Hormuz, la mossa di Trump di invocare un intervento della NATO per il controllo dello Stretto: follia o strategia?

Invocare l’aiuto della NATO significa infatti internazionalizzare la questione della sicurezza dello stretto. Non più un confronto bilaterale tra Washington e Teheran, ma una questione di stabilità globale

Quando Donald Trump invoca un intervento della NATO per il controllo dello Stretto di Hormuz, la reazione istintiva di molti osservatori è quella di liquidare la proposta come l’ennesima provocazione. Un’uscita estemporanea, in linea con lo stile politico del presidente americano. 

Ma in geopolitica le dichiarazioni pubbliche raramente sono casuali. E ciò che appare come un’iperbole può nascondere un calcolo preciso.

Lo Stretto di Hormuz non è un passaggio qualsiasi: è la vera valvola energetica del pianeta. Attraverso questo braccio di mare, largo appena una quarantina di chilometri nel suo punto più stretto, transita circa un quinto del petrolio mondiale. Da qui passano le esportazioni energetiche dei paesi del Golfo dirette verso l’Europa e l’Asia. Un blocco, anche temporaneo, avrebbe conseguenze economiche globali immediate.

Sulle sue rive si affacciano alcuni degli attori più sensibili dell’attuale crisi mediorientale: Iran, Oman e, poco più a nord, le rotte che conducono ai terminal petroliferi di Arabia Saudita, Kuwait, Qatar e Emirati Arabi Uniti. È quindi evidente che qualsiasi operazione militare o di controllo navale nello stretto non può prescindere dal coinvolgimento diretto o indiretto di questi Stati.

Ed è qui che la proposta di Trump potrebbe rivelare una logica strategica più sottile di quanto sembri.

Chiedere formalmente l’intervento della NATO in quell’area è, sotto molti aspetti, una forzatura giuridica e politica. L’Alleanza Atlantica nasce per la difesa collettiva dello spazio euro-atlantico, non per la gestione militare di choke point energetici nel Golfo Persico, detti anche “colli di bottiglia”, quali sono i passaggi di mare obbligati attraverso cui le navi devono transitare in quell’area strategica. Tuttavia, proprio questa apparente incongruenza potrebbe rappresentare il vero obiettivo della mossa trumpiana.

Invocare l’aiuto della NATO significa infatti internazionalizzare la questione della sicurezza dello stretto. Non più un confronto bilaterale tra Washington e Teheran, ma una questione di stabilità globale. In questo modo la pressione non ricadrebbe soltanto sull’Iran, ma anche sui paesi arabi del Golfo.

Perché se la NATO intervenisse davvero  -o anche solo minacciasse di farlo-  gli Stati della regione si troverebbero davanti a una scelta strategica: accettare una presenza militare occidentale permanente alle porte di casa oppure assumersi direttamente la responsabilità della sicurezza delle rotte energetiche.

In altre parole, la richiesta americana potrebbe rappresentare un modo indiretto per costringere i paesi arabi ad uscire dall’ambiguità. A contribuire con proprie flotte, con proprie basi e con una propria architettura militare alla sicurezza regionale.

Non sarebbe la prima volta che Washington utilizza questo metodo. Spesso la minaccia di un intervento occidentale serve proprio a stimolare gli attori locali a prendere l’iniziativa.

Se questa fosse davvero la logica della mossa trumpiana, allora la provocazione avrebbe una sua razionalità: trasformare un problema americano  -la sicurezza della navigazione nello Stretto di Hormuz-  in una responsabilità condivisa dagli stessi paesi che da quella sicurezza dipendono economicamente.

Naturalmente resta l’altra possibilità: che si tratti davvero dell’ennesima dichiarazione impulsiva del leader repubblicano. Ma nella storia delle crisi internazionali le dichiarazioni apparentemente più avventate sono spesso quelle che aprono nuovi equilibri.

Un gioco agli scacchi dove fa scacco matto chi sa bene di essersi messo nelle condizioni idi subire uno scacco matto dai paesi NATO che hanno già rigettato una simile richiesta.

Perché nello stretto di Hormuz non si gioca soltanto una partita militare

Si gioca, soprattutto, il controllo del rubinetto energetico del mondo e a questo non possono sottrarsi gli Stati arabi che vi si affacciano.

Certo è che se gli Stati arabi di quell’area geopolitica non dovessero schierarsi apertamente con gli USA, si potrebbe immaginare un obiettivo diverso.

Dopo l’operazione speciale miltare russa contro l’Ucraina, l’Europa ha cercato di sganciarsi dalle forniture energetiche della  Russia. Paesi come l’Italia e la Germania hanno accelerato la diversificazione delle fonti: più gas liquefatto dagli Stati Uniti, nuovi contratti con il Nord Africa, investimenti nei rigassificatori.

Ma questo nuovo equilibrio energetico è fragile. Dipende in larga misura proprio dalla stabilità delle rotte marittime del Golfo Persico.

Se lo Stretto di Hormuz continuasse ad essere instabile  -a causa di uno scontro prolungato con l’Iran  o di una più vasta crisi regionale-  una parte significativa delle alternative energetiche alla Russia verrebbe messa in discussione. I prezzi salirebbero rapidamente come sta già accadendo e l’Europa si troverebbe di fronte a un dilemma: pagare energia sempre più cara oppure riaprire, in parte o totalmente, il rubinetto russo.

Ed è qui che emerge una possibile convergenza strategica tra Trump e il presidente russo Vladimir Putin.

Un Medio Oriente instabile e rotte energetiche insicure renderebbero molto più difficile per l’Europa mantenere il distacco energetico da Mosca. In uno scenario di prezzi elevati e tensioni sui mercati, il ritorno del gas russo potrebbe tornare a essere presentato non come una scelta politica, ma come una necessità economica, con la conseguenza che Kiev dovrebbe aprire immediate trattative per una pace definitiva.

Per l’Italia il tema è tutt’altro che astratto. Prima della guerra in Ucraina una quota rilevante del gas consumato nel paese proveniva dalla Russia. La sostituzione di quelle forniture è stata possibile solo grazie a un delicato equilibrio tra importazioni africane, gas liquefatto e riduzione dei consumi.

Un nuovo shock energetico globale, come sta già avvenendo, potrebbe mettere in discussione questo equilibrio.

In questa prospettiva la mossa di Trump assume un significato molto più ampio. Non solo una proposta militare per la sicurezza dello Stretto di Hormuz, ma anche un messaggio geopolitico rivolto all’Europa: il nuovo sistema energetico costruito dopo la guerra in Ucraina è più fragile di quanto sembri e la pace in Ucraina è una necessità ineludibile poiché i cospicui  aiuti economici militari all’Ucraina si scontrerebbero con la gravità energetica che inizia ad affannare tutti gli stati europei e rappresenterebbero solo uno spreco inutile di danaro a favore di una guerra ormai persa.

Trump otterrebbe la prima vittoria del suo secondo mandato: la pace tra Russia ed Ucraina, grazie alla crisi energetica dello stretto di Hormuz.

Di Gianfranco Petricca
Generale di C. d’A. dei Carabinieri  Par. (R.O.)
Senatore della Repubblica nella XII Legislatura