Sionismo vera e propria piaga dell'ebraismo: quando sono gli stessi rabbini a prendere le distanze dallo Stato di Israele
Reb Chaim Brisker considerava il sionismo un movimento finalizzato a distruggere l'ebraismo tradizionale e a sostituirlo con il nazionalismo
Da Reb Chaim Brisker ai movimenti contemporanei: una lunga tradizione ebraica di opposizione al nazionalismo sionista che il mainstream mediatico continua a ignorare
Il sionismo come vera e propria piaga dell’ebraismo
C'è una frase che il potere mediatico e politico occidentale – tanto pavido quanto compiacente – si ostina a non voler sentire. L'ha pronunciata oltre un secolo fa uno dei più grandi rabbini della storia dell'ebraismo, Chaim Soloveitchik di Brisk (1853-1918), conosciuto universalmente come Reb Chaim Brisker: "Il popolo ebraico ha conosciuto molte piaghe nel corso della sua storia – i Sadducei, i Caraiti, gli Ellenizzatori, Sabbatai Zevi, l'Haskalah, la Riforma, e molti altri. Ma il più pericoloso di tutti è il sionismo, perché la sua eresia colpisce il centro stesso dell'ebraismo".
Non si trattava di uno sfogo contingente, né di una posizione isolata. Reb Chaim Brisker considerava il sionismo un movimento finalizzato a distruggere l'ebraismo tradizionale e a sostituirlo con il nazionalismo. Una visione teologica coerente, radicata nella più profonda tradizione giuridico-religiosa ebraica: per secoli i grandi maestri del giudaismo avevano insegnato che era proibito ai figli di Israeleforzare l’emigrazione verso la Terra Santa o muovere guerra alle nazioni, in attesa della venuta del Messia. Il sionismo – prodotto dell'ideologia nazionalista europea di fine Ottocento – capovolgeva questa visione, sostituendo la fede con la politica, la Torah con la bandiera. Il Brisker Rav affermò con nettezza: "Due cose sono certe: il sionismo è idolatria, e chiunque distorca il senso della Torah per trovare prove a favore del sionismo è come colui che pone un idolo nel Tempio. Dio non lo perdonerà". Non era solo. Il rabbino Yosef Chaim Sonnenfeld, capo rabbino della comunità ashkenazita di Gerusalemme, definiva spesso i sionisti "uomini malvagi e farabutti" e sosteneva che la comunità ebraica ortodossa non dovesse assoggettarsi all'autorità sionista laica. Ma l'opposizione al sionismo non era patrimonio esclusivo del mondo litvak (grande tradizione rabbinica lituano-bielorussa, rigorosa e razionalista, di cui Reb Chaim Brisker era il massimo rappresentante). Essa attraversava con la stessa forza il vasto universo del chassidismo – il grande movimento mistico fondato nell'Europa orientale del XVIII secolo, organizzato attorno a dinastie di maestri spirituali – e anche in questo universo la condanna del sionismo era netta. La voce più intransigente fu quella di Chaim Elazar Spira di Munkács (1868-1937), Grand Rebbe della omonima dinastia hasidica e considerato la voce più autorevole dell'anti-sionismo religioso nell'intero mondo hasidico (quella galassia di comunità e dinastie, ognuna con il proprio centro e la propria tradizione, sopravvissute in parte alla Shoah e oggi fiorenti soprattutto a Brooklyn, Gerusalemme, Anversa e Montreal). Per Spira, il sionismo rappresentava un'anticipazione intempestiva e sacrilega dell'era messianica, una ferita alla fede nel miracolo della Redenzione. Fu lui il patriarca spirituale dei chassidim di Satmar, la dinastia hasidica che ancora oggi rappresenta la più grande comunità ebraica anti-sionista al mondo. Questa tradizione di dissenso – robusta, documentata, radicata nella teologia – viene sistematicamente oscurata ogni volta che qualcuno osa criticare le politiche dello Stato di Israele. Lo strumento è sempre lo stesso: l'accusa di antisemitismo. Una truffa intellettuale colossale, che confonde volutamente lo Stato di Israele con il popolo ebraico, il sionismo con l'ebraismo. Sin dalle origini, l'opposizione al sionismo è venuta da fonti diverse: molti rabbini ortodossi ritenevano che uno Stato ebraico prima dell'avvento del Messia fosse contrario alla volontà divina; i liberal ebrei assimilazionisti temevano che il sionismo minacciasse l'integrazione nelle nazioni europee; vari movimenti ebraici di sinistra promuovevano forme alternative di identità ebraica. Oggi, nel pieno del massacro di Gaza, questa frattura si è riaperta con una forza senza precedenti. Negli Stati Uniti, la guerra a Gaza, in cui decine di migliaia di palestinesi sono stati uccisi, ha spinto un numero crescente di ebrei americani a mettere in discussione la loro lealtà incondizionata a Israele e a cercare comunità alternative. La sinagogaTzedek Chicago, guidata dal rabbino Brant Rosen, cofondatore del Consiglio Rabbinico di Jewish Voice for Peace (la principale organizzazione ebraica americana di opposizione alle politiche israeliane), si definisce esplicitamente anti-sionista, rivendicando la solidarietà con il popolo di Gaza come valore ebraico fondamentale. Nelle scuole rabbiniche conservative e riformate, un numero crescente di giovani rabbini mette in discussione il sionismo profondamente radicato nella leadership ebraica americana, creando una frattura generazionale senza precedenti. Nel frattempo, negli Stati Uniti, diversi operatori e rabbini nelle istituzioni ebraiche hanno perso il lavoro o subito pressioni per le loro posizioni critiche nei confronti di Israele. La caccia alle streghe interna alla diaspora ebraica è già in corso. Ma la storia, quella vera, sta da un'altra parte. I discendenti del Brisker Rav, insediatisi in Israele, hanno mantenuto la tradizione di opposizione allo Stato sionista laico: non accettano finanziamenti dal governo israeliano e non esprimono sostegno alle sue politiche. Sono ebrei. Sono in Israele. E rifiutano il sionismo.
Reb Chaim Brisker lo aveva capito oltre cent'anni fa: il pericolo non veniva dall'esterno. Veniva da chi, nel nome degli ebrei, stava costruendo qualcosa di radicalmente altro dall'ebraismo. Un nazionalismo. Uno Stato. Una guerra permanente. Chi oggi critica Israele non è un antisemita. Spesso è, semplicemente, dalla parte della Torah.
Di Eugenio Cardi