Guerra: se l’auto non si vende, costruiamo armi? La Volkswagen cerca una via d’uscita per uno stabilimento: chiamiamo progresso una società così?

Il sistema ha voluto auto sempre più costose e poco appetibili al ceto medio. Ora è in crisi. La riconversione verso la difesa può assorbire la crisi dell’automobile?

Non è una provocazione, ma una tendenza che potrebbe prendere forma dentro una crisi industriale che stringe la Germania, l’Italia, l’Europa e mette sotto pressione migliaia di lavoratori. Il sistema di sviluppo ha voluto auto sempre più costose e poco appetibili al ceto medio. Ora è in crisi ovunque.


A Osnabrück, la Volkswagen cerca una via d’uscita per uno stabilimento che vede avvicinarsi la fine della produzione delle auto T-Roc Cabriolet entro il 2027. Un storia tipica del nostro tempo che è fatto però anche di guerre sempre più imprevedibili. Così nei mesi scorsi si aperta una trattativa con Rafael, azienda israeliana che sviluppa il sistema Iron Dome, uno scudo di difesa aerea progettato per intercettare razzi, missili a corto raggio e colpi di artiglieria prima che colpiscano obiettivi a terra. Nessuna conferma ufficiale, solo un silenzio fitto da parte della direzione e del consiglio di fabbrica ma intanto le voci corrono e prendono forma su giornali tedeschi. Come dare altrimenti un futuro a 2.300 dipendenti, più centinaia di interinali e un indotto cresciuto attorno alla fabbrica? Ogni mese l’industria tedesca perde migliaia di posti di lavoro. Sembra una storia che conosciamo nell’Europa occidentale e in Italia. Interi siti rischiano la chiusura.

In questo vuoto, il settore della difesa mostra una domanda alta e continua, viste le guerre che si sono scatenate nel mondo. Qualcuno vede una salvezza, altri un passaggio pieno di rischi.
Un veicolo blindato pesante, ad esempio, non trova spazio sul pavimento di una fabbrica pensato per automobili.
Le voci spiegano che la Volkswagen tiene aperte più strade. Non solo difesa, anche partner civili. Il gruppo conosce già il settore militare attraverso collaborazioni con Rheinmetall, ma un passaggio diretto alla difesa, a Osnabrück, resterebbe tutto da costruire.


La domanda é: una riconversione verso la difesa può assorbire la crisi dell’auto? E’ un argomento dibattuto negli ultimi anni. Non esiste una trasformazione di massa tipo economia di guerra anni ’40 ma dal 2022, dalla guerra in Ucraina in poi, il fenomeno è cresciuto rapidamente e riguarda decine di aziende e diversi stabilimenti, soprattutto tra Germania e Francia. Il processo coinvolge già decine di siti concreti e una platea molto più ampia è pronta a seguirli.


I due mondi però non combaciano, almeno secondo le analisi degli esperti di settore: la produzione militare segue logiche diverse, spesso su volumi minori e cicli più lenti. La formazione del personale richiede tempo, investimenti, una strategia complessa: non si può convertire un settore con lo schioccare delle dita.


Pesano sicuramente gli Stati. Nel settore della difesa il rapporto tra industria e politica conta più che altrove. E quindi la strada che tanti Paesi Ue stanno seguendo è più quella francese: il governo chiama, l’industria risponde. Renault ad esempio costruisce migliaia di droni al mese dopo una richiesta diretta. Un drone non equivale a un sistema complesso. Serve meno tecnologia, meno componenti, meno integrazione di processo. Il salto verso mezzi più sofisticati è un altra cosa.


A Osnabrück la decisione dovrebbe arrivare entro fine anno. Per molti lavoratori, ogni mese pesa ma anche le scelte industriali che vanno al di là della mera sopravvivenza quotidiana di un Europa in balia di se stessa.