Energia, geopolitica e realismo: il possibile asse Donald Trump–Vladimir Putin come conseguenza della crisi con l’Iran

Un eventuale e prevedibile accordo Trump–Putin potrebbe trasformare il gas russo da strumento di sanzione a leva di pace o, secondo altri, a strumento di pressione politica

L’attacco congiunto degli Stati Uniti e di Israele contro l’Iran rischia di produrre un effetto geopolitico che fino a pochi mesi fa sarebbe apparso impensabile: il superamento della linea occidentale di isolamento energetico della Russia attuata dopo l’inizio dell’operazione speciale militare contro l’Ucraina.

Dallo scoppio della guerra nel febbraio 2022 - con l’operazione militare lanciata da Vladimir Putin contro l’Ucraina guidata da Volodymyr Zelensky-  l’Europa ha progressivamente rinunciato alle forniture energetiche russe, inizialmente con il  sabotaggio del Gasdotto Nord Stream  e poi con la riduzione drastica delle forniture degli altri Gasdotti, fino a giungere all’embargo sul petrolio e alle sanzioni di congelamento finanziarie, con l’obiettivo di colpire il cuore economico della macchina bellica di Mosca.

Quella scelta ha avuto conseguenze profonde anche per l’economia europea, e in particolare per l’Italia, storicamente tra i principali clienti energetici della Russia.

Oggi, tuttavia, lo scenario internazionale potrebbe cambiare radicalmente.

L’inasprimento della crisi mediorientale, aggravata dall’offensiva contro l’Iran  della guida suprema religiosa dell’ayatollah Alì Khamenei e, dopo la sua uccisione, passata  al figlio, Mojtaba Khamenei, rischia di destabilizzare  il quarto dei bacini energetici mondiali.  

In un contesto di crescente incertezza della fruibilità delle rotte petrolifere del Golfo Persico e dello Stretto di Hormuz, l’energia torna a essere la principale leva geopolitica.

Ed è qui che entra in gioco l’ipotesi di un nuovo asse politico tra Donald Trump  e Putin.

Se l’ex presidente americano del 2022 - oggi tornato protagonista della politica statunitense-  decidesse di privilegiare come soluzione negoziale dell’ultima ora, quella energetica derivante dalla crisi Iraniana, per porre fine alla guerra in Ucraina, è di tutta evidenza che tale opzione potrebbe diventare lo strumento decisivo, e fino a ieri impensabile, per esercitare pressioni su Kiev e sugli stessi alleati europei, non più respingibili.

Lo schema sarebbe semplice quanto brutale nella sua logica geopolitica.

Mosca verrebbe autorizzata a riaprire le forniture dirette di gas e di petrolio verso l’Europa, in particolare verso i Paesi industriali come Italia e Germania, garantendo prezzi più bassi rispetto alle attuali forniture globali. In cambio, l’Occidente dovrebbe promuovere un compromesso territoriale sul conflitto ucraino: la fine dell’invio di armi con la conseguente fine delle ostilità e con il riconoscimento della sovranità russa sul Donbass che gli USA hanno,  di fatto, già sancito non inviando più proprie e dirette  forniture di armi.

Il cuore della trattativa riguarderebbe infatti il territorio conteso dell’Ucraina orientale  delle autoproclamate repubbliche separatiste di Donetsk e Lugansk di lingua russofona, oggi in gran parte sotto controllo russo. 

Per molti governi europei si tratterebbe di una scelta impensabile, ripeto, fino a ieri, ma che porrebbe una pietra tombale alla contesa territoriale del Donbass: da un lato la difesa del principio dell’integrità territoriale degli Stati; dall’altro la pressione economica derivante da prezzi energetici elevati e da una guerra che è stata fomentata dalla violazione degli accordi di Minsk (2014-2015), firmati per porre fine al conflitto nel Donbass tra Ucraina e separatisti filorussi, che prevedevano principalmente un cessate il fuoco immediato, il ritiro delle armi pesanti, la liberazione dei prigionieri e una riforma costituzionale ucraina che garantisse autonomia alle regioni di Donetsk e Luhansk, inclusa la gestione del confine, monitorati dall'OSCE.

In questo scenario, l’energia tornerebbe a essere la moneta principale della diplomazia internazionale.

La Russia dispone delle riserve e delle infrastrutture per rifornire rapidamente il mercato europeo. L’Europa, nonostante gli sforzi di diversificazione verso il gas liquefatto americano o verso i fornitori africani e mediorientali, non ha ancora sostituito completamente la dipendenza energetica costruita nei decenni precedenti.

Un eventuale e prevedibile accordo Trump–Putin potrebbe, quindi, trasformare il gas russo da strumento di sanzione a leva di pace o, secondo altri, a strumento di pressione politica.

Il punto cruciale resta comprendere  quanti degli Stati dell’Europa sarebbero disposti ad accettare un compromesso di questo tipo, mettendo all’angolo il presidente della commissione europea.

Perché dietro la questione energetica si nasconde una scelta storica: continuare una lunga guerra di logoramento (persa) nel cuore del continente,  oppure accettare una pace imperfetta che, pur ridisegnando gli equilibri geopolitici dell’Europa orientale, consentirebbe però di limitare strategicamente  gli eventuali futuri rincari energetici derivanti dalla crisi con l’IRAN degli Ayatollah e, forse, anche un riavvicinamento della Russia all’Europa pacificata.

In ogni caso, un aspetto appare sempre più evidente: nel nuovo ordine - disordine mondiale l’energia rappresenta, ancora una volta, una leva di potere economico che può risolvere l’irrisolvibile.

Di Gianfranco Petricca
Generale di C. d’A. dei Carabinieri  Par. (R.O.)
Senatore della Repubblica nella XII Legislatura