Bombe israelo-americane sull'Iran: la minaccia nucleare un pretesto, veri motivi sono più vicini a Washington e Tel Aviv

Mentre il mondo viene mobilitato contro la minaccia nucleare iraniana, Israele possiede da decenni un arsenale atomico stimato tra le novanta e le quattrocento testate

Ci risiamo. Come per l'Iraq di Saddam Hussein e le famose armi di distruzione di massa che non esistevano, come per il Venezuela di Maduro e il narcotraffico sbandierato come casus belli mentre si puntava al controllo delle riserve petrolifere, anche stavolta l'attacco all'Iran viene confezionato con un pretesto che non regge all'esame dei fatti.

La bomba. La presunta minaccia nucleare iraniana.

Eccola, la giustificazione ufficiale dell'offensiva scatenata da Israele e Stati Uniti a giugno 2025 e poi negli ultimi giorni con massicci bombardamenti non solo sulla capitale ma su buona parte dell’Iran con molte vittime tra i civili, avendo colpito scuole e ospedali, quando già prima del precedente attacco, e precisamente il 25 marzo 2025, Tulsi Gabbard, direttrice dell'intelligence nazionale di Trump, aveva dichiarato senza ambiguità davanti al Congresso che l'Iran non stava costruendo un'arma nucleare e che il leader supremo Khamenei non aveva autorizzato alcun programma in tal senso dal 2003. Poi, con tempismo degno di un copione hollywoodiano, l'inviato di Trump, Steve Witkoff, è comparso in televisione a sostenere il contrario, affermando che Teheran era ormai a "una settimana dall'avere materiale di livello industriale per costruire bombe". La stessa Casa Bianca che nello stesso periodo proclamava di aver obliterato il programma nucleare iraniano. Contraddizioni che non sembrano disturbare nessuno, evidentemente.

Chiediamoci allora: se non è la bomba il vero motivo, cosa c'è dietro?

Trump e i fantasmi di Epstein. Mentre l'attenzione dell'opinione pubblica americana viene dirottata verso il Medio Oriente, a Washington arde un incendio che il presidente preferirebbe soffocare. Il 30 gennaio 2026 il Dipartimento di Giustizia ha rilasciato milioni di pagine di documenti relativi all'indagine su Jeffrey Epstein, il finanziere pedofilo morto in circostanze tuttora oscure. Tra i documenti emergeva una lista di accuse di abusi sessuali collegata a Donald Trump, compilata dall'FBI nell'agosto 2025. I deputati Thomas Massie e Ro Khanna — un repubblicano e un democratico, bipartisan come poche iniziative a Washington — avevano già spinto con forza per la legge sulla trasparenza degli atti Epstein, firmata da Trump a novembre 2025. Dopo aver esaminato i documenti non censurati, Massie ha dichiarato di aver trovato "i nomi di almeno sei uomini che sono stati censurati e che sono probabilmente incriminati dalla loro presenza in questi file", mentre il deputato democratico Jamie Raskin segnalava che il nome di Trump era stato oscurato in diversi punti dove non avrebbe dovuto esserlo, tra cui un thread di email tra gli avvocati di Epstein e quelli di Trumpdel 2009. NPR (National Public Radio, radio pubblica nazionale degli Stati Uniti. Network giornalistico no-profit considerata una delle fonti di informazione più autorevoli e affidabili degli USA) ha rivelato che documenti relativi a un'accusa di abuso sessuale contro Trump risultano mancanti dal database pubblico, circostanza che ha spinto persino il presidente repubblicano della commissione di sorveglianza della Camera, James Comer, ad aprire un'indagine. Massie ha definito la vicenda "più grande del Watergate". A tutto questo si aggiunge il disastro economico dei dazi. Un sondaggio ABC di febbraio 2026 rivela che il 64% degli americani disapprova la gestione dei dazi da parte di Trump. La Corte Suprema ha persino bocciato larga parte del programma tariffario presidenziale. L'approvazione generale del presidente è precipitata al 39%, con il 59% degli americani che disapprova la sua gestione dell'economia. E ancora: il 65% degli americani ritiene che le azioni dell'ICE siano andate troppo lontano nell'enforcement delle leggi sull'immigrazione. Un presidente con questi numeri ha bisogno di una guerra. O almeno di un nemico abbastanza lontano da far dimenticare i guai di casa (ricordate il film “Sesso & potere” - Wag the Dog - del 1997, diretto da Barry Levinson, nel quale Robert De Niro interpreta un cinico spin doctor che organizza una finta guerra per distrarre l'opinione pubblica da uno scandalo sessuale del Presidente degli USA?) Ecco, appunto.

Netanyahu: la guerra come ancora di salvezza

Anche per il premier israeliano i conti non tornano se si guarda soltanto alla narrazione ufficiale. Benjamin Netanyahu è da anni sotto processo per corruzione, frode e abuso d'ufficio in tre diversi procedimenti. Il 23 febbraio 2026, Netanyahu è comparso per la 79ª volta davanti al tribunale distrettuale di Tel Aviv per rispondere alle accuse a suo carico. Ha presentato richiesta di grazia al presidente Isaac Herzog senza ammettere alcuna colpa, sostenendo che il processo "sta lacerando Israele dall'interno". I suoi alleati di coalizione stanno nel frattempo spingendo per un disegno di legge che cancellerebbe dal codice penale il reato di frode e abuso d'ufficio — proprio le accuse che gravano su Netanyahu in tutti e tre i procedimenti. Trump, dal canto suo, ha definito il processo "una caccia alle streghe" e si è speso ripetutamente per convincere il Presidente Herzog a concedere la grazia. A febbraio 2026 Trump ha chiamato Herzog, dopo avergli scritto una lettera in novembre e aver sollecitato una grazia anche di fronte alla Knesset in ottobre 2025. Sollecitare la grazia per l'alleato serve anche a distrarre l'attenzione dai propri guai. La guerra — o meglio, il ruolo di guerriero — è storicamente il miglior collante per un'opinione pubblica frammentata. Israele ha le elezioni all'orizzonte, Netanyahu deve tenere insieme una coalizione di governo fragilissima, composta da elementi ultraortodossi, ultranazionalisti e coloni. La minaccia esterna è da sempre il mastice che tiene insieme queste anime così diverse.

La bomba che non si vede ma che esiste

C'è un'ipocrisia di fondo che nessuno dei grandi media occidentali sembra voler nominare con chiarezza. Mentre il mondo viene mobilitato contro la minaccia nucleare iraniana, Israele possiede da decenni un arsenale atomico stimato tra le novanta e le quattrocento testate. Non solo. Israele non è firmatario del Trattato di Non Proliferazione Nucleare e non ha accettato le salvaguardie dell'IAEA sui suoi principali impianti nucleari. Il reattore di Dimona, cuore del programma atomico israeliano costruito con l'aiuto francese negli anni Sessanta, non è sotto salvaguardie IAEA e gli ispettori non vi sono ammessi. Israele mantiene quella che pudicamente e ipocritamente viene chiamata "ambiguità nucleare": non nega, non conferma, e nessuno osa chiederle conto. L'Iran, viceversa, aveva firmato il Trattato di Non Proliferazione e per anni aveva permesso migliaia di ispezioni internazionali. Persino l'"Archivio Atomico" sottratto dal Mossad nel 2018 non aveva fornito prove definitive di un programma armato attivo. Il paradosso è sconcertante: si bombarda chi almeno ha accettato le regole del gioco internazionale, mentre chi non le ha mai accettate — e attacca i vicini con cadenza quasi regolare — gode di totale impunità. La domanda che nessuno a Washington o Bruxelles sembra volersi porre è semplice: di chi dobbiamo fidarci di più? Di un Paese che ha firmato i trattati internazionali o di uno che non li ha mai firmati, possiede centinaia di bombe di cui non si sa esattamente quante e dove siano, e che ha già colpito Iraq, Siria, Libano, Gaza e ora Iran? La risposta, evidentemente, dipende da chi scrive gli ordini del giorno della storia.

Il fantasma dell'Iraq

Vale la pena ricordare il precedente. Nel 2003, Colin Powell si presentò al Consiglio di Sicurezza dell'ONU con fotografie di presunte fabbriche di armi di distruzione di massa irachene, mai poi realmente riscontrate. L'Iraq fu raso al suolo, centinaia di migliaia di civili morirono, e il Medio Oriente fu lanciato in una spirale di instabilità da cui non si è ancora ripreso. Chi pagò per quell'errore - o per meglio dire  -  per quella menzogna? Nessuno. Le stesse élite che sbagliarono — o mentirono — allora guidano o ispirano le politiche di oggi.

Quanto alla connessione tra Epstein e l'intelligence israeliana — documentata in parte dagli stessi file ora parzialmente desecretati, che includono l'ex premier israeliano Ehud Barak tra le personalità legate al finanziere - è un terreno che molti giornalisti investigativi stanno esplorando con crescente attenzione. Le connessioni tra il mondo della finanza, dei servizi segreti e della politica che gravitavano intorno a Epstein sono tutt'altro che chiarite. Qualcuno, da qualche parte, aveva tutto l'interesse a mantenere quei dossier chiusi. Ora che si aprono, le guerre fanno sempre comodo. Non è un complotto: è la banale, feroce logica del potere. Quando i conti non tornano in casa, si trova sempre un nemico fuori porta. L'Iran di oggi è l'Iraq di ieri. E il conto, come sempre, lo pagheranno i civili.

Di Eugenio Cardi