Con l’Iran gli USA fanno guerra alla Cina per controllare l’energia: ma gli altri non staranno a guardare, prepariamoci a una stagione di attentati

E’ un guerra per l’egemonia mondiale. Dopo Russia, Venezuela, Iran, prepariamoci ad eventi che colpiranno le città occidentali, così come all’esasperazione del capitalismo di sorveglianza e controllo delle masse


Il caso non esiste in geopolitica. E per dimostrarlo i Neoconservatori e i Democratici USA hanno sempre viaggiato a braccetto nel disegno internazionale di egemonia: controllare il mondo dominando l’energia. L’esportazione della democrazia si fa nei Paesi che hanno petrolio e gas.

Prima c’è stata l’Ucraina, poi il Venezuela, ora l’Iran. La prima è servita a staccare la Russia dall’Europa e far dipendere il Vecchio Continente dal petrolio USA e dei suoi alleati, sgambettando il disegno dei tedeschi (Gerhard Schröder e Angela Merkel in primis). Una potenza euroasiatica non s’ha da fare! Le altre due escalation servono invece a mettere in ginocchio la Cina, unico vero interesse della presidenza USA. Circa l’80–90% delle esportazioni di petrolio iraniano è venduto alla Cina. Così il 70–80% delle esportazioni del Venezuela. L’energia a prezzi stellari impedisce il mantenimento degli standard di vita ai quali eravamo abituati e tanto meno lo sviluppo dell’Intelligenza artificiale.

Le proteste del 2014 in piazza Maidan, a Kiev, portarono alla caduta del presidente Viktor Yanukovych dopo mesi di tensioni legate alla mancata firma dell’accordo con l’Unione Europea. Yanukovych, dopo aver chiesto prestiti a USA e UE che gli risposero con tassi da usura, lese la maestà USA, prendendo quelli russi, e arrivò il colpo di Stato, gli ucraini russofoni vennero bombardati da Kiev e si giunse all’invasione russa. Tutto il resto è storia.

Il conflitto degli Stati Uniti con Iran e Venezuela non è fine a sé stesso. Il vero destinatario della pressione americana è Pechino. Iran e Venezuela rappresentano due snodi energetici fondamentali per la Cina. Colpire o controllare questi Paesi, economicamente o militarmente, significa quindi incidere direttamente sulla sicurezza energetica cinese. In questa chiave, le crisi regionali diventano strumenti indiretti di competizione globale. Per capirlo non serve aver visto “I tre giorni del Condor”, dove Joseph Turner (Robert Redford), si ritrova sterminata la sua “sezione” di analisti perché ha inavvertitamente scoperto, attraverso un rapporto scritto da lui, un piano di un gruppo della CIA per invadere i paesi produttori di petrolio. Tanto meno aver aver letto le indagini sulla misteriosa caduta dell’aereo di Enrico Mattei nel 1962 o sulla morte di PierPaolo Pasolini nel 1975 all’idroscalo di Ostia mentre sta scrivendo il romanzo “Petrolio”.

L’egemonia nel XXI secolo non si gioca soltanto sul piano militare tradizionale, ma soprattutto sull’energia che resta la base materiale di tutto. Senza approvvigionamenti stabili e a basso costo, nessuna grande potenza può sostenere crescita industriale, infrastrutture digitali, sviluppo tecnologico avanzato e soprattutto l’AI che, per gli ingenui, serve a creare nuovi video, tanti giochini, funzioni simpatiche e alternative; per chi la gestisce, da almeno 10 anni, nuove armi e tecnologie di controllo.

I grandi modelli di AI richiedono enormi data center, supercalcolo, semiconduttori avanzati e soprattutto quantità di energia elettrica pari a quelle consumate da intere città. Gli Stati Uniti stanno investendo cifre straordinarie in questo settore, con un intreccio sempre più stretto tra imprese Big Tech nazionali e complesso militare-industriale. L’intelligenza artificiale non è solo uno strumento commerciale o comunicativo: ha applicazioni decisive nella cybersicurezza, nella logistica militare, nei sistemi d’arma autonomi, nell’analisi strategica, nell’intelligence e nel controllo delle masse.

In questo quadro, controllare, o quantomeno influenzare, i flussi energetici globali diventa una leva strategica. Se la Cina potesse garantirsi forniture stabili e a basso costo da Iran, Russia e Venezuela, avrebbe margini più ampi per sostenere la propria espansione tecnologica, inclusa quella nel campo dell’AI avanzata e delle sue applicazioni militari. Limitare questi canali significa rallentare, anche indirettamente, la sua ascesa come potenza competitiva.

La padella USA non è meglio della brace Russia, Cina o mondo islamico ma un conflitto militare tra Stati Uniti, Israele e Iran rischia di trasformarsi rapidamente da guerra convenzionale in guerra di tipo asimmetrico. L’uso di milizie e organizzazioni alleate come leva di ritorsione sono all’ordine del giorno. L’Iran già da tempo sostiene gruppi armati in Iraq, Siria, Libano (come Hezbollah), Yemen e altri Paesi: queste reti non solo partecipano a conflitti regionali, ma sono state utilizzate anche in passato per attacchi diretti o indiretti contro interessi occidentali all’estero.

Mentre l’Europa dorme, gestita da politici deboli e inadatti gli USA avanzano. Analisti dell’Atlantic Council, un importante centro studi statunitense, hanno osservato che se le pressioni esterne aumenteranno, soprattutto con attacchi contro il cuore dello Stato iraniano o i suoi alleati, Teheran potrebbe fare ricorso alla sua rete di una rete di milizie o organizzazioni alleate per reagire fuori dal Medio Oriente. Questo perché i gruppi vicini a Teheran operano già in diversi Paesi e dispongono di contatti e “cellule” in aree geografiche lontane, compreso il Nord Africa e l’Europa. Prepariamoci allo scenario.