La Germania di Merz si ritira dalla difesa di Israele all'Aja ma è troppo tardi, troppo poco, e per le ragioni sbagliate
La ragione di Merz è molto più prosaica e molto più tedesca: Berlino è essa stessa sotto accusa alla stessa Corte, chiamata a rispondere della propria responsabilità nella fornitura di armi a Israele durante le operazioni militari a Gaza
Berlino fa marcia indietro. Il governo Merz ha comunicato, con il minimo rumore possibile, che non difenderà più Israele davanti alla Corte Internazionale di Giustizia nel procedimento per genocidio del popolo palestinese.
Ma non è un reflusso di coscienza, è paura di finire sul banco degli imputati insieme a Netanyahu
Una notizia che in un mondo normale sarebbe banale — ovvio che uno Stato di diritto non si metta a fare da scudo legale a chi bombarda ospedali e affama popolazioni civili — ma che nel contesto della politica estera tedesca degli ultimi decenni suona quasi rivoluzionaria. Merz non si è svegliato con la coscienza che brucia. Non è stato il numero dei morti a Gaza — oltre cinquantamila, per lo più civili — a convincerlo che qualcosa non tornava nella sua incondizionata solidarietà con Tel Aviv. La ragione è molto più prosaica e molto più tedesca: Berlino è essa stessa sotto accusa alla stessa Corte, chiamata a rispondere della propria responsabilità nella fornitura di armi a Israele durante le operazioni militari a Gaza. Difendere l'imputato principale mentre si rischia di essere condannati come complici sarebbe stato, oltre che moralmente grottesco, giuridicamente suicida.
Questa è la Germania di Merz: non una conversione, ma un calcolo
Eppure il coro di indignazione che si è levato dall'establishment filosraeliano tedesco è rivelatore quanto la notizia stessa. Il presidente della storica associazione di amicizia Germania-Israele ha parlato di vergogna, accusando Berlino di sacrificare lo Stato ebraico sull'altare dell'ambizione a un seggio nel Consiglio di Sicurezza dell'ONU. Come se la fedeltà a Israele fosse un valore assoluto, superiore al diritto internazionale, superiore alla Corte dell'Aja, superiore a qualsiasi considerazione di giustizia. Questo è il livello del dibattito in Germania su questi temi. Non si può capire questa storia senza tornare alle radici. Per decenni la Repubblica Federale ha fondato il proprio rapporto con Israele su quello che potremmo definire un patto di comodo: riparazioni economiche e sostegno politico incondizionato in cambio di una sorta di assoluzione morale per i crimini del nazismo. La cancelliera Merkel aveva elevato questo schema a dogma di stato — la famosa Staatsräson — trasformando il sostegno a Israele in un pilastro costitutivo dell'identità politica tedesca, intoccabile e non negoziabile, indipendentemente da quello che Israele facesse. Un'assurdità logica e giuridica che ha reso la Germania complice silenziosa — e spesso rumorosa — di tutto ciò che Tel Aviv ha inflitto ai palestinesi in quasi ottant'anni. Merz aveva incarnato questa linea fino al parossismo. Aveva dichiarato di voler invitare Netanyahu in visita ufficiale a Berlino, ignorando bellamente il mandato di arresto internazionale emesso dalla Corte Penale Internazionale a carico del premier israeliano per crimini di guerra e contro l'umanità. Merz aveva usato, parlando dei bombardamenti israeliani su Gaza, un'espressione che vale come un atto d'accusa contro se stesso: Israele stava facendo, parole sue, «il lavoro sporco per noi». Un'ammissione involontaria ma cristallina di complicità, la confessione pubblica di un cancelliere che sapeva benissimo cosa stava succedendo a Gaza e lo considerava funzionale agli interessi occidentali. Ora qualcosa si muove, questo è innegabile. Ma chi si illude che Berlino abbia davvero voltato pagina farebbe bene a guardare i fatti nella loro interezza. Le forniture di armi non si sono mai realmente interrotte: sistemi navali, componenti per carri armati, tecnologia militare continuano a fluire verso Israele attraverso canali diretti e indiretti. La sospensione annunciata mesi fa riguardava solo nuove autorizzazioni per specifiche categorie di armamenti, lasciando intatti contratti già firmati e forniture già in corso. La Germania si trova sempre dalla parte sbagliata della storia. Cento anni fa, così come oggi. Non è un giudizio morale astratto: è la lettura di una traiettoria politica che si ripete con inquietante coerenza. Speriamo che questa retromarcia all'Aja sia davvero il primo passo verso qualcosa di più serio. Ma finché le motivazioni restano quelle di chi vuole salvare la propria pelle davanti a un tribunale internazionale, e non quelle di chi riconosce l'enormità di ciò che è stato fatto al popolo palestinese, parliamo di tattica, non di giustizia.E mentre Berlino annuncia con discrezione il suo passo indietro all'Aja, nella stessa Germania chi osa scendere in piazza per i palestinesi viene trattato come un nemico dello Stato. Centinaia di manifestanti caricati pesantemente dalla polizia a Berlino a suon di manganellate durante proteste pacifiche, attivisti europei — cittadini di Paesi alleati, non criminali — espulsi dal territorio tedesco con accuse vaghe e kafkiane: aver cantato slogan, aver chiamato un poliziotto "fascista", aver partecipato a cortei. Questo è il volto reale della Germania di Merz: non quello che si ritira con garbo dalla Corte dell'Aja, ma quello che reprime il dissenso in casa propria con metodi che farebbero arrossire qualsiasi democrazia che si rispetti. Il ritiro dall'Aja, insomma, non è un atto di coscienza. È una mossa tattica di un governo che continua, nel frattempo, a soffocare qualsiasi voce che osi dire ad alta voce quello che la Corte Internazionale di Giustizia sta cercando faticosamente ad accertare: che a Gaza si sta consumando un genocidio.
Israele, che nessuno riesce a fermare, apre costantemente nuovi fronti
E tutto questo mentre Israele non si limita a Gaza. Contemporaneamente, Tel Aviv continua a colpire il Libano con raid che mietono vittime civili e seminano distruzione, ha attaccato l'Iran in aperta violazione del diritto internazionale, e bombarda la Siria meridionale. Un fronte di guerra su quattro teatri simultanei che non ha nulla a che vedere con la difesa da un attacco terroristico: è una campagna di destabilizzazione dell'intera regione, condotta con la protezione diplomatica e militare dell'Occidente. Di fronte a tutto questo, il ritiro tedesco dalla Corte dell'Aja suona come la foglia di fico di chi vuole lavarsi la coscienza senza sporcarsi le mani. Non basta, Berlino. Non basta.
Di Eugenio Cardi