Stellantis lancia profit warning e crolla in Borsa del 23,1%; perdita netta tra € 19 e 21 miliardi nel 2° semestre 2025

Maxi svalutazioni complessive per 22,2 miliardi di euro, con un impatto di cassa stimato in 6,5 miliardi da distribuire nell’arco di quattro anni, mentre il titolo scivola ai minimi storici dalla nascita del gruppo nel 2021, toccando quota 6,3 euro per azione

Pesante scivolone per Stellantis a Piazza Affari, dove il titolo arriva a perdere fino al 21,7% dopo l’annuncio di un profit warning che ha sorpreso negativamente il mercato. A pesare sono soprattutto la previsione di una perdita netta compresa tra 19 e 21 miliardi di euro nel secondo semestre, oneri straordinari più elevati del previsto e una revisione al ribasso delle prospettive per il 2026. La reazione degli investitori è stata immediata, con il titolo più volte sospeso per eccesso di ribasso.

Oneri straordinari e conti sotto pressione

Al centro delle preoccupazioni ci sono i maxi oneri per complessivi 22,2 miliardi di euro legati alla revisione strategica del business, alla riorganizzazione della supply chain e al riallineamento del portafoglio prodotti. Di questi, circa 6,5 miliardi comporteranno un cash out distribuito su quattro anni, un impatto significativamente superiore alle attese degli analisti. Il secondo semestre dovrebbe chiudersi con ricavi netti compresi tra 78 e 80 miliardi di euro e un risultato operativo adjusted (Aoi) negativo tra 1,2 e 1,5 miliardi di euro.

Perdita record e stop al dividendo

La perdita netta stimata tra 19 e 21 miliardi di euro si riflette anche sulla politica di remunerazione degli azionisti. Tenendo conto dei risultati del 2025, Stellantis ha deciso di non distribuire dividendi nel 2026, deludendo le aspettative di una parte del mercato che confidava almeno in una cedola simbolica. Il cash flow operativo è atteso negativo tra 2,3 e 2,5 miliardi, mentre il free cash flow industriale dovrebbe collocarsi tra -1,4 e -1,6 miliardi.

Il titolo ai minimi storici

Sull’onda delle vendite, il titolo Stellantis è arrivato a cedere oltre il 23%, scendendo fino a quota 6,3 euro per azione. Si tratta del livello più basso dalla nascita del gruppo, avvenuta nel gennaio 2021 con la fusione tra Psa e Fca. Un segnale che evidenzia la perdita di fiducia del mercato sulla capacità del gruppo di tornare rapidamente su un sentiero di redditività stabile.

Le valutazioni degli analisti

Gli analisti di Equita sottolineano come i dati pubblicati siano risultati "peggiori delle attese", evidenziando che il cash out legato agli oneri straordinari supera sia le stime interne sia il consensus. Anche Intermonte rimarca come la dimensione delle svalutazioni sia nettamente più ampia del previsto, pur riconoscendo che i risultati 2025 e la guidance 2026 riflettono un tentativo di ritorno alla crescita, seppur appesantito da una profonda ristrutturazione. Secondo le stime, ricavi ed Ebit adjusted potrebbero attestarsi rispettivamente intorno a 162 miliardi e 5 miliardi.

La strategia del management

Il Ceo Antonio Filosa ha difeso le scelte del gruppo, parlando di un “passaggio necessario” per correggere criticità ereditate e una sovrastima del ritmo della transizione energetica. Secondo il management, le azioni correttive avviate nel 2025 stanno già iniziando a produrre effetti, con l’obiettivo di riportare Stellantis su una traiettoria di crescita e maggiore redditività nel medio periodo.

Spiragli positivi dalle consegne

In un quadro complessivamente complesso, non mancano alcuni segnali incoraggianti. Le consegne consolidate globali sono attese in crescita del 9% nel quarto trimestre, a quota 1,5 milioni di unità, e dell’11% nel secondo semestre, fino a 2,8 milioni di veicoli. Dati che indicano una tenuta commerciale migliore rispetto ai risultati economico-finanziari.

Uno scenario ancora incerto

Più cauta la lettura di Citi, che evidenzia come il gruppo si avvii verso un percorso lungo e complesso di riorganizzazione, con il rischio di un nuovo cash burn anche nel 2026 e un 2027 ancora difficile da decifrare. Secondo gli analisti, l’assenza di annunci su una riduzione della capacità produttiva lascia aperti interrogativi sulla reale sostenibilità della base di costo, soprattutto in Nord America e in Europa, dove una revisione degli asset industriali potrebbe diventare inevitabile per recuperare competitività.