#SendBarron virale negli Usa: "Manda tuo figlio a combattere", mentre Rubio ammette che Netanyahu decide le guerre di Trump
L'hashtag ha cominciato a circolare mentre si diffondevano le notizie dei primi caduti americani dell'operazione "Epic Fury", l'assalto congiunto Usa-Israele all'Iran scattato il 28 febbraio
C'è una vignetta che l'America ha scritto da sola, senza bisogno di matita. Si chiama #SendBarron, ed è diventata in pochi giorni uno dei trend più virali sui social statunitensi. Il soggetto è Barron Trump, diciannove anni, studente alla New York University, figlio del presidente che ha appena trascinato gli Stati Uniti in guerra contro l'Iran. Il messaggio è lapidario: se è una guerra giusta, mandaci anche lui.
Quando un presidente manda i figli degli altri a morire per un premier ricercato dall'Aia: l’oscuro rapporto tra Trump e Netanyahu all’ombra di Epstein
L'hashtag ha cominciato a circolare mentre si diffondevano le notizie dei primi caduti americani dell'operazione "Epic Fury", l'assalto congiunto Usa-Israele all'Iran scattato il 28 febbraio. A dargli forma e sito web è stato Toby Morton, comico e già sceneggiatore di South Park, che ha creato DraftBarronTrump.com non appena si è saputo dei morti americani, costruendo un portale satirico che irride la storia della famiglia Trump con le defezioni militari. Al terzo giorno di assalto, lanciato senza autorizzazione del Congresso, il bilancio contava già almeno sei militari americani morti e non meno di 555 iraniani uccisi, tra cui moltissimi bambini. Trump intanto, durante una cerimonia di consegna della Medal of Honor, ha parlato dei tendaggi del nuovo salone da ballo della Casa Biancainvece di commemorare i soldati caduti. La satira di #SendBarron non è solo irriverenza. È la versione popolare di una domanda politica che scotta: chi decide le guerre? E per conto di chi? Il presidente stesso ricevette cinque esenzioni dal servizio militare per evitare il Vietnam — quattro per motivi accademici e una medica per i famosi "speroni al tallone" (fantomatica malformazione congenita che secondo i medici dell'epoca gli rendevano impossibile il servizio militare, anche se poi in realtà Trump per decenni ha condotto una vita sportivamente attiva — golf, tennis — senza alcun apparente problema ai piedi), per i quali il suo ex avvocato Michael Cohen ha testimoniato che non esisteva documentazione. Ora, come osserva sardonicamente qualcuno su X, la Casa Bianca sostiene che Barron sia "troppo alto" — un metro e novantasei — per arruolarsi. Ironia vuole che David Robinson, gigante del basket americano con i suoi 216 centimetri, abbia sospeso la carriera NBA per servire nella Marina. Ma dietro la battuta c'è un abisso. Il senatore democratico Chris Murphy ha detto in tv che "non saranno i figli dei miliardari di Trump e dei suoi amici a morire". Ed è qui che la commedia diventa geopolitica.
Rubio lo ha detto chiaro: siamo entrati in guerra perché Israele ci ha trascinati
Il Segretario di Stato Marco Rubio, parlando ai giornalisti dopo un briefing con i leader del Congresso, ha dichiarato: "Sapevamo che ci sarebbe stata un'azione israeliana. Sapevamo che avrebbe provocato un attacco contro le forze americane, e sapevamo che se non li avessimo colpiti preventivamente prima che lanciassero quegli attacchi, avremmo subìto perdite maggiori". Non è una dichiarazione di poco conto. È la prima volta che un alto funzionario dell'amministrazione Trump riconosce esplicitamente che la guerra è stata decisa dal calendario militare israeliano, non da una minaccia imminente agli Stati Uniti. La stessa Axios ha scritto che si trattava "della prima volta che un funzionario di Trump aveva così esplicitamente riconosciuto Israele come forza trainante della guerra". Il boomerang è stato immediato. Matt Walsh del Daily Wire, voce del MAGA più ortodosso, ha scritto su X: "Rubio ci sta dicendo apertamente che siamo in guerra con l'Iran perché Israele ci ha forzato la mano. Questa è praticamente la cosa peggiore che potesse dire". E l'ex deputato Matt Gaetz: “Nel fare queste affermazioni, indiscutibilmente vere, l'America appare come uno Stato subalterno”. Appare, dice Gaetz. Con il pudore di chi sa benissimo che non si tratta di apparenza. Gli Stati Uniti di Trump sono, nei fatti, subalterni allo Stato di Israele di Netanyahu: un premier latitante dalla giustizia internazionale, ricercato dalla Corte Penale dell'Aia, che detta i tempi e i modi di una guerra combattuta con soldati americani, pagata con soldi americani, e giustificata — come ha ammesso Rubio prima di rimangiarselo — con le priorità militari di Tel Aviv. Il senatore indipendente Angus King ha definito le parole di Rubio "sconvolgenti", chiedendo pubblicamente: "Abbiamo delegato la decisione più solenne che una democrazia possa prendere — andare in guerra — a un altro Paese?". Trump ha poi tentato di riscrivere la narrativa, sostenendo di aver "forzato lui la mano di Israele". Ma la Casa Bianca aveva già comunicato al Congresso, nella notifica prevista per legge, che gli attacchi erano stati condotti in "autodifesa collettiva" degli alleati regionali, inclusa Israele, formula giuridicamente nebulosa che molti costituzionalisti americani considerano insufficiente a giustificare un atto di guerra senza autorizzazione parlamentare.
L'ombra di Epstein: Trump è ricattabile da Netanyahu?
È una domanda che circola da settimane nei circoli dell'intellighenzia anglosassone e che ora, con la guerra esplosa, torna con forza. Non è una teoria dei complotti peregrina: è una linea argomentativa che parte da dati di fatto. Ari Ben-Menashe, ex ufficiale dell'intelligence israeliana, ha dichiarato in un'intervista televisiva che Netanyahu starebbe conservando i dossier più compromettenti di Epstein per usarli contro l'élite americana nel caso in cui Washington avesse stretto un accordo con Teheran invece di bombardarla. Le sue parole: "Se si raggiungesse un accordo tra americani e iraniani, Netanyahu cercherebbe di sabotarlo. Uno dei suoi metodi sarebbe la pubblicazione di materiale su Epstein che coinvolgerebbe funzionari del governo statunitense, incluso Trump"(fonte: il Simplicissimus – blog indipendente italiano). Un rapporto dell'FBI reso pubblico con i file Epstein cita una fonte confidenziale che sostiene che Trump fosse "compromesso da Israele" (fonte: The Canary – testata digitale britannica). Le smentite ufficiali non mancano, ma neanche i documenti imbarazzanti: i file rivelano che il Dipartimento di Giustizia aveva condotto un'indagine segreta su presunte accuse legate a Epstein nei confronti di Trump, e che un deputato democratico ha trovato documenti in cui le redazioni riguardano specificamente Trump, redazioni giustificate dalla Casa Bianca come tutela della "privacy delle vittime". Non è nemmeno la prima volta che Netanyahu viene associato a metodi di pressione di questo tipo: un ex direttore del conservatore Weekly Standardriferisce che l'allora premier israeliano minacciò obliquamente Clinton con le registrazioni delle conversazioni con Monica Lewinsky, per ottenere la liberazione di un uomo condannato per aver venduto segreti militari a Israele (Fonte: Jacobin). La domanda non è complottista. È strutturale. Come scrive Jacobin: non è necessario invocare il ricatto per spiegare la servitù degli Stati Uniti verso Israele, è sufficiente osservare il sistema corrotto del finanziamento elettorale americano. Ma quando un presidente che si era presentato come "America First" finisce per fare ogni guerra che Netanyahu vuole, la domanda diventa legittima.
Il Libano di nuovo sotto le bombe. Il copione non cambia mai
Nel quinto giorno di guerra, l'esercito israeliano ha lanciato una nuova vasta ondata di attacchi su Beirut, colpendo hotel e edifici civili, con morti e feriti. Le forze di terra israeliane avanzano nei villaggi del Libano meridionale, già distrutti nella guerra del 2024 e nel corso del 2025. Almeno 30.000 persone sono già in fuga in Libano, secondo l'UNHCR. Un operatore umanitario cristiano a Beirut descrive la popolazione in "stato di shock, stanchezza, sgomento e rabbia", con la sensazione di rivivere ciò che è già accaduto un anno e mezzo fa ed anche negli ultimi 40 anni. Il Libano non è parte del conflitto irano-americano. Il Libano è semplicemente il bersaglio perenne, il cortile in cui Israele scarica ogni eccesso, ogni rappresaglia, ogni espansione strategica. Intanto l'AIEA avverte di possibili emissioni radioattive dopo i raid su siti nucleari iraniani. Lo Stretto di Hormuz è minacciato. L'ambasciata Usa a Riad è stata colpita. I Paesi del Golfo tremano. Il Papa è l'unico leader mondiale ad aver pronunciato parole di ragione, chiedendo il negoziato e avvertendo del rischio catastrofe. L'Europacome sempre tace, o peggio applaude.
#SendBarron è una battuta. Ma sotto la battuta c'è tutto: la guerra di chi non manda i propri figli a combattere, la subalternità americana a un premier israeliano ricercato dalla Corte Penale Internazionale, il sospetto sempre più fondato che la Casa Bianca non abbia scelto questa guerra ma l'abbia subita, per debolezza, per calcolo, o per qualcosa di più oscuro che giace ancora sepolto sotto milioni di pagine redatte di un dossier chiamato Epstein. Netanyahu ha detto che questa guerra è quella che "aspettava da quarant'anni". Trump ha risposto che forse è stato lui a forzare la mano di Israele. Rubio ha detto la cosa più onesta di tutte, prima di rimangiarsela: siamo entrati perché altrimenti ci avrebbero attaccato per conto di qualcun altro. Il Medio Oriente brucia. Barron Trump studia a Washington. E i figli degli altri continuano a morire.
Di Eugenio Cardi