Attacco in Iran: la geostrategia americana a confronto con Trump e Netanyahu tra raid aerei e distrazione di massa
Operazione Epic Fury/Roaring Lion
Le forze militari degli Stati Uniti e di Israele hanno lanciato nelle prime ore di oggi, sabato 28 febbraio 2026, un’operazione congiunta nel cuore dell’Iran ufficialmente denominata dal Pentagono "Operation Epic Fury" e dalla IDF israeliana ufficialmente denominata "Operation Roaring Lion". Sfumature di denominazioni militari che rivelano spesso le diverse idee propagandistiche e culturali: la denominazione "Epic Fury" punta infatti a trasmettere un senso di potenza travolgente e risolutiva, tipico della retorica americana, e a maggior ragione dell'amministrazione Trump. "Roaring Lion" richiama piuttosto una ancor più rozza e per altro vagamente mediorientale simbologia legata a stilemi classicheggianti.
Una operazione militare durevole o molto fumo e meno arrosto?
L’offensiva ha colpito diverse infrastrutture strategiche a Teheran e in altre città principali puntando a neutralizzare i siti missilistici e le capacità navali del regime. Donald Trump ha annunciato l’inizio delle ostilità attraverso i propri canali social definendo l’azione necessaria per eliminare minacce imminenti contro gli americani. Tuttavia la portata dell’attacco e le reali motivazioni sollevano seri dubbi tra gli analisti internazionali. Al netto delle legittime esigenze militari americane di tarpare le ali il più possibile al principale alleato russo e soprattutto cinese nell'area iperstrategica molti osservatori leggono comunque questa mossa come un tentativo forse persino quasi disperato di Donald Trump di spostare l’attenzione dell’opinione pubblica dai problemi interni degli Stati Uniti. L’uso della forza militare come arma di distrazione di massa è una tattica ricorrente ma in questo caso appare particolarmente rischiosa. Mentre i sondaggi mostrano una crescente polarizzazione interna (e soprattutto un enorme montante scontento) con una sempre più ampia fetta di cittadini contraria a nuovi conflitti, il presidente punta sull’effetto mediatico di una guerra lampo per compattare la propria base elettorale e silenziare le critiche sulla gestione politica ed economica nazionale. Anche in questo caso già evaporata, come mille altre alate promesse, la dottrina fondante del movimento trumpista MAGA basata sul dogma "America first", per non parlare dei già dimenticati vanti di Deejay Trump di risolvere guerre anziché scatenarne. Ovviamente ormai le parole di Trump hanno il valore di un dollaro di cartapesta, ma la strada per le forche caudine delle elezioni americane di Medio termine è ancora molto lunga, e nel frattempo Trump vive in un perenne presente, totalmente privo di ieri e di domani.
La situazione corrente delle capacità militari iraniane
In estrema sintesi il vero cuore della potenza iraniana, seppure anche essa parecchio disfunzionale, non risiede nei mezzi convenzionali come carri armati o aerei da caccia spesso obsoleti a causa delle sanzioni internazionali e di un appoggio russo e cinese fin troppo cauto. Teheran ha di conseguenza investito massicciamente nello sviluppo di tecnologie asimmetriche diventando un leader globale nella produzione di droni, tra cui quelli low cost, quelli suicidi e quelli a lungo raggio. L’arsenale balistico iraniano è considerato il più vasto e diversificato del Medioriente con missili capaci di colpire obiettivi a oltre 2000 chilometri di distanza. Questa strategia permette al regime di compensare la debolezza generale delle sue FfAa puntando sulla saturazione delle difese aeree nemiche attraverso attacchi coordinati di sciame. Per il resto anche le capacità operative convenzionali di fanteria sono estremamente ridotte nonostante le dimensioni cospicue, senza considerare la differenza organica tra Forze Armate di Stato e organizzazioni paramilitari di partito con le conseuenti divisioni interne.
Un attacco molto probabilmente non risolutivo, ma dai costi altissimi
Nonostante la retorica della Casabianca l’intervento militare odierno difficilmente porterà a una soluzione definitiva della questione nucleare o delle tensioni regionali. Gli attacchi precedenti hanno dimostrato che le infrastrutture iraniane possiedono una notevole capacità di ripresa e che colpire singoli siti non elimina il programma tecnologico di Teheran. Al contrario un’operazione di questa scala rischia di innescare una reazione a catena trasformando un raid punitivo in un conflitto logorante e senza una chiara strategia di uscita per le forze americane e di Israele. Infatti la risposta dell’Iran non si è fatta attendere con il lancio di missili verso le basi statunitensi in Bahrein Qatar ed Emirati Arabi Uniti. Questo scenario di rappresaglia asimmetrica mette in pericolo la stabilità dell’intero Medio Oriente e la sicurezza delle forniture energetiche globali. Inoltre la scelta di Trump di procedere con i bombardamenti interrompendo i fragili canali diplomatici che sembravano aperti fino a pochi giorni fa potrebbe rivelarsi un errore strategico fatale. La mancanza di un obiettivo politico chiaro rende l’operazione militare un salto nel buio con conseguenze anche in parte imprevedibili per la sicurezza globale. Oltretutto non passa inosservato alla opinione pubblica americana che tale scherzetto di distrazione di massa costa, e costa sul portafoglio sempre più vuoto della classe media statunitense. E DJ Trump ormai si sta ritagliando una figura storica, come molte prima di lui, pienamente vetusta quanto anacronistica, rimasta chiusa in una bolla del secolo scorso, da prolungare surrettiziamente il più possibile, ma ormai segnatamente sempre più scollegata dalla realtà contemporanea e soprattutto futura.
Il problema del sanguinario regime iraniano
Da un diverso punto di vista si deve però anche notare che una pesante pressione militare su Teheran potrebbe accelerare la fine della Repubblica islamica iraniana, che tiene essa stessa in scacco la nazione e la popolazione persiana: un effetto eterodiretto ma anche sulla scia di celeri trasformazioni interne che ignorare solo per antiamericanismo sarebbe paradossale. Parimenti, come più volte spiegato, la Persia NON è il Venezuela: non si può soltanto decapitare un vertice statale con un blitz e tantomeno solo semplicemente corrompere i vertici, quando si ha a che fare con una grande potenza regionale nonché un ex impero millenario. Anche in questo la Storia si muove a singhiozzo, e molto dipenderà dalla efficacia delle operazioni militari sul terreno, tenendo ben presente che un prolungamento dei raid aerei, con le conseguenti vittime civili ma anche militari iraniane potrebbero creare un imbarazzante boomerang per americani e soprattutto israeliani, che sotto Netanyahu hanno fatto del boomerang di propaganda autolesionista una cifra stilistica costante, ma che anche le opinioni pubbliche occidentali non sono più disposte a digerire, come anche solo dieci anni fa, o forse come anche solo due o tre. La partita è dunque aperta al di là del risultato immediato o anche a breve e medio raggio.
Di Lapo Mazza Fontana