizzazione significa ridurre le inefficienze di sistema e rafforzare la sicurezza complessiva delle reti. Al di là della singola tecnologia o della fonte energetica utilizzata, il messaggio è chiaro: la geografia dei data center in Italia non è destinata a rimanere immutabile. Emergeranno altri poli, tra cui certamente l’area di Torino dove vi sono già vari importanti progetti in sviluppo, e sarà fondamentale creare le condizioni industriali, energetiche e normative perché ciò avvenga in modo equilibrato e sostenibile.
In ottica di protezione degli interessi nazionali e di autonomia strategica, oggi è essenziale disporre e gestire dati connessi a settori strategici e sensibili (ad esempio energia, acqua, difesa, sanità), attraverso infrastrutture dislocate all’interno dei confini nazionali, più facilmente proteggibili in occasione di eventuali gravi crisi geopolitiche. Queste infrastrutture, per la loro rilevanza, rappresentano anche uno dei principali target per potenziali attacchi (sia fisici che cyber) con elevato potenziale di danno sulle attività e settori ad essi sottesi.
La loro sicurezza, sia fisica che virtuale, insieme alla loro capacità di resilienza, rappresenta dunque l’aspetto su cui concentrare sforzi e investimenti. Un tema su cui prestare la massima attenzione in ottica di autonomia strategica dell’Europa è poi la forte dipendenza estera nei software e nella componentistica: schede dei server e circuiti, semiconduttori e microchip, fibre ottiche e cavi di comunicazione, magneti e sistemi di data storage sono i componenti base di un data center. L’Italia ha un potenziale concreto per diventare un hub europeo dei data center, ma questa opportunità va governata con realismo e responsabilità: pianificando le reti elettriche in funzione dei fabbisogni futuri, investendo sulla loro capacità di adattamento, favorendo l’integrazione tra infrastrutture digitali ed energetiche e riducendo gli attriti autorizzativi che oggi rallentano ancora gli investimenti. Significa accettare i data center come una componente strutturale del sistema Paese, una leva strategica che incrocia competitività, sicurezza e sostenibilità.
Se sapremo leggerli in questa chiave, potranno diventare non solo il simbolo della trasformazione digitale in atto, ma anche uno degli strumenti attraverso cui rendere le nostre infrastrutture energetiche e digitali più moderne, resilienti e all’altezza delle sfide che abbiamo davanti.
Fonte: LA STAMPA