17 Marzo 2026
Ali Larijani Fonte: X @TheMossadIL
Ali Larijani, 67 anni, era diventato negli ultimi mesi il volto più esposto e influente del sistema di potere iraniano. Segretario del Consiglio supremo per la sicurezza nazionale dal 5 agosto 2025, aveva assunto un ruolo centrale nella gestione del conflitto con Israele e gli Stati Uniti. Sempre più presente sulla scena pubblica, appariva come il vero decisore politico del Paese. La sua figura aveva progressivamente oscurato anche quella del presidente. La sua uccisione, rivendicata da Israele, colpisce il cuore della struttura di comando della Repubblica islamica.
Il segretario del Consiglio supremo per la sicurezza nazionale dell'Iran, Ali Larijani, sarebbe stato ucciso in un attacco aereo israeliano in Iran la scorsa notte. Ad affermarlo è il ministro della Difesa israeliano, Israel Katz: “Larijani e il comandante del Basij sono stati eliminati durante la notte. Si sono uniti a Khamenei e a tutti i membri eliminati dell'Asse del male nelle profondità dell'inferno", ha detto Katz.
Colpire Larijani significa intaccare il vertice stesso del sistema iraniano. Nelle ultime settimane, infatti, era apparso sempre più evidente come il responsabile della Sicurezza detenesse un potere decisionale cruciale, dettando la linea politica e comunicativa della Repubblica islamica.
La sua ascesa si era accelerata a partire da giugno, con la cosiddetta Guerra dei 12 giorni. In quella fase, l’ayatollah Ali Khamenei, rifugiato in bunker per ragioni di sicurezza, gli aveva affidato – insieme a una ristretta cerchia – il compito di garantire la sopravvivenza del regime di fronte alle minacce esterne e al rischio di un suo assassinio.
Nel pieno di una fase segnata da instabilità e bombardamenti, Larijani aveva di fatto assunto la guida del Paese. In un momento di estrema fragilità interna, appariva come l’unico in grado di mantenere il controllo, arrivando spesso a oscurare il presidente "riformista" Massoud Pezeshkian con dichiarazioni e prese di posizione.
Era tra i pochi a esporsi pubblicamente: fu il primo alto funzionario a intervenire dopo gli attacchi di sabato 28 febbraio, che hanno dato inizio al conflitto, e non esitò a contraddire apertamente il presidente Donald Trump sulle prospettive di negoziato. Il New York Times aveva scritto: “Praticamente sta governando il Paese”.
Alla guida del Consiglio supremo dal 5 agosto 2025, Larijani coordinava le risposte alle crisi interne ed esterne. Il suo peso politico era cresciuto insieme alla visibilità, anche per il ruolo nella repressione delle proteste esplose tra dicembre e gennaio, quando migliaia di iraniani erano scesi in piazza contro il regime. In quel contesto, aveva applicato con rigore le direttive di Khamenei, favorevole alla linea dura contro il dissenso.
Ex comandante dei Guardiani della rivoluzione, nel tempo era riuscito a costruirsi un profilo anche politico e diplomatico. Aveva gestito negoziati con la Cina, seguito i dossier sul nucleare e mantenuto i rapporti con alleati strategici come Bashar al-Assad, i vertici di Hezbollah, Vladimir Putin e i leader di Qatar e Oman.
Khamenei ne apprezzava anche le origini. Pur non essendo un religioso, Larijani proveniva da una delle famiglie clericali più influenti dell’Iran: il padre, Hashem Amoli, e il nonno materno, Mohsen Ashrafi, erano entrambi ayatollah di rilievo nello sciismo duodecimano. Negli anni Trenta, durante lo scontro tra clero e dinastia Pahlavi, la famiglia si era trasferita a Najaf, in Iraq, centro nevralgico dell’islam sciita.
Proprio a Najaf Larijani era nato, prima del rientro in Iran negli anni Sessanta, quando il clero si preparava a diventare protagonista della vita politica. Pur restando un laico, scelse presto la via del potere entrando nei pasdaran.
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