Sánchez: "In Iraq è iniziata così", l'Europa va in ordine sparso mentre il Medio Oriente rischia di innescare la III guerra mondiale
La Spagna è stata l'unico governo europeo a puntare i piedi, negando a Washington l'uso delle basi militari di Rota e Morón, in Andalusia, per gli attacchi contro l'Iran
C'è un leader europeo che ha le idee chiare. Uno solo. Si chiama Pedro Sánchez, è premier socialista della Spagna, e in questi giorni convulsi in cui il Medio Oriente brucia e il mondo trattiene il respiro, ha fatto quello che i leader dovrebbero fare per definizione: ha preso una posizione, l'ha difesa a viso aperto, e non si è piegato alle minacce di Donald Trump.
La solita Europa indecisa, frammentata, disunita, confusa e confusionaria
Gli altri — con qualche onorevole eccezione di second'ordine — si sono accodati a Washington, si sono nascosti nel silenzio o hanno aspettato di capire da che parte tira il vento. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: l'Europa va in ordine sparso davanti a una guerra che già si è allargata nella regione e che potrebbe diventare il focolaio di un conflitto mondiale. Regno Unito, Francia e Germania si sono vergognosamente schierate con gli Stati Uniti e Israele, considerando che l'attacco congiunto israelo-americano a danno dell'Iran (che in realtà sembrerebbe essere molto lontana dall'avere la bomba atomica) è del tutto al di fuori di quel che rimane del diritto internazionale. L'Italia — governo Meloni in testa — si è rintanata in un mutismo che è già di per sé una scelta, e non certo quella giusta, corretta e dignitosa. Gli altri, semplicemente, non pervenuti. La Spagna è stata l'unico governo europeo a puntare i piedi, negando a Washington l'uso delle basi militari di Rota e Morón, in Andalusia. Trump ha risposto in diretta tv, durante la conferenza stampa con il cancelliere tedesco Merz, definendo la Spagna un alleato "terribile" e annunciando lo stop a tutti gli scambi commerciali. La replica di Sánchez dalla Moncloa non si è fatta attendere: "Non saremo complici di qualcosa che è dannoso per il mondo e che è anche contrario ai nostri valori e interessi, non abbiamo paura delle ritorsioni di qualcuno, abbiamo assoluta fiducia nella forza economica, istituzionale e, direi anche, morale del nostro Paese". Il richiamo all'Iraq del 2003 non è retorica. È memoria viva e bruciante. È quasi una riparazione storica rispetto all'adesione entusiasta con cui la Spagna di Aznar entrò in guerra a fianco di Bush e Blair contro Saddam Hussein. Quella guerra fu una catastrofe. Produsse instabilità, macerie, centinaia di migliaia di morti e il caos che ancora oggi devasta la regione. Oggi Sánchez dice: non si ripeterà. "Non si può rispondere a un'illegalità con un'altra, perché è così che iniziano i disastri dell'umanità". Sánchez ha ribadito con chiarezza che la Spagna condanna le violenze del regime iraniano, ma che la risposta non può essere altra violenza. La domanda che pone al mondo è più scomoda e più onesta: "La vera domanda non è se stiamo o meno al fianco degli ayatollah. La vera domanda è se stiamo dalla parte della legalità internazionale". La posizione spagnola non è improvvisata. È la coerente applicazione di una visione del mondo. Sánchez è l'unico tra i principali leader europei ad essersi rifiutato di portare la spesa militare al 5% del PIL, definendo quella soglia "irragionevole" e "controproducente". Non solo: è il governo occidentale che si è messo alla guida della condanna del genocidio israeliano a Gaza. Quando gli Stati Uniti hanno catturato Maduro durante l'intervento in Venezuela, è stato l'unico leader europeo ad avere una reazione davvero critica, denunciando la violazione del diritto internazionale. Non è un caso. È una bussola.
In tutto ciò Washington va avanti con i bombardamenti
Nel frattempo Washington non si ferma nemmeno di fronte al veto spagnolo. Secondo fonti militari, gli aerei Usa decollano da Rota, effettuano una breve sosta in alcune basi europee e proseguono verso il Medio Oriente, presentando piani di volo tra basi europee per evitare di dover dare spiegazioni alla Spagna. Il trucco dello scalo: un escamotage che dice tutto sulla buona fede dell'amministrazione Trump nei confronti degli alleati. L'Unione europea, di fronte alle minacce commerciali di Trump verso Madrid, ha ribadito che un blocco unilaterale da parte degli USA si scontra con il fatto che la politica commerciale è materia comunitaria, e si è dichiarata pronta ad agire per salvaguardare gli interessi di tutti i suoi membri. Solidarietà tardiva, balbettante e insicura, misurata col contagocce. Nel frattempo Merz, alla Casa Bianca, aveva già voltato le spalle a Madrid senza battere ciglio e lo ha fatto con quella strisciante deferenza verso Trump che stride ancora di più in un Paese che conosce meglio di altri dove porta l'obbedienza acritica al potere. La Germania, che oggi si affianca a due nazioni impegnate in un'azione militare unilaterale, fuori da qualsiasi mandato internazionale e lontanissima dal diritto delle genti, sceglie ancora una volta il lato sbagliato della storia. E questa volta non potrà dire di non sapere. Questo è il quadro. Un'Europa frantumata, senza strategia comune, senza voce unitaria, di fronte a una guerra che potrebbe allargarsi in modo imprevedibile. Da un lato chi ha scelto l'obbedienza, cieca e servile, per usare le parole dello stesso Sánchez. Dall'altro chi ha scelto il diritto internazionale, pagandone il prezzo in solitudine. La storia, prima o poi, farà i suoi conti. E sappiamo già da che parte starà.
di Eugenio Cardi