Sunrise: tra disperazione e dottrina navale, le illusioni strategiche che spinsero Tokyo verso l’abisso
Dalla crisi economica nata in Cina alla fede nella “battaglia decisiva”: come il Giappone imperiale costruì una guerra che non poteva vincere, sottovalutando la potenza industriale americana e irrigidendosi in schemi dottrinali superati.
Una guerra nata dalla crisi
La Guerra del Pacifico non fu il prodotto di una lucida e coerente “grande strategia”, ma l’esito di una crisi economica e politica che maturò ben prima di Pearl Harbor. Il punto di rottura fu la Seconda guerra sino-giapponese, innescata dall’Incidente del Ponte Marco Polo del 1937. Quella che a Tokyo si immaginava come una campagna breve contro la Cina di Chiang Kai-shek si trasformò in un conflitto di logoramento. Nel giro di pochi mesi, le stime ottimistiche – tre divisioni e costi contenuti – esplosero in una mobilitazione su larga scala. Il Giappone entrò già nel 1938 in una economia di guerra pianificata, con razionamenti, controlli statali e crescente dipendenza dalle importazioni, soprattutto dagli Stati Uniti. La guerra che doveva assicurare risorse finì per prosciugarle.
Il vicolo cieco delle risorse
La struttura geografica e industriale giapponese rendeva l’Impero vulnerabile allo strangolamento marittimo. Carbone, ferro e soprattutto petrolio erano insufficienti. La prosecuzione della guerra in Cina aggravò la dipendenza dall’estero, proprio mentre Washington iniziava a irrigidire la propria politica di contenimento. Quando nel 1941 arrivò l’embargo petrolifero americano, Tokyo si trovò davanti a un aut aut: accettare il ridimensionamento strategico o tentare il colpo di mano verso la “zona ricca di risorse” del Sud-est asiatico. La scelta fu dettata non tanto da hybris imperiale, quanto da una percezione di accerchiamento economico.
La schizofrenia del potere
A differenza di altre potenze, il Giappone imperiale non disponeva di un centro decisionale stabile. Tra il 1931 e il 1941 si susseguirono governi fragili, con forti rivalità tra Esercito e Marina. Parlare di una “grande strategia” unitaria è fuorviante: prevalsero compromessi interni, spinte faziose e logiche di auto-conservazione istituzionale. L’Esercito guardava alla Cina e al continente; la Marina temeva lo scontro con gli Stati Uniti ma si preparava a esso secondo schemi dottrinali rigidi. Questo dualismo generò una politica espansiva senza una vera sintesi strategica.
Il mito della battaglia decisiva
Il cuore concettuale della pianificazione navale giapponese era la Kantai Kessen, la “battaglia decisiva” tra flotte da guerra. Ispirata a Mahan e alle esperienze di Tsushima, essa prevedeva di attirare la flotta americana nel Pacifico occidentale, logorarla con sottomarini e attacchi notturni, per poi distruggerla in uno scontro di superficie. Paradossalmente, mentre il Giappone disponeva della più avanzata aviazione navale del mondo – culminata nell’attacco a Pearl Harbor – i vertici restavano legati all’idea che le corazzate fossero l’arma risolutiva. Le portaerei dovevano aprire la strada, non sostituire la linea di battaglia. Questa visione presupponeva un nemico prevedibile, disposto a combattere secondo copione e incline a una pace negoziata dopo una sconfitta iniziale. Erano ipotesi coerenti con l’esperienza giapponese contro Cina e Russia, ma totalmente inadatte a una guerra contro gli Stati Uniti.
Un’offensiva per difendersi
L’apparente aggressività del 1941-42 – Malesia, Filippine, Indie Orientali, fino alle Hawaii – fu in realtà una offensiva difensiva. Per assicurarsi le rotte verso il petrolio di Sumatra, Tokyo doveva neutralizzare i fianchi: Singapore britannica e le Filippine americane. Pearl Harbor, nelle intenzioni più prudenti, serviva a ritardare la reazione statunitense. Ma l’esplosione simultanea su più assi trasformò una guerra limitata in un conflitto totale. Gli Stati Uniti non accettarono alcuna mediazione e mobilitarono una potenza industriale superiore di molte volte a quella nipponica. La guerra breve immaginata da Tokyo divenne una guerra sistemica, in cui logistica, produzione e controllo delle linee marittime risultarono decisivi.
Il paradosso della distanza
Man mano che la gittata di aerei e sottomarini aumentava, il Giappone spostava sempre più a est il perimetro difensivo: dalle Ryukyu alle Marianne, fino alle Marshall. Tuttavia non adeguò la propria capacità logistica. Mancavano petroliere, navi officina, sistemi di convoglio efficaci. Gli Stati Uniti, al contrario, fecero della guerra sottomarina e delle operazioni anfibie il fulcro della propria strategia. Isolarono le basi giapponesi, tagliarono le comunicazioni e trasformarono il vasto perimetro nipponico in una trappola.
Una supernova strategica
Il Giappone entrò in guerra con quattro convinzioni fatali: che lo scontro decisivo restasse centrale; che la flotta americana avanzasse in modo prevedibile; che la superiorità qualitativa compensasse l’inferiorità materiale; che Washington avrebbe negoziato. Nessuna di queste ipotesi si realizzò. La disperazione economica generò un’escalation operativa spettacolare, ma insostenibile. Come una supernova, l’Impero esplose con forza impressionante, ma consumò il proprio nucleo vitale. La lezione, oggi, non è soltanto militare. È geopolitica: quando una potenza, stretta tra crisi economica e rigidità dottrinale, sceglie l’azzardo invece dell’adattamento, può ottenere successi iniziali clamorosi. Ma se l’analisi strategica è viziata da presupposti errati, la vittoria tattica diventa l’anticamera della sconfitta storica.