La guerra in Iran e le sue conseguenze: parte del Great Reset o del delirante progetto sionista? Conoscere per cercare di salvarsi
Il piano di conquista del potere da parte di una minoranza affetta da un deteriore concetto suprematista è autentico, più che mai visibile
“Se comprendere è impossibile, conoscere è necessario” (Primo Levi).
Con questa frase in testa, mi sforzo di conoscere quale sia il progetto che sta dietro alla guerra contro l'Iran.
Elimino quella di Marco Rubio: gli Stati Uniti non sono stati costretti all'operazione militare da Benjamin Netanyahu.
Ridicole le motivazioni popolari: l'Iran è una teocrazia che discrimina le donne e le minoranze e uccide gli oppositori. Col regime change gli USA esportano la democrazia.
Prendo seriamente in considerazione le motivazioni escatologiche. Non sono l'unico, anche il Professor Jiang Xuequin ha dichiarato che dietro al conflitto vi sarebbe la volontà di un gruppo di fanatici religiosi (ebrei ma anche cristiani evangelici o pentecostali) di distruggere la moschea di Al-Aqsa, costituire il grande Israele e imporre un governo mondiale tecnocratico che conduca l'umanità alla fine dei tempi.
Da agnostico, constato con orrore che non passa giorno senza che Donald Trump, Pete Hegseth o qualcun altro vicino alla Casa Bianca nomini Dio.
Sorrido amaramente: da una vita sostengo che una Nazione che prenda sul serio l'Antico Testamento è una Nazione pericolosa... Se i Vangeli sono ispirati dalla luce (si pensi alla centralità dell'amore, alla compassione, alla benevolenza di Dio padre), la Bibbia è ispirata dalle tenebre (e il Talmud da raffinate menti criminali, anticipatrici del suprematismo e delle teorie razziali). Mi astengo dal commentare il Corano (il discorso è complesso, chi fosse interessato può leggerlo nella versione del Professor Sami Aldeeb, che lo ha riordinato e ne ha evidenziato la distinzione tra due parti, il Corano della Medina e quello della Mecca).
Mi sento più vicino a Noah Yuval Harari “Gesù Cristo è una fake news”.
Tuttavia, tra me e Harari si apre un abisso se mi concentro sulla visione del futuro. Lui è ottimista: “Grazie alla fusione con l’intelligenza artificiale, l’essere umano diverrà l’artefice del proprio destino”. Io no: “L'intelligenza artificiale è lo strumento con cui un'élite malthusiana renderà schiavi tutti gli altri”.
Ma proseguo nel tentativo di conoscere: quali effetti avrà la guerra in Iran?
Parto da quelli certi e già visibili: crisi petrolifera, diminuzione della centralità del petroldollaro, destabilizzazione del Libano e dei Paese del Golfo, genocidio dei palestinesi.
Indico quelli probabili: rafforzamento della Cina, coinvolgimento diretto dell'UE allargata al Regno Unito nel conflitto russo ucraino (per evitare la completa capitolazione dell'Ucraina), emergenze umanitarie a macchia di leopardo (Cuba, Nazioni africane) a causa del blocco dello stretto di Hormuz (vitale per l'esportazione dei fertilizzanti).
Prospetto quelli apocalittici: invasione di Taiwan con conseguente controllo della Cina del mercato dei microprocessori, guerra civile negli Stati Uniti, con conseguente crollo dell'economia mondiale. La grandezza dell'America si fonda sul dollaro. Oggi, secondo stime affidabili (per difetto), il debito complessivo statunitense ha superato il 300% del PIL. A fronte di un PIL circa 30 trilioni, questi sono soltanto alcuni numeri: 38.4 trilioni di dollari di debito pubblico federale, 6 trilioni di debiti dei singoli Stati, 13.5 trilioni di debiti corporate, 18 trilioni di mutui immobiliari, 1.77 trilioni di student loans, 1.1 trilioni di debiti su carte di credito, 1.6 trilioni di debiti per l'acquisto di automobili, a cui vanno aggiunti i debiti del comparto sanitario. Il solo costo degli interessi sul debito pubblico ammonta a oltre un trilione di dollari l'anno. Non è tanto il semplice dato del rapporto deficit PIL a spaventare, ma l'enormità del numero (e mi limito al solo debito pubblico 38.4 trilioni di dollari di debito pubblico federale, 6 trilioni di debiti dei singoli Stati) rispetto all'intera economia mondiale (44,4 trilioni il debito pubblico USA, 115 trilioni il totale del PIL mondiale). In caso di guerra civile negli Stati Uniti, il crollo del sistema finanziario non sarebbe un'ipotesi ma una certezza.
Come si vede, è difficile guardare al futuro con ottimismo. Qualcuno mi assicura che dopo l'Apocalisse verranno mille anni di regno mariano, ma io domando: “Quanto dura l'Apocalisse?”.
Riflettendo su questo presente distopico, mi domando che senso avesse la guerra all'Iran. Klaus Schwab, tanto abusato, citato a sproposito, ha delineato il Great Reset. Fine dei combustibili fossili, fine della piccola e media impresa, impoverimento della classe media, riduzione dell'essere umano a mangiatore inutile tenuto in vita da sussidi. Aggiungo io: fine del mercato, questa magnifica utopia superata dalla formazione di oligopoli (Meta, Amazon, Microsoft eccetera) che si dotano di regole proprie privatistiche che ledono diritti individuali (si pensi al diritto di censura esercitato a loro discrezione), fine della libertà di gestione patrimoniale (attraverso l'abolizione del contante e l'obbligo di utilizzo di moneta elettronica, tracciabile e bloccabile a discrezione dell'emittente – sempre secondo regole privatistiche), crediti sociali, negazione dell'assistenza sanitaria a chi non si adegui ai protocolli e alle indicazioni dell'Autorità (non ti vaccini? Niente cure mediche. Bevi? Paghi le terapie).
La recente visita a Roma di The Reptile (anagramma di Peter Thile) e gli accordi stipulati col Governo aggiungono motivi di preoccupazione: un altro passaggio importante del Great Reset è il controllo capillare della società.
Mi rendo conto che ipotizzare che un ristretto numero di individui abbia prima pianificato poi messo in atto un progetto complesso e inquietante come il Great Reset possa sembrare la farneticazione di un complottista, ma ciò che conta è che si sta delineando uno scenario coerente col Great Reset.
Proprio come osservò Julius Evola nella sua prefazione ai Protocolli dei Savi di Sion, il piano di conquista del potere da parte di una minoranza affetta da un deteriore concetto suprematista è autentico, più che mai visibile.
Comprendere è impossibile. Conoscere – nel senso di non negare e non subire passivamente confidando che tutto torni come prima - è necessario, per cercare di salvarsi.
di Alfredo Tocchi, Il Giornale d'Italia, 19 marzo 2026