Missili iraniani su Dimona: il centro nucleare israeliano nato nel '67, alla base la dottrina Begin: "Essere gli unici ad avere l'atomica"

Con l'attacco al cuore del programma nucleare israeliano Teheran ribalta nuovamente gli equilibri indebolendo la superiorità che Tel Aviv e Washington credevano di possedere

L’Iran ha colpito Dimona solo dopo che Stati Uniti e Israele hanno preso di mira il sito nucleare di Natanz. I missili iraniani hanno raggiunto l’area del Negev provocando oltre cento feriti tra Dimona e Arad e riportando al centro della scena uno dei luoghi più sensibili e opachi del Medio Oriente. Per Teheran si è trattato di una risposta mirata, mentre da Israele continua il silenzio ufficiale su un sito che da decenni rappresenta il cuore del suo potere nucleare, nel segno di una dottrina riassunta da una linea chiara "avere l’atomica e impedire agli altri di averla".

Missili iraniani su Dimona: il centro nucleare israeliano nato nel '67, alla base la dottrina Begin: "Essere gli unici ad avere l'atomica"

L’attacco su Dimona riporta sotto i riflettori un impianto che da oltre mezzo secolo è considerato il simbolo più potente e controverso della strategia israeliana. Nel deserto del Negev, il centro nucleare nasce alla fine degli anni Sessanta su impulso di David Ben Gurion, in un contesto segnato dalla volontà di garantire la sopravvivenza dello Stato a ogni costo. Ufficialmente Israele ha sempre mantenuto una posizione ambigua, ripetendo la formula secondo cui "non sarà il primo Paese a introdurre armi nucleari in Medio Oriente". Una dichiarazione che negli anni è apparsa sempre più come un paradosso, alla luce delle stime internazionali che attribuiscono a Tel Aviv un arsenale consistente e mai dichiarato.

Già nel 1967 il sito di Dimona, appena terminato, attira sospetti e attenzioni, diventando rapidamente un obiettivo simbolico per i rivali regionali. Da Nasser fino a Saddam Hussein, passando per le tensioni più recenti con l’Iran, colpire Dimona significa colpire il cuore strategico di Israele, uno stato che con la sua politica estera ha sin da subito destabilizzato gli equilibri regionali. Infatti, già nel 1973, durante la guerra del Kippur, il mondo sfiora l’incubo: Golda Meir ordina di aprire i silos atomici. È però negli anni Ottanta che prende forma la cosiddetta dottrina Begin, destinata a segnare la politica militare israeliana per decenni. Nel 1981, con il bombardamento del reattore iracheno di Osirak, il premier Menachem Begin afferma un principio destinato a diventare linea guida "non permetteremo a nessun nemico di sviluppare armi di distruzione di massa". Da quel momento Israele rivendica implicitamente il diritto di possedere capacità nucleari, negandolo però agli altri.

Una scelta che nel tempo si è tradotta in una strategia di attacchi "preventivi" contro programmi nucleari ritenuti ostili, dall’Iraq alla Siria fino all’Iran. Nel frattempo Dimona cresce lontano dai riflettori, tra strutture sotterranee, sicurezza estrema e segreti difficili da penetrare. Solo nel 1986 le rivelazioni del tecnico Mordechai Vanunu squarciano il velo, mostrando al mondo immagini interne del sito e confermando quello che molti già consideravano un segreto noto.

Oggi, con i missili iraniani caduti nell’area, quella storia torna attuale. Non è chiaro se l’attacco abbia colpito direttamente infrastrutture sensibili o solo aree circostanti, e se i silos siano ancora ricchi di materiale atomico. Colpire Dimona non è solo un’operazione militare, ma un messaggio che mette in discussione un equilibrio costruito su decenni di superiorità tecnologica e segretezza.