Netanyahu spinge sull’Iran e rischia di trascinare Washington in una guerra breve, caotica e potenzialmente nucleare

Tra errori logistici israeliani, resistenze nell’entourage di Trump e ombre sulla proliferazione, il Medio Oriente diventa l’epicentro di una crisi che può travolgere gli Stati Uniti e incendiare l’ordine globale.

L’illusione della guerra breve

A giugno Israele ha ottenuto un successo tattico colpendo strutture e figure chiave iraniane. L’intelligence ha dimostrato precisione chirurgica; la pianificazione strategica, molto meno. Il governo di Benjamin Netanyahu aveva immaginato una campagna di settimane, ma le scorte di carburante e munizioni coprivano meno di quindici giorni. Aerei cisterna americani, cargo militari e perfino un velivolo tedesco sono stati mobilitati d’urgenza per tamponare falle logistiche evidenti. Gli intercettori si sono esauriti in poco più di dieci giorni, imponendo il richiamo di assetti navali statunitensi per proteggere lo spazio aereo israeliano. Oggi l’industria non ha recuperato neppure un terzo delle scorte consumate: servirebbero almeno due anni per tornare ai livelli precedenti.

La matematica dei missili

Due Carrier Strike Group americani dispongono complessivamente di centinaia di celle VLS, ma una parte rilevante è dedicata alla difesa, non all’attacco. In uno scenario di scontro diretto nel Golfo, metà degli intercettori potrebbe essere bruciata nel proteggere la flotta da missili antinave iraniani. Israele, tra sistemi David’s Sling, Arrow, Patriot e THAAD, potrebbe contare su circa 1.100–1.600 intercettori. Proiettando i dati della “guerra dei 12 giorni”, si tratterebbe di una copertura di 15–20 giorni contro una saturazione missilistica intensa. Un conflitto oltre tale soglia entrerebbe nella zona del rischio esistenziale. Decisivi sono i radar AN/TPY-2 dislocati tra Qatar, Emirati, Arabia Saudita, Turchia e Israele. La loro eventuale neutralizzazione degraderebbe drasticamente la capacità di tracciamento. È un dettaglio tecnico, ma può cambiare la guerra.

La Casa Bianca divisa

Negli Stati Uniti il dibattito è meno monolitico di quanto appaia. Secondo indiscrezioni, il capo degli Stati Maggiori riuniti, generale Dan Caine, avrebbe espresso forti perplessità su un conflitto prolungato con Teheran. Anche il vicepresidente J.D. Vance sarebbe prudente. Il presidente Donald Trump oscilla tra pressione negoziale e dimostrazione muscolare. La cosiddetta “teoria del pazzo”, elaborata da Thomas Schelling, suggerisce che un leader possa apparire imprevedibile per ottenere concessioni. Ma il confine tra deterrenza psicologica e perdita di controllo è sottile. Persino a Tel Aviv filtrano dubbi: Netanyahu, secondo fonti israeliane, avrebbe chiesto se Washington sia “ancora con noi”. Segnale che la copertura americana non è percepita come scontata.

L’ombra nucleare europea

Sul fronte ucraino, intanto, emergono accuse dell’intelligence russa su presunti piani franco-britannici legati alla testata TN75 del missile M51. Parigi e Londra negano con decisione. Mosca, attraverso l’SVR e il Consiglio della Federazione, chiede verifiche internazionali. Al di là della veridicità delle accuse, il punto geopolitico è chiaro: la dottrina russa considera un attacco di uno Stato non nucleare sostenuto da una potenza atomica come un’aggressione congiunta. È una linea rossa formalizzata, non retorica. In questo quadro, la scelta della Germania di sfilarsi da ipotesi avventuristiche appare come un segnale di prudenza strategica nel cuore dell’Europa.

Iran tra resistenza e logoramento

Resta l’interrogativo decisivo: Teheran può sostenere un ritmo elevato di lanci missilistici sotto una massiccia soppressione delle difese aeree? La risposta determinerà la durata del conflitto. Le dichiarazioni allarmistiche sulla “bomba imminente” sono state ridimensionate persino da ambienti israeliani. L’arma nucleare iraniana resta un tema politico prima che tecnico. Gonfiare la minaccia può servire a giustificare un’escalation o, al contrario, a rivendicare un accordo come vittoria diplomatica.

Il rischio dell’escalation incontrollata

La sensazione è che Netanyahu veda nell’attuale finestra temporale un’occasione irripetibile per colpire l’Iran in modo decisivo. Ma i calcoli di giugno si sono rivelati ottimistici. Una nuova operazione, senza scorte adeguate, rischierebbe di trascinare gli Stati Uniti in un conflitto per il quale non sono pronti né industrialmente né politicamente.

Nel frattempo, il dossier ucraino resta aperto. Alcuni osservatori ipotizzano scambi geopolitici impliciti tra teatri diversi, ma siamo nel campo delle congetture. La realtà è che due crisi parallele — Ucraina e Iran — stanno erodendo la stabilità globale.

La parola “apocalisse” è abusata. Ma quando le decisioni strategiche si prendono sul filo di calcoli errati, con arsenali ridotti e linee rosse incrociate, la storia insegna che l’errore non è un incidente: è una possibilità concreta. E questa volta potrebbe non esserci margine per correggerlo.