Paradosso europeo: mentre Kallas e von der Leyen si affannano ad inseguire Mosca, Putin diventa il primo esportatore di grano al mondo

Mentre Kallas e Von der Leyen si affannano a isolare la Russia, Putin diventa il primo esportatore mondiale di grano. La guerra che doveva inginocchiare Mosca l'ha resa più forte

Mentre Kallas e Von der Leyen si affannano a isolare la Russia, Putin diventa il primo esportatore mondiale di grano. La guerra che doveva inginocchiare Mosca l'ha resa più forte.

Qualcuno a Bruxelles si è accorto del cortocircuito?

C'è un paradosso che vale più di mille editoriali. L'Unione Europea ha dichiarato la Russia nemico numero uno, ha aperto i rubinetti per finanziare Kiev in modo ormai sistematico e ossessivo, ha voltato deliberatamente lo sguardo dall'orrore di Gaza e della Cisgiordania per concentrarsi sul fronte est. Kaja Kallas, alto rappresentante per la politica estera europea, e Ursula von der Leyen, Presidente della Commissione, hanno fatto del confronto con Mosca la cifra identitaria di questa stagione politica. Risultato? Dopo quattro anni di guerra, la Russia è diventata il primo esportatore mondiale di grano. Il dato è certificato dall'USDA, il Dipartimento dell'Agricoltura degli Stati Uniti, e confermato dal Centro studi Divulga: nella stagione 2023-2024, la Russia ha controllato il 26 per cento del mercato globale del grano, la quota più alta della storia russa (Center for Strategic and International Studies). Rispetto all'ultimo anno pre-invasione, le esportazioni russe di frumento risultano oggi il 12,5 per cento più alte. Nel frattempo Putin ha già annunciato la svolta strategica: fare dell'agricoltura il nuovo motore del PIL russo fino al 2030, scalzando progressivamente la dipendenza dagli idrocarburi. Il grano come nuovo petrolio. Diplomatico, economico, geopolitico.

La "diplomazia del grano" che Bruxelles non ha saputo leggere

Mentre le cancellerie europee si sgolavano nel parlare di sanzioni e di isolamento internazionale di Mosca, Putin costruiva pazientemente una rete di influenza in Africa e in Asia attraverso lo strumento più antico del mondo: il cibo. Nel 2024 il valore delle esportazioni agricole russe verso l'Africa è cresciuto del 19 per cento (Center for Strategic and International Studies). Burkina Faso, Mali, Somalia, Etiopia, Eritrea, Repubblica Centrafricana: grano russo, spesso donato gratuitamente, come leva di consenso nei confronti dei Paesi del Sud globale che l'Occidente ha perso o sta perdendo. Turchia, Bangladesh, Egitto, Arabia Saudita figurano tra i principali acquirenti (Asia Society). E Putin ha già in cantiere il passo successivo: una borsa cerealicola BRICS che potrebbe ridisegnare ulteriormente i flussi commerciali mondiali. La stessa Unione Europea, con un'incoerenza che rasenta il grottesco, ha importato 1,8 milioni di tonnellate di cereali dalla Russia nella stagione 2023-2024 (Asia Society), mentre comprava armi per Kiev e annunciava piani di riarmo collettivo contro Mosca. Paghiamo il grano russo e finanziamo pesantemente chi combatte la Russia. Una postura politica che definire contraddittoria sarebbe un eufemismo. A questo punto la domanda sorge spontanea: è a questo che serve la UE e la relativa Commissione?

Il prezzo del disimpegno selettivo

Ma c'è ancora di peggio, perché mentre tutto questo accade, Gaza brucia. La Cisgiordania viene smembrata colonia dopo colonia. Ma Kallas e von der Leyen hanno altro da fare: inseguire Mosca in un confronto che — i numeri lo dimostrano — stanno perdendo sul piano economico, commerciale e di influenza globale. L'Europa ha scelto ossessivamente i suoi nemici, ha scelto le sue battaglie. Ma non sembra aver scelto con grande saggezza. Il paradosso finale è bruciante: la guerra che avrebbe dovuto isolare e indebolire la Russia l'ha resa più forte sui mercati mondiali, più presente nel Sud globale, più influente nella ridefinizione degli equilibri commerciali internazionali. 55,5 milioni di tonnellate di grano esportate in una sola stagione (Center for Strategic and International Studies), record storico, mentre Kiev raccoglie le macerie del proprio settore agricolo e l'Europa si interroga — troppo tardi, troppo timidamente — su cosa sia andato storto. La risposta, forse, era sotto gli occhi di tutti. Ma a Bruxelles erano troppo impegnati a perseguire il loro nemico personale mentre in Medio Oriente in questi ultimi anni si sta consumando un vero e proprio genocidio davanti la totale indifferenza della UE che non sa fare altro che emanare di tanto in tanto stanche dichiarazioni di circostanza, che non fermano un carro armato, non riaprono un ospedale, non salvano una vita. I palestinesi purtroppo sono soli. La UE ha altro da fare.

di Eugenio Cardi