Il Sud del Libano, la resistenza di Hezbollah, le bombe sui civili e il fallimento totale dell'Occidente
Nel silenzio omertoso dei media, l'IDF devasta Beirut e il Sud del Libano: già migliaia di morti e circa ottocentomila civili sfollati
Il Levante, e in particolar modo lo spazio sovrano del Libano, si configura in queste ore drammatiche come il teatro in cui si consuma il collasso definitivo del diritto internazionale, nonché l'epilogo cruento del paradigma statuale moderno.
L'Angelo della Storia benjaminiano volge il suo sguardo verso le macerie di Beirut e del Sud del Libano, costretto ad assistere a un cumulo di rovine che cresce ininterrottamente verso il cielo, sospinto dalla tempesta del progresso tecnologico-militare. Si contano già migliaia di morti e circa ottocentomila civili costretti a sfollare, lasciare le proprie case, la loro vita.
Per comprendere la genealogia di questo disastro, risulta imperativo procedere a una decostruzione della natura stessa dello Stato libanese, analizzando brevemente le sue cicatrici storiche e l'inevitabile affermazione di entità non statuali che hanno assunto il monopolio della resistenza e della sovranità territoriale.
La dialettica dell'occupazione 1982 e la genesi di Hezbollah
L'attuale offensiva militare terrestre che strazia il suolo del Libano si inserisce, come un inesorabile ingranaggio hegeliano, all'interno di una consolidata dialettica storica di occupazione e resistenza.
Comprendere la complessa geografia politica del Libano meridionale richiede un inquadramento delle precedenti campagne militari israeliane, le quali hanno profondamente, e forse irreversibilmente, plasmato la demografia, la psiche collettiva e la morfologia politica della regione.
L'analisi geopolitica odierna conferma in pieno questa stringente prospettiva di lungo periodo: «La storia delle guerre tra Israele e Libano non è una sequenza di episodi separati, ma un'escalation che attraversa più di quarant'anni» (Melcangi, La Stampa, 16 Marzo 2026).
L'Operazione Litani del 1978 segnò la prima grande penetrazione militare israeliana oltre la linea di confine settentrionale, un'incursione mirata a sradicare la presenza e l'infrastruttura dell'Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP), la quale aveva stabilito nel sud del Libano il proprio santuario operativo (il cosiddetto "Fatahland"). Il parziale fallimento strategico di quella missione, che non riuscì ad annientare la leadership palestinese, pose le basi dottrinali per un'operazione di proporzioni e ambizioni infinitamente superiori.
L'anno 1982 rappresenta il vero punto di rottura epocale, il trauma originario nella storia del Levante contemporaneo. L'esercito israeliano, sotto la guida dell'allora Ministro della Difesa Ariel Sharon, lanciò una massiccia invasione terrestre che si spinse ben oltre il sud, stringendo d'assedio la capitale libanese. Come rammenta la cronaca analitica di questi giorni: «Tutto inizia nel 1982, quando Israele invade il Libano con l'operazione "Pace in Galilea"; arriva fino a Beirut e apre una delle pagine più oscure della storia della regione: il massacro di Sabra e Shatila, dove centinaia di civili palestinesi vengono uccisi dalle milizie falangiste» (Melcangi, La Stampa, 16 Marzo 2026). Il massacro, perpetrato impunemente sotto l'illuminazione dei razzi traccianti delle forze occupanti, ha frantumato le fondamenta dell'attivismo laico e palestinese in Libano.
Eppure, proprio in base al principio per cui ogni forza oppressiva genera inevitabilmente il proprio contrario dialettico, le ceneri dell'invasione del 1982 hanno creato le condizioni materiali e spirituali per la genesi di un nuovo, formidabile attore politico. Hezbollah, il Partito di Dio, è emerso direttamente come risposta di resistenza all'occupazione israeliana, coagulando attorno a sé la vasta e storicamente marginalizzata comunità sciita del sud del Libano e della Valle della Bekaa.
Supportato ideologicamente, logisticamente e finanziariamente dall'Iran post-rivoluzionario e dalla Siria, Hezbollah ha introdotto un nuovo paradigma teologico-politico e militare nel panorama mediorientale.
Nel corso dei successivi diciotto anni di occupazione militare israeliana del Sud del Libano (la cosiddetta "fascia di sicurezza"), Hezbollah ha perfezionato sofisticate tecniche di guerriglia asimmetrica, imponendo un logoramento costante all'esercito occupante fino a costringerlo a un ritiro unilaterale, caotico e senza condizioni nel maggio del 2000. Tale ritiro ha conferito al Partito di Dio un prestigio immenso e trasversale in tutto il mondo arabo e islamico, legittimando la sua esistenza in quanto suprema forza di liberazione nazionale in grado di sconfiggere l'invincibile esercito di Tel Aviv.
Tuttavia, il ritiro israeliano, certificato dalle Nazioni Unite, privava teoricamente Hezbollah della sua raison d'être come forza armata indipendente. Rifiutando il disarmo previsto dagli Accordi di Taif, il partito ha applicato una rigorosa strategia di sopravvivenza, giustificando il mantenimento del proprio vasto arsenale con il perdurare dell'occupazione israeliana delle Fattorie di Shebaa e delle colline di Kfar Chouba (territori contesi tra Libano, Siria e Israele). Questa formale giustificazione territoriale ha permesso a Hezbollah di mutare pelle, consolidando la propria condizione di Stato parallelo. Avvantaggiandosi dell'assenza del welfare pubblico libanese, il partito ha edificato una monumentale infrastruttura sociale comprendente ospedali, scuole, fondazioni per i martiri e servizi di microcredito, supportati da un esercito convenzionale la cui potenza di fuoco eccede di gran lunga quella delle forze armate regolari libanesi.
La Guerra di Luglio del 2006 ha costituito il successivo, catartico banco di prova per questa elaborata struttura di resistenza. L'incursione terrestre israeliana, scatenata in risposta al rapimento di due soldati al confine, si scontrò con un inaspettato e complesso sistema di tunnel sotterranei, bunker mimetizzati e tattiche anti-carro avanzate. Tale preparazione precluse a Israele una vittoria militare decisiva in trentaquattro giorni di combattimenti, cristallizzando il ruolo di deterrenza strategica di Hezbollah per i successivi diciotto anni. Si giunge così, lungo un inesorabile piano inclinato di tensioni irrisolte, al definitivo collasso del paradigma di deterrenza e alla catastrofe del marzo 2026 dove illegalmente Israele sta avanzando.
Invasione di terra e "nuda vita"
I resoconti della cronaca internazionale fotografano un Paese sprofondato nella totale anomia e nella devastazione materiale. Il collasso definitivo della diplomazia internazionale ha lasciato campo aperto alla cruda espressione della violenza sovrana. Le IDF hanno varcato nuovamente il confine settentrionale, scatenando un'offensiva terrestre, aeronavale e cibernetica di inaudita intensità. L'operazione, denominata dai comandi militari "Roaring Lion" (all’interno della quale c’è anche l’aggressione illegale all’Iran), vede l'impiego massiccio delle divisioni 91esima, 98esima e dei riservisti della 252esima, penetrate in profondità nel tessuto meridionale del Paese. L'obiettivo strategico dichiarato mira all'occupazione dell'intera fascia a sud del fiume Litani, spingendo le milizie di Hezbollah verso nord e smantellandone sistematicamente l'infrastruttura bellica.
I titoli della stampa contemporanea riflettono, con macabro realismo, l'eco di una devastazione di sapore apocalittico. I bollettini di guerra sono crudi: «L'INVASIONE DELLE IDF. Libano, già mille morti: "Si rischia altro sterminio"» (Il Fatto Quotidiano, 15 Marzo 2026). Il paradigma applicato dall'esercito israeliano nel territorio libanese ricalca le logiche di annientamento spaziale e demografico già tragicamente sperimentate nei territori palestinesi, inducendo gli analisti di geopolitica a coniare un nuovo, angosciante lemma per descrivere lo scenario: «Una nuova Gaza.
L'incubo del Libano» (La Stampa, 16 Marzo 2026). L'occupante rimodella la topografia attraverso ordini di evacuazione draconiani, i quali coprono ormai circa 1.470 chilometri quadrati, equivalenti al 14 per cento dell'intero territorio nazionale. Le ingiunzioni di sfollamento forzato si sono estese ben oltre il Litani, spingendosi fino al fiume Zahrani (a venticinque miglia dal confine) e svuotando città nevralgiche come Nabatieh e decine di villaggi limitrofi.
La furia bellica non risparmia le arterie vitali dello Stato. I raid aerei hanno distrutto il ponte di Tayr Filsey sul fiume Litani, recidendo i collegamenti fondamentali tra i distretti di Tiro, Nabatieh e Zahrani, e colpendo deliberatamente un'infrastruttura civile cruciale. I bombardamenti si sono spinti fino al centro di Beirut e ai popolosi sobborghi orientali di Nabaa-Burj Hammoud, polverizzando edifici residenziali e lambendo i centri di accoglienza per sfollati.
In questo scenario di distruzione, l'ordine giuridico internazionale si disintegra sotto i colpi dell'artiglieria, rivelando la propria, ormai totale, impotenza. Il coordinatore per i soccorsi di emergenza dell'ONU, Tom Fletcher, ha definito l'attuale frangente un «momento di grave pericolo» per l'ordine globale, denunciando come il collasso della solidarietà internazionale faccia tremare le fondamenta stesse del diritto. La missione UNIFIL (United Nations Interim Force in Lebanon), incaricata dal 1978 di monitorare la cessazione delle ostilità, appare ridotta alla tragica condizione di un ostaggio passivo. La critica giornalistica e politico-filosofica riconosce amaramente in questa paralisi istituzionale la fine del sogno cosmopolitico kantiano: «...i 1000 Caschi blu della missione Unifil in Libano, intrappolati tra i due fuochi di Israele e di Hezbollah. Che ci facciamo ancora... in Libano, ora che Israele lo invade per l'ennesima volta e il peacekeeping della fu Onu è un lontano ricordo?» (Travaglio, Il Fatto Quotidiano, 15 Marzo 2026).
La tempistica dell'offensiva delinea un orizzonte intriso di sofferenza prolungata. I bollettini militari confermano la vastità dell'impegno in corso, smorzando ogni illusione. L'incursione impone al Libano un tributo di sangue altissimo. Dalla riaccensione del fronte all'inizio di marzo si contano oltre 800 vittime confermate, fra cui più di un centinaio di bambini, e migliaia di feriti, con intere linee generazionali spazzate via sotto le macerie.
La popolazione libanese, in fuga dalle zone meridionali e dalla periferia sud di Beirut, si trova in balia degli eventi, ridotta in senso strettamente agambeniano alla condizione di homo sacer, a pura "nuda vita". Le Nazioni Unite e le autorità locali documentano quasi un milione di sfollati interni, sradicati dalle proprie abitazioni. Di questi, centinaia di migliaia vagano alla ricerca di rifugi di fortuna, scuole sovraffollate o piazze, mentre oltre 84.000 rifugiati siriani e 8.000 cittadini libanesi hanno compiuto il disperato tragitto inverso, attraversando il confine con la Siria per sfuggire all'apocalisse. Vite spogliate di ogni attributo politico, civico o giuridico, esposte senza alcuna mediazione alla violenza mortale del potere sovrano, in uno spazio in cui lo Stato di Eccezione si è fatto regola incontrastata e permanente.
La terza guerra del Golfo e il collasso globale
La crisi libanese e l'invasione dell'IDF del marzo 2026 fungono da brutale catalizzatore per un conflitto allargato di proporzioni mondiali. Il Levante si configura come una faglia tettonica iper-sensibile in cui convergono e deflagrano le insostenibili pressioni di quella che la stampa ha già concordemente ribattezzato come la Terza Guerra del Golfo. Il conflitto si è infatti espanso ben oltre il bacino del Litani, coinvolgendo in modo diretto, cinetico e massiccio la Repubblica Islamica dell'Iran e gli Stati Uniti d'America.
Il panorama internazionale è scosso dall'attivismo bellico e retorico del Presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, il quale ha impresso un'accelerazione fulminea all'estensione del conflitto. L'analisi politica evidenzia come «Trump allarga la guerra» , adottando una dottrina di massima pressione militare contro l'Iran. Le operazioni aeree e missilistiche americane e israeliane contro l'infrastruttura militare e di leadership di Teheran hanno innescato una risposta quasi simmetrica immediata. L'Iran, consapevole della propria strutturale inferiorità nel dominio aereo convenzionale, ha attivato la propria dottrina di deterrenza negando l'accesso agli snodi marittimi globali, operando una chiusura de facto dello Stretto di Hormuz.
Le conseguenze sul commercio globale sono apocalittiche. Il blocco navale viene descritto dalle cronache correnti come un ostacolo quasi insormontabile, un cul-de-sac strategico in cui la superpotenza marittima americana sbatte contro tattiche non convenzionali. I reportage indicano chiaramente che «Le navi non passano», ostacolate dalle mine, dai barchini veloci dei Pasdaran e dalla minaccia missilistica. Gli alti comandi militari statunitensi hanno dovuto riconoscere l'entità della crisi asimmetrica, denunciando apertamente i «rischi che gli Usa stanno correndo e facendo correre all'economia mondiale nello stretto di Hormuz» (Corriere della Sera, 16 Marzo 2026).
Per forzare questo blocco, che minaccia di strangolare le economie energivore di Asia ed Europa, l'amministrazione americana ha intrapreso mosse radicali, giungendo a sollecitare prepotentemente la costituzione di un'immensa coalizione navale internazionale: «Trump incita: le navi attraversino Hormuz» (La Repubblica, 14 Marzo 2026). Contestualmente, Trump esercita fortissime pressioni strategiche sulla NATO e sui partner asiatici affinché supportino attivamente la missione di sminamento e scorta, prospettando un'imminente «Collaborazione navale a Hormuz».
L'impatto economico di questa colossale operazione militare risulta devastante non solo per i Paesi del Medio Oriente, ma per gli stessi attori occidentali che ne sopportano l'onere finanziario. I costi per sostenere una guerra ad altissima intensità su molteplici fronti contemporanei raggiungono cifre che sfidano la razionalità economica di pace. Un'indagine dettagliata delle primissime fasi dell'offensiva rivela un dispendio di risorse spaventoso, che dimostra la natura capital-intensiva del conflitto postmoderno.
Il coinvolgimento militare iraniano, peraltro, non si limita alla guerra di attrito nel teatro marittimo, ma si estende con colpi diretti alle infrastrutture della coalizione internazionale disseminate nel Golfo. La gravità della minaccia asimmetrica ha investito direttamente anche il contingente militare italiano dislocato in area, evidenziando l'estrema vulnerabilità delle basi fisse occidentali alla nuova guerra di droni kamikaze. I comunicati ufficiali confermano un evento di altissima e inedita tensione, la cronaca militare parla di un drone iraniano sulla base italiana di Ali Al Salem, in Kuwait. Illesi i soldati, protetti nel bunker, ma distrutto un velivolo a pilotaggio remoto da 34 milioni.
In risposta il Ministro degli Esteri italiano, Antonio Tajani, ha dichiarato solennemente che «non ci facciamo intimorire» (Corriere della Sera, 16 Marzo 2026), eppure il governo, in primis il suo presidente del consiglio, tentenna e prende tempo. Non siamo in guerra, ma siamo in guerra.
L’ambiguità regna sovrana. Nessuno ha il coraggio di condannare l’aggressione israelo-americana, ma allo stesso tempo non si vuole un coinvolgimento diretto, eppure si permette agli USA di usare le sue basi sul nostro territorio. Per l’Iran, ovviamente, il nostro paese è coinvolto nella guerra. E di fatto lo siamo.
In questo coacervo di violenza e terrore, la narrazione propagandistica americana cerca affannosamente di proiettare l'illusione di un'imminente e decisiva vittoria. Il Presidente Trump reitera proclami infuocati in cui assicura le opinioni pubbliche mondiali «che il nemico iraniano è sul punto di cedere». Questa retorica messianica e teleologica del potere esecutivo trova un'inquietante sponda nelle dichiarazioni di altissimi esponenti del Pentagono, i quali non esitano a mobilitare un immaginario prettamente veterotestamentario per giustificare e sacralizzare l'apocalisse balistica in corso. L'uso esplicitamente politico e manipolatorio della teologia raggiunge il suo parossismo nell'invocazione bellica del Segretario della Difesa statunitense Peter Hegseth, il quale arringa le truppe declamando il Salmo 144: «Benedetto il Signore, mia roccia, che addestra le mie mani alla guerra, le mie dita alla battaglia» (La Stampa, 16 Marzo 2026).
Ci troviamo di fronte alla perversione ultima del sacro in necropolitica, ovvero l'utilizzo della religione come giustificazione per ogni genere di distruzione, dal genocidio di Gaza all’invasione di Iran e Libano. Il conflitto del 2026 si combatte non solo sul terreno polveroso del Libano del Sud, dove i corpi dei combattenti e dei civili vengono smembrati da tonnellate di esplosivo convenzionale, ma anche nel freddo cyberspazio. La sintesi letale tra fondamentalismo teologico e supremazia tecnologica definisce l'orizzonte della guerra postmoderna, una guerra in cui l'avversario viene de-umanizzato, processato come una mera stringa di codice da annullare, e privato del suo intrinseco statuto di creatura umana.