Israele, morta Shoshana Strook, figlia della ministra degli insediamenti: l’ha uccisa la violenza sessuale subita da bambina
Shoshana Strook è morta. È stata trovata senza vita sabato nel Moshav Amirim, vicino a Safed, nel nord di Israele. Aveva trentotto anni. Aveva un coraggio fuori dal comune. E aveva nemici potentissimi. Sua madre si chiama Orit Strook. È ministra degli Insediamenti e delle Missioni Nazionali nel governo Netanyahu
Abusata dai genitori fin dall'infanzia, denunciata come "pazza" dalla famiglia, silenziata da un ordine di bavaglio dello Stato. La figlia della ministra Orit Strook è morta sola, senza casa, senza protezione. La verità che aveva urlato resta lì, scomoda come una pietra. Accusava i genitori di abusi rituali e pedofilia.
Shoshana, figlia di una ministra sionista, è morta. Accusava abusi sessuali in famiglia
Shoshana Strook è morta. È stata trovata senza vita sabato nel Moshav Amirim, vicino a Safed, nel nord di Israele. Aveva trentotto anni. Aveva un coraggio fuori dal comune. E aveva nemici potentissimi. Sua madre si chiama Orit Strook. È ministra degli Insediamenti e delle Missioni Nazionali nel governo Netanyahu. È una delle voci più estreme dell'ultradestra israeliana, colonizzatrice convinta, sostenitrice dell'annessione della Cisgiordania, negazionista dell'esistenza stessa del popolo palestinese. Una donna di potere, blindata da alleanze politiche, da reti religiose, da un sistema giudiziario che — non a caso — aveva blindato anche la storia di sua figlia con un ordine di bavaglio. Il padre di Shoshana si chiama Avraham Strook. Studente di Haim Drukman — uno dei rabbini più influenti del sionismo religioso — ha seguito la moglie in ogni insediamento illegale, da Yamit nel Sinai fino ad Hebron, nel cuore della Cisgiordania occupata. Una famiglia radicata nel potere religioso e politico israeliano. Una famiglia che Shoshana ha accusato di averla distrutta.
Perché Shoshana aveva parlato. E aveva detto cose insopportabili per chi detiene il potere in Israele
Nell'aprile del 2025 aveva pubblicato un video sui social media, una vera e propria bomba: accusava entrambi i genitori e un fratello di averla abusata sessualmente fin dall'infanzia. Non si trattava di conflitti familiari o risentimenti privati: Shoshana descriveva rituali filmati, materiale pedopornografico prodotto in casa, minacce di diffusione di quei video per tenerla sotto ricatto. Aveva depositato una denuncia formale — prima in Italia, dove si trovava - poi trasmessa alla polizia israeliana. L'unità investigativa d'élite Lahav 433 aveva aperto un fascicolo. E immediatamente le autorità avevano calato il sipario: divieto di pubblicazione, ordine di bavaglio, silenzio imposto ai media israeliani. Non solo non si potevano riferire i dettagli dell'indagine, non si poteva nemmeno scrivere il nome della ministra Strook in relazione alle accuse. Alla faccia dell’”unica democrazia del Medio Oriente”. In Italia, in Francia, nel mondo arabo e su alcune testate anglosassoni indipendenti, la storia era circolata. In Israele, ufficialmente, non esisteva. Nel giugno del 2025 Shoshana aveva testimoniato alla Knesset, davanti alla Commissione per lo Status delle Donne e alla Commissione speciale per i giovani israeliani. Non era sola: altre donne avevano portato testimonianze analoghe, descrivendo reti organizzate di abusi rituali su minori, con il coinvolgimento di parlamentari in carica ed ex parlamentari, medici, insegnanti, alti ufficiali di polizia. Una di loro — Yael Ariel — aveva dichiarato di aver subito violenze sistematiche dall'età di cinque anni, in cerimonie che includevano torture, droghe, coercizione a fare del male ad altri bambini. "Ci dicevano che se avessimo parlato, nessuno ci avrebbe creduto", aveva detto. E aveva ragione.
Perché il sistema non ha creduto. O peggio: ha creduto, e ha scelto di tacere
Chi scrive queste righe conosce terribili storie come questa. Non da oggi, non dai giornali. La conosce dall'interno delle esperienze vissute attraverso chi ha o ha avuto tale serio problema di carattere mentale, per poi scrivere e pubblicare il romanzo di denuncia sociale “Irene F. - Diario di una Borderline” — presentato al Senato della Repubblica e presso la Sala Stampa della Camera dei Deputati, tradotto e distribuito all'estero — che pone al centro esattamente questo: il legame tra abuso sessuale infantile e insorgenza del disturbo di personalità borderline. Un legame che la psichiatria contemporanea considera oggi acquisito. Le vittime di abusi sessuali nell'infanzia sviluppano con frequenza altissima questa seria patologia di carattere psichiatrico, fatto di instabilità emotiva devastante, dissociazione, incapacità di costruire relazioni sicure, tendenza all'autodistruzione. Shoshana Strook, nelle settimane prima di morire, mostrava tutti i segni di chi porta quel peso da una vita intera: senza casa, senza risorse, senza più la forza di stare ferma in un posto. Non era "pazza", come ha detto la sua famiglia. Era una sopravvissuta che il sistema aveva abbandonato. E c'è un dato che dovrebbe far tremare i polsi a chiunque si occupi di questo tema: almeno il 90% degli abusi sessuali sui minori avviene in ambito familiare. Non sono i mostri nell'ombra, non sono gli sconosciuti. Sono perlopiù i padri, i nonni, i patrigni, i fratelli, gli zii. Sono le persone di cui il bambino dovrebbe fidarsi più di chiunque altro al mondo. È per questo che le vittime tacciono per decenni. È per questo che quando parlano vengono chiamate instabili, bugiarde, malate di mente (riportato al femminile in quanto il 90% dei bambini abusati nell’infanzia è di genere femminile). E l'aspetto più paradossale della cosa è che la vittima molto spesso si sente in colpa per quanto accaduto. Sì, perché è il meccanismo più antico e più efficace della violenza: convincere chi è stato ferito che la colpa è sua, che la sua voce non vale nulla, che nessuno la ascolterà.
Shoshana Strook ha aspettato trentotto anni. Ha parlato. E non è stata ascoltata
Poche settimane fa, Shoshana aveva lanciato online una raccolta fondi disperata. Scriveva di essere senza casa, costretta a spostarsi tra appartamenti di sconosciuti, incapace di lavorare, abbandonata dalla famiglia. "Non sono più al sicuro", aveva scritto. Nessuno l'ha protetta. Lo Stato che avrebbe dovuto farlo aveva posto un forte bavaglio censorio a tutta quella terribile storia. E ora Shoshana è morta. Le cause del decesso non sono ancora state rese note ufficialmente. Si parla di suicidio, ma sembrerebbe che abbia lasciato un biglietto che lascia pensare diversamente. La famiglia — la stessa famiglia che lei accusava — ha dichiarato che la figlia "aveva problemi di salute mentale". È la risposta più antica del mondo: screditare la vittima, patologizzarla, ridurla a caso clinico. Funziona sempre, soprattutto quando i giornali non possono scriverne. C'è un'ultima, bruciante ironia in questa storia. Orit Strook, la ministra-madre, è stata per anni una delle più aggressive sostenitrici della narrativa israeliana sulle violenze sessuali del 7 ottobre 2023. Ha cavalcato ogni tribuna per denunciare le presunte aggressioni di Hamas contro le donne israeliane. Ha trasformato il corpo delle vittime in strumento di propaganda geopolitica. Oggi quella stessa ministra è accusata dalla propria figlia di essere stata lei stessa una carnefice. Il cerchio è chiuso. La vergogna, però, non si chiude con lui.Shoshana Strook aveva cercato giustizia. Aveva cercato protezione. Aveva cercato qualcuno che le credesse. Non l'ha trovato. E adesso le sopravvissute agli abusi rituali in Israele le hanno dedicato un messaggio: "Faremo di tutto perché la tua voce sia ascoltata e la tua morte non sia vana". Speriamo che qualcuno, finalmente, ascolti.
Di Eugenio Cardi