L’Europa tra caos mediorientale e sudditanza strategica: quale possibile soluzione?

Dall’attacco all’Iran al nodo energetico, la guerra che non ci appartiene minaccia sicurezza e industria europee

Un copione già visto: colpire mentre si tratta

L’attacco contro l’Iran, avviato mentre erano ancora in corso canali negoziali, non rappresenta una novità strategica. È coerente con un approccio consolidato di Stati Uniti e Israele: uso preventivo della forza, eliminazione mirata di leader ostili, iniziative unilaterali senza reale consultazione degli alleati.

La narrazione della “minaccia nucleare imminente” è stata riproposta ancora una volta, benché non vi fossero evidenze condivise su una corsa iraniana alla bomba nel brevissimo periodo. Del resto, il precedente dell’accordo del 2015 – il JCPOA – firmato sotto l’amministrazione Obama e poi stracciato da Donald Trump su pressione di Benjamin Netanyahu, dimostra quanto la questione nucleare sia stata spesso piegata a esigenze politiche contingenti.

Alleati o comparse? L’umiliazione europea

Colpisce – ma non sorprende – che diversi governi europei siano stati informati delle operazioni a giochi fatti. L’Italia lo ha appreso dalle agenzie. È la plastica rappresentazione di un’alleanza a senso unico, dove il principio di consultazione viene sacrificato alla logica dell’“eccezionalità”.

Eppure l’Europa paga il prezzo più alto delle destabilizzazioni in Nord Africa e Medio Oriente: dalle guerre in Libia e Siria alla crisi ucraina del 2014, che ha aperto il confronto con la Russia. In quell’occasione, le tensioni culminarono anche nel sabotaggio del gasdotto Nord Stream, simbolo di una cooperazione energetica euro-russa oggi demonizzata.

Energia e Hormuz: il vero fronte

La chiusura dello Stretto di Hormuz da parte dei Guardiani della Rivoluzione iraniani e la ripresa delle minacce nel Mar Rosso, con gli Houthi pronti a colpire nel Bab el-Mandeb, riportano al centro il nodo energetico. Prezzi più alti del greggio favoriscono l’export statunitense e rendono sostenibile il fracking, tecnica costosa che necessita di quotazioni elevate.

Per l’Europa, invece, significa bollette più care, industria meno competitiva e maggiore vulnerabilità. Dopo aver ridotto drasticamente l’import di idrocarburi russi, il continente si è esposto maggiormente verso il Golfo. Una destabilizzazione prolungata colpisce direttamente il nostro Mediterraneo Allargato, area che dovrebbe essere prioritaria per Roma.

“Regime” e doppi standard

Definire l’Iran un “regime” è legittimo nel lessico politico occidentale. Ma allora come qualificare le monarchie assolute del Golfo, nostre alleate strategiche? La coerenza sembra spesso sacrificata sull’altare dell’opportunità.

I Pasdaran – i Guardiani della Rivoluzione – sono stati etichettati come organizzazione terroristica dal Parlamento europeo. Eppure furono milizie sciite sostenute da Teheran a contribuire in modo decisivo alla difesa di Baghdad contro l’ISIS nel 2014. La storia recente raramente è bianca o nera.

La resilienza iraniana e la guerra di logoramento

L’eliminazione della Guida Suprema, Ali Khamenei, non ha prodotto il collasso sperato. La Repubblica Islamica ha mostrato una struttura multilivello, capace di sostituire rapidamente i vertici colpiti. Nessuna insurrezione di massa si è materializzata. Sul piano militare, l’Iran sembra puntare a logorare le difese aeree israelo-americane con ondate di missili e droni. Se le stime israeliane parlano di circa 2.500 missili balistici ancora disponibili, la vera incognita è la sostenibilità delle scorte antimissile occidentali. Le guerre moderne sono anche conflitti di magazzino. Un’escalation prolungata rischia di svuotare arsenali destinati ad altri teatri, a cominciare dall’Ucraina, con implicazioni indirette per l’equilibrio con Mosca e per la postura della Cina su Taiwan.

Quale diritto, quale ordine?

Resta una domanda di fondo: con quale legittimità una potenza nucleare riconosciuta e una potenza nucleare “di fatto” possono negare a un altro Stato perfino la capacità di arricchire uranio o sviluppare missili? Se la risposta è la legge del più forte, allora il diritto internazionale diventa variabile dipendente dei rapporti di forza. Non si tratta di essere “filo-ayatollah”. Si tratta di realismo geopolitico. Il rovesciamento forzato di governi ostili ha prodotto, negli ultimi vent’anni, soprattutto caos: dall’Iraq alla Libia. Pensare che Teheran faccia eccezione appare azzardato.

Liberarsi dei liberatori

L’Europa dovrebbe interrogarsi seriamente. Ha senso delegare sicurezza, basi e scelte strategiche a una potenza che agisce senza consultarci e che trae benefici economici dalle crisi che colpiscono noi? “Liberarsi dei liberatori” non significa rompere ogni alleanza, ma recuperare autonomia strategica, pragmatismo e coerenza. Dopo ottant’anni, il continente dovrebbe saper distinguere tra solidarietà atlantica e sudditanza. Se questa guerra insegna qualcosa, è che la stabilità energetica e politica dell’Europa non coincide sempre con gli interessi di Washington o di Tel Aviv. E ignorarlo, ancora una volta, rischia di costarci caro.