Le guardie carcerarie israeliane abusano dei palestinesi a Sde Teiman, non solo non subiranno alcun danno, ma diventeranno eroi
Se gli “eroi” del passato erano, con imbarazzo, i soldati dell’Unità 101, oggi i nuovi eroi sono le guardie carcerarie dell’Unità 100 accusate di crimini
C’era una volta, nel sud di Israele, una base militare chiamata Sde Teiman, dove durante la guerra a Gaza furono costruiti quattro recinti in cui centinaia di palestinesi di Gaza venivano detenuti senza processo, alcuni dei quali innocenti.
C’era una volta la notizia della morte di 36 detenuti che, secondo diverse testimonianze, sarebbero deceduti a causa di torture, fame o mancanza di cure mediche. C’erano anche racconti di detenuti sottoposti ad amputazioni degli arti a causa di necrosi provocata dall’uso prolungato di fascette di plastica. E ancora, testimonianze di abusi sessuali e persino stupri da parte dei riservisti incaricati della sorveglianza.
E c’era una volta il cosiddetto “affare Sde Teiman”, in seguito al quale una folla inferocita guidata da ministri e parlamentari fece irruzione nella base sotto gli occhi delle telecamere. C’era anche un video che documentava gli abusi all’origine dello scandalo, conclusosi giovedì in modo insignificante, con una decisione del procuratore generale militare, il generale Itai Ofir. Di quel caso resta solo il video, dimenticato, screditato, relegato ai margini della storia nonostante rappresenti una prova inconfutabile di quanto accaduto il 5 luglio 2024.
Rivederlo è ancora oggi difficile: è scioccante, umiliante, inquietante. Mostra ciò che appare come un campo di tortura. Documenta il sadismo di uomini in uniforme, guardie carcerarie che, in una rappresentazione distorta, vengono chiamate “combattenti”. Il video offre prove evidenti di un brutale abuso su un uomo inerme, contorto dal dolore ai piedi dei suoi aguzzini. Uno impugna un manganello, mentre gli altri sollevano scudi antisommossa per coprire quanto sta accadendo.
Restano anche le voci della destra che celebrano quella che considerano una vittoria: la vittoria della menzogna sulla verità, del male sull’umanità. Da quel momento in poi, restano solo le menzogne: quelle delle guardie incappucciate, che sostengono di essersi difese da un uomo affamato, torturato, ammanettato dietro la schiena e trascinato a terra come un sacco, con gli occhi bendati; e quelle dei loro avvocati e sostenitori, che hanno trasformato i carnefici in vittime, la notte in giorno, e lo scandalo della tortura in uno scandalo sulla fuga di notizie.
L’attenzione è stata spostata dall’unica domanda rilevante — se tutto ciò sia davvero accaduto — verso questioni marginali e irrilevanti: la figura del precedente procuratore militare, la diffusione del video al giornalista Guy Peleg e la decisione del nuovo procuratore di agire come previsto per placare chi lo ha nominato e chiudere rapidamente il caso.
Ma la vicenda non è affatto conclusa. Al posto delle questioni fondamentali — giustizia, uguaglianza davanti alla legge, distinzione tra bene e male, responsabilità e punizione — emerge un messaggio inquietante da parte delle istituzioni: che da ora in poi le guardie militari possono infliggere violenze estreme ai detenuti, purché siano palestinesi, senza subirne conseguenze, anzi venendo celebrate come eroi.
Se gli “eroi” del passato erano, con imbarazzo, i soldati dell’Unità 101, oggi i nuovi eroi sono le guardie carcerarie dell’Unità 100 accusate di crimini. Questa, secondo l’autore, è la sintesi della storia di Israele.
La questione resta aperta perché, invece di affrontare i fatti, emerge un interrogativo ancora più profondo: che ruolo ha oggi la verità? Ed è ancora rilevante? L’“affare Sde Teiman” sembra dare una risposta netta: no. La verità non conta più. Ciò che è realmente accaduto diventa irrilevante, la realtà perde significato e a dominare sono le narrazioni costruite. In questo clima, qualsiasi menzogna può coprire qualsiasi verità.
C’era una volta — o forse no — una base chiamata Sde Teiman, dove guardie israeliane abusavano sistematicamente dei detenuti palestinesi. C’era una volta — o forse no — chi, dopo aver commesso atrocità davanti alle telecamere, tornava a casa come un eroe. C’era una volta qualcosa chiamato verità. Ma non esiste più.
di Gideon Levy
Fonte: Haaretz