Gerusalemme profanata: Israele scatena la sua guerra silenziosa contro i cristiani tra sputi, chiese bruciate e scuole svuotate

quello che sta accadendo in Terra Santa ai cristiani non è una serie di incidenti, non è una conseguenza collaterale della guerra, non è una questione di sicurezza. È una pulizia religiosa e culturale condotta in modo sistematico, episodio per episodio, decreto per decreto. E il silenzio dell'Occidente — lo stesso Occidente che sanziona la Russia con venti pacchetti di misure punitive — è complicità bella e buona

La domenica delle Palme come atto di forza. Il blocco del Cardinale Pizzaballa al Santo Sepolcro segna il punto di non ritorno di una persecuzione sistematica che dura da anni. E nessuno a Bruxelles apre bocca.

Il Cardinale Pizzaballa bloccato dai soldati israeliani

C'era una volta lo "Status quo", il delicato codice di norme e consuetudini che da secoli regolava la convivenza interreligiosa a Gerusalemme, garantendo l'accesso ai luoghi Santi a cristiani, ebrei e musulmani. Quel codice non esiste più. O meglio: esiste sulla carta, mentre nella realtà viene calpestato metodicamente, episodio dopo episodio, in quello che ormai ha tutta l'aria di essere un piano organico per cancellare la presenza cristiana dalla Terra Santa. L'ultimo, clamoroso segnale è arrivato il 29 marzo scorso, Domenica delle Palme. La polizia israeliana ha impedito l'accesso alla Basilica del Santo Sepolcro al Cardinale Pierbattista Pizzaballa, Patriarca latino di Gerusalemme, e a padre Francesco Ielpo, Custode ufficiale della Chiesa del Santo Sepolcro. I due massimi esponenti della Chiesa cattolica nella regione stavano procedendo a piedi, in forma privata, senza insegne cerimoniali né processioni, per celebrare la Messa della Domenica delle Palme. Sono stati fermati dagli agenti lungo il percorso e costretti a tornare indietro. È la prima volta da secoli. Un precedente che pesa come un macigno sulla storia della città tre volte santa. La giustificazione israeliana? Motivi di sicurezza, i soliti missili iraniani. Argomento che non regge: il Patriarcato latino di Gerusalemme e la Custodia di Terra Santa hanno definito l'accaduto "un grave precedente che ignora la sensibilità di miliardi di persone in tutto il mondo che, durante questa settimana, guardano a Gerusalemme". E non è difficile vedere, dietro al pretesto securitario, qualcosa di molto più politico: Pizzaballa ha più volte denunciato pubblicamente le operazioni militari israeliane a Gaza. Il messaggio che gli è stato recapitato alla porta del Santo Sepolcro è inequivocabile, scandaloso e fortemente inquietante.

Gli sputi: una "tradizione" tollerata

Ma questo non è un episodio isolato. È l'acme di una deriva che dura da anni. Da anni, a Gerusalemme si assiste a una recrudescenza di episodi che prendono di mira sacerdoti, personalità religiose e, talvolta, pellegrini cristiani quando espongono simboli religiosi visibili. Giovani israeliani sputano all'ingresso del Santuario del Getsemani, un atto tristemente comune, che si verifica quotidianamente nella città vecchia di Gerusalemme e nei dintorni, contro i luoghi di culto cristiani e fin troppo spesso persino contro i cristiani stessi. Fenomeno talmente radicato che persino due rabbini ortodossi — Avigdor Nebenzahl, rabbino della Città Vecchia, e Shmuel Rabinovitch, rabbino del Muro Occidentale — sono stati costretti a pubblicare una lettera di condanna di tale spregiudicata, intollerabile e assurda "usanza" dei giovani sionisti. Il linguaggio è netto: questi atti sono descritti come "proibiti" e "sgradevoli", costituendo una "profanazione del Nome" e una "provocazione contro le nazioni", che rischia di mettere in pericolo le stesse comunità ebraiche in Israele e all'estero. Quando i rabbini ortodossi si dissociano pubblicamente, significa che il problema ha raggiunto dimensioni incontrollabili.

Taybeh: l'ultimo villaggio cristiano sotto assedio

Se Gerusalemme è il simbolo, Taybeh è il cuore pulsante del dramma. Mille e trecento anime, unico villaggio interamente cristiano rimasto in Cisgiordania, a trenta chilometri da Gerusalemme. Il parroco padre Bashar Fawadleh documenta ogni mese in un rapporto gli attacchi dei coloni israeliani: sequestri forzati di strutture agricole, atti di vandalismo su terreni privati, intimidazioni sistematiche agli agricoltori che tentano di raggiungere le proprie terre attraverso l'uso delinquenziale di bastoni ed armi varie. L'escalation ultimamente ha assunto toni medievali e atteggiamenti criminali che sfuggono ad ogni controllo, anzi, molto spesso, l'esercito fa loro da scudo protettivo mentre tentano di scacciare i palestinesi dalle proprie case e dalle proprie terre, che poi sostanzialmente è quello il fine di tali attività fortemente criminose. Il 25 giugno scorso i coloni hanno appiccato fiamme all'ingresso del paese. Il 7 luglio hanno incendiato aree adiacenti al cimitero storico del villaggio, con le fiamme che hanno raggiunto anche i ruderi dell'antica chiesa di San Giorgio, risalente al V secolo. Un sito cristiano che resiste da millecinquecento anni, distrutto da coloni che agiscono nell'impunità più totale. Nel solo mese di marzo 2026, più di trenta coloni sono entrati nel sito di una cava e di un impianto di betonaggio a ovest della città, svolgendo rituali e preghiere talmudiche, issando una bandiera israeliana sui serbatoi dell'impianto, un atto provocatorio che indica un tentativo di affermare il controllo sul sito. Nel frattempo, a Birzeit, altra città palestinese cristiana vicino a Ramallah, i coloni si presentano quasi ogni giorno per minacciare le persone nelle loro case o sul posto di lavoro, configurando una vera minaccia per le famiglie cristiane che hanno perso il loro sostentamento e la loro fonte di reddito. A Birzeit, una donna palestinese è stata aggredita fisicamente e ricoverata in ospedale; le forze israeliane, così come già detto, invece di perseguire i responsabili, hanno arrestato i suoi figli e alcuni parenti, configurando una forma di punizione collettiva totalmente estranea ad ogni forma di legge.

Le scuole: un attacco all'identità culturale

C'è poi la guerra silenziosa portata avanti attraverso i decreti ministeriali. Il 10 marzo scorso il Ministero dell'Istruzione israeliano ha inviato una lettera ai presidi delle istituzioni scolastiche cristiane di Gerusalemme comunicando che per il prossimo anno accademico 2026-2027 verranno autorizzate solo le assunzioni di insegnanti residenti in città e in possesso di certificati israeliani. Oltre 200 insegnanti cristiani potrebbero ritrovarsi senza lavoro e impossibilitati a insegnare nelle scuole cristiane di Gerusalemme. Non si tratta di una misura nuova, ma dell'aggravamento di una pressione che dura da mesi. All'inizio dell'anno scolastico, il rientro di gennaio non ha avuto luogo per i diecimila alunni delle scuole cristiane di Gerusalemme. I dodici istituti cristiani più rinomati della Città Santa hanno indetto una serrata di protesta contro il mancato rinnovo dei permessi di lavoro a 171 insegnanti provenienti dalla Cisgiordania. Scuole chiuse, bambini a casa, storia secolare a rischio. La St. George's School — 127 anni di storia, uno dei più antichi istituti cristiani di Gerusalemme — è tra quelli che rischiano la chiusura. Il Segretariato Generale delle Scuole Cristiane ha avvertito: senza i permessi, le scuole perderanno la loro missione cristiana e la loro sostenibilità. Ma il progetto di legge alla Knesset va ancora oltre: mira a vietare l'impiego di insegnanti che abbiano studiato nei Territori palestinesi occupati. Poiché oltre il sessanta per cento degli insegnanti di Gerusalemme Est possiede titoli di studio di questo tipo, la misura fa incombere una minaccia costante su tutti gli istituti scolastici cristiani.

I numeri di una persecuzione

I dati non lasciano spazio a interpretazioni. Secondo l'Alto Comitato Presidenziale per gli Affari Ecclesiastici, nel solo primo semestre del 2025 si sono verificati 110 attacchi contro i cristiani, tra insulti verbali, sputi, lancio di pietre e aggressioni fisiche, profanazione di luoghi sacri e atti di vandalismo. L'escalation è confermata anche dai dati dello Shin Bet, secondo cui i raid e gli assalti sono aumentati del 27% nel 2025 rispetto all'anno precedente. Il numero di "gravi episodi" classificati come atti di terrorismo dai servizi israeliani stessi è aumentato di oltre il 50% (fonte: Centro Studi Federici).

Nel frattempo l'Europa tace. Come sempre.

Il vescovo ausiliare di Gerusalemme William Shomali ha lanciato appelli in ogni direzione: all'ambasciatore americano, all'Unione Europea, alle Nazioni Unite. I coloni sono arrivati ormai alle porte di Betlemme, nel silenzio complice dei governi occidentali. La stessa Ursula von der Leyen, che ha versato fiumi di lacrime per la "libertà di culto" e i "valori europei" durante la crisi ucraina, non trova il tempo di pronunciare una parola sulle chiese bruciate in Cisgiordania o sul cardinale bloccato al Santo Sepolcro. La risposta di Giorgia Meloni in relazione all'episodio che ha riguardato il Cardinale Pizzaballa? Una nota di protesta. Parole. Mentre i permessi per gli insegnanti cristiani restano revocati, mentre Taybeh brucia, mentre gli sputi continuano ogni giorno nelle strade della Città Vecchia. C'è un'unica conclusione possibile: quello che sta accadendo in Terra Santa ai cristiani non è una serie di incidenti, non è una conseguenza collaterale della guerra, non è una questione di sicurezza. È una pulizia religiosa e culturale condotta in modo sistematico, episodio per episodio, decreto per decreto. E il silenzio dell'Occidente — lo stesso Occidente che sanziona la Russia con venti pacchetti di misure punitive — è complicità bella e buona.

Di Eugenio Cardi