Piccoli killer crescono, la scuola teatro di una violenza che non sappiamo o non vogliamo comprendere, nel silenzio di istituzioni e famiglie
I giovani, la scuola, l'autorità e l'autorevolezza
Quello che ha sconvolto un'opinione pubblica già molto provata da massacri assortiti, malefatte e ignominie del caso di Bergamo, è l'organizzazione, la pianificazione professionale che un ragazzino di tredici anni ha messo in atto per "risolvere un problema". Dunque, analisi approfondita dell'impunibilità in seguito al gesto vista la giovane età, determinazione criminale, e necessità di registrare l'evento, attraverso un "documentario" per dimostrare che lui quella cosa non solo l'ha scritta, ma l'ha anche realizzata.
Le modalità dell'attacco all'ignara professoressa, "causa del malessere dell'alunno", sono state repentine e destinate ad uccidere, visto il tipo di arma, e dove sono stati scagliati i colpi, frutto di un uno studio attento che la rete consegna con totale facilità a tutte le menti deboli e disturbate che attraversano quell'inferno, che molti continuano a non considerare come fonte emergente d'orrore.
Il ragazzo dunque cerca di eliminare la fonte di disagio, attraverso l'eliminazione definitiva, ma c'è qualcosa di peggiore nel già orribile gesto, e cioè la necessità di raccontare le motivazioni dell'azione partendo da una frase che resterà nella letteratura criminale di questi anni e cioè che "la sua vita è l'unica a cui tiene", una profonda frattura col mondo che viene interpretato come ostile, intasato da figure terribili e colpevoli, da cancellare con un coltello da Rambo, e con qualche piccolo colpo alla giugulare. Beh ce ne sarebbe abbastanza per descrivere i nostri tempi e le categorie contaminate di questa assurda società traballante.
Ma a questo penseranno i sociologoni e gli psicologoni a gettone che già intasano le trasmissioni pomeridiane, tra "non abbiamo capito, non abbiamo ascoltato, non abbiamo voluto vedere", e altre amenità che sembrano uscite da professionisti che non conoscono o non vedono la realtà, o forse semplicemente non la vogliono vedere perché è sicuramente è più comodo pontificare a reti unificate.
La rabbia adolescenziale è una forza ingestibile da sempre, ma la contemporaneità l'ha proiettata in un alveo senza speranza, un recinto dove i giovani interagiscono tra loro e rispondono a logiche che noi adulti non sappiamo e non vogliamo capire.
Dicono che questi ragazzini sono perennemente incantati dai telefonini, perché gli adulti no?
Allora senza voler fare un processo alle intenzioni, il caso di questa scuola bergamasca é l'ultimo e più grave di un'infinita teoria di scontri soprusi, violenze assortite che hanno trasformato la scuola di una palestra di kung fu nel silenzio assordante delle istituzioni e delle famiglie, spesso ignare, "se non complici" di questi atti malavitosi.
Nessuno avrà il coraggio di affermare che l'autorevolezza e l'autorità dei docenti, criminalizzate dall'era della contestazione, ha prodotto questi frutti malati, ma anche in questo caso nessuno si assumerà le responsabilità per aver creato le condizioni per la scuola contemporanea: brutta, cattiva e ignorante.
Qualcuno dovrà cominciare a raccontare che anche un bambino di tredici anni può essere un criminale, senza per questo giustificare genitori separati, povertà vere o presunte, ignoranza ambientale e contestuale.
Qualche giorno fa un ragazzino ha pianificato un omicidio attraverso una metodologia che è quella di assassinio premeditato, ed è già una notizia orribile, ma sarebbe peggio far finta di nulla o forse è arrivato il momento di far assumere a chiunque le proprie responsabilità, anche un adolescente può esprimere una volontà criminale, ma allora è necessario che la società sia in grado di sanzionare penalmente anche questi killer in erba. Prima che il chiacchiericcio dello psicologo sommerga questa epidemia sociale con il solito corollario di giustificazioni.