Iran tra missili, intelligence e guerra asimmetrica: cosa cambia dopo la “guerra dei 12 giorni”

Dalla ricostruzione delle difese aeree alla minaccia ai radar americani, fino al legame tra Ucraina e cartelli latinoamericani: il nuovo volto della guerra ibrida globale e il rischio di un conflitto navale nel Golfo.

Dopo i 12 giorni: resilienza e riorganizzazione

Al termine della cosiddetta “guerra dei 12 giorni”, molti analisti occidentali hanno dato per compromessa la struttura difensiva iraniana. In realtà, Teheran ha perso soprattutto nodi radar cruciali, non l’intero sistema missilistico terra-aria. Neutralizzati i sensori principali, diverse batterie sono state occultate, preservando una parte significativa dell’arsenale. Sistemi a corto raggio come i Tor-M1 sono stati impiegati fino all’esaurimento delle munizioni contro missili da crociera e droni. Da allora, l’Iran ha lavorato su due direttrici: ricostruzione radar e controspionaggio interno, consapevole che la vulnerabilità maggiore non era tecnologica, ma informativa.

La guerra invisibile dell’intelligence

Le operazioni del Mossad hanno mostrato quanto la penetrazione informativa possa risultare decisiva. Reclutamenti via SMS, tracciamento GPS, sabotaggi mirati: strumenti semplici ma devastanti. Teheran ha reagito rafforzando la sicurezza digitale e avviando cooperazioni tecnologiche con la Cina, soprattutto in ambito satellitare e cyber. Tuttavia, il problema delle reti clandestine interne resta serio. Le proteste degli ultimi anni hanno evidenziato la presenza di gruppi armati marginali ma sfruttabili in chiave destabilizzante. La lezione appresa è chiara: senza tenuta interna, anche il miglior arsenale diventa vulnerabile.

Una potenza missilistica sottovalutata

Dal 1998 l’Iran produce missili con gittata superiore ai 1.000 km. Oggi dispone di una gamma stimabile in 12-15 modelli di quella categoria, in grado di raggiungere Israele. Tre decenni di produzione continua significano migliaia di vettori accumulati.

A questo si aggiunge la crescita nel settore dei droni, inclusi modelli navali e subacquei, sempre più integrati con algoritmi di intelligenza artificiale. La dottrina è chiara: saturazione, sciami, moltiplicazione dei bersagli. In caso di nuovo conflitto, obiettivi prioritari sarebbero i radar AN/TPY-2 americani, spina dorsale del sistema difensivo regionale. Grandi, fissi, ad alta emissione: strumenti potentissimi ma esposti a un attacco di saturazione che potrebbe “accecare” temporaneamente l’intera rete.

Il mare come campo decisivo

Sul piano aereo, gli Stati Uniti mantengono un vantaggio netto, specie con l’impiego massiccio di aerocisterne e basi arretrate. Ma nel teatro navale lo scenario cambia. La Marina iraniana è stata concepita per una guerra asimmetrica: missili antinave a lunga gittata, imbarcazioni veloci armate, una trentina di sottomarini, droni subacquei. Non una sfida di tonnellaggio, bensì una guerriglia in mare, fatta di colpi rapidi, impatto psicologico e logoramento. In tale contesto, la superiorità tecnologica non garantisce assenza di perdite. E l’opinione pubblica americana, come già accaduto in passato, potrebbe rivelarsi sensibile a un conflitto prolungato.

Il filo rosso: dall’Ucraina ai cartelli

La guerra moderna non resta confinata. L’operazione a Guadalajara contro il cartello Jalisco, condotta con il supporto di forze speciali statunitensi, dimostra come i gruppi criminali abbiano assimilato tattiche paramilitari avanzate. Il legame con il conflitto ucraino è evidente. Nella Legione Internazionale Ucraina sono transitati migliaia di volontari latinoamericani, tra cui ex guerriglieri e contractor. L’Ucraina post-2022 è diventata un laboratorio bellico senza precedenti: droni FPV, guerra elettronica, coordinamento digitale. Quando il conflitto finirà, il mondo potrebbe trovarsi con intere “divisioni” di specialisti addestrati sul campo più avanzato degli ultimi ottant’anni, pronti a rientrare nei circuiti criminali o paramilitari.

Un mondo più instabile

Il vero cambiamento dopo la guerra dei 12 giorni non è solo militare, ma sistemico. La guerra ibrida è ormai globale: sabotaggi, droni low-cost, contractor transnazionali, intelligence digitale. L’Iran ha imparato dai propri errori e si prepara a uno scenario in cui la sopravvivenza dipenderà dalla capacità di integrare radar, droni e marina in un sistema distribuito e resiliente. Non è certo che basti contro la potenza americana, ma è altrettanto azzardato sottovalutarne l’evoluzione. La domanda cruciale non è chi possieda il budget maggiore, bensì chi sia disposto a sostenere il costo politico e umano di una guerra lunga. In un’epoca di conflitti diffusi e attori non statali armati come eserciti, la vittoria non è più sinonimo di dominio totale, ma di resistenza strategica.