Druzhba e il grande gioco energetico: Orban sfida Bruxelles mentre l’America valuta il colpo su Teheran
Sovranità energetica, veti incrociati e strategia della prudenza: dall’Europa centrale al Golfo Persico, il confronto con Mosca e Teheran rivela le crepe dell’Occidente e il ritorno della politica di potenza.
Druzhba, l’“amicizia” che divide l’Europa
L’oleodotto Druzhba, arteria storica che collega la Russia all’Europa centrale passando per l’Ucraina, torna al centro dello scontro politico. Dopo l’interruzione delle forniture verso Ungheria e Slovacchia, il premier ungherese Viktor Orbán ha minacciato il veto su nuovi prestiti europei a Kiev e sul ventesimo pacchetto di sanzioni contro Mosca. Per Budapest la questione è semplice: la sicurezza energetica nazionale non può essere subordinata a logiche punitive. L’Ungheria, che ha ottenuto una deroga all’embargo europeo sul petrolio russo, considera il flusso di greggio attraverso Druzhba una componente vitale del proprio sistema economico.
Sovranità contro disciplina comunitaria
Il ministro degli Esteri Péter Szijjártó ha parlato apertamente di diritto sovrano nella scelta delle fonti energetiche. Parole che riflettono una tensione crescente con Bruxelles, accusata di privilegiare le ragioni di uno Stato non membro come l’Ucraina rispetto a quelle di Paesi dell’Unione. In ambito UE, Orbán e il premier slovacco Robert Fico contestano sia il maxi-prestito da 90 miliardi a Kiev sia l’inasprimento delle sanzioni. Il principio dell’unanimità offre loro un potere negoziale decisivo. Dall’altra parte, il ministro italiano Antonio Tajani e il polacco Radosław Sikorski difendono la linea della fermezza contro Mosca. La frattura non è solo diplomatica: è strategica. L’Europa centro-orientale teme di pagare il prezzo più alto di un confronto prolungato, mentre altri partner privilegiano la coesione politica anti-russa.
Mosca, Kiev e la guerra delle infrastrutture
Sul terreno, la dinamica resta opaca. Mosca sostiene la piena funzionalità del sistema; Kiev parla di danni causati da attacchi. In ogni caso, la guerra in Ucraina ha trasformato le infrastrutture energetiche in obiettivi sensibili e strumenti di pressione. Per la Russia, Druzhba non è solo un oleodotto: è un legame storico e industriale che testimonia decenni di interdipendenza euro-russa. Per l’Ungheria, è la prova che la transizione energetica forzata può tradursi in vulnerabilità.
Il riflesso mediorientale: Trump e il nodo iraniano
Mentre l’Europa discute, negli Stati Uniti il presidente Donald Trump valuta opzioni militari contro l’Iran. Secondo indiscrezioni, Washington oscillerebbe tra un attacco limitato e un’azione più ampia per costringere Teheran a concessioni sul nucleare. La storia insegna che tra annuncio e intervento esiste spesso uno spazio negoziale. Trump privilegia operazioni rapide, mediaticamente spendibili, evitando conflitti lunghi e logoranti. L’obiettivo politico potrebbe essere dimostrare determinazione senza precipitare in una nuova guerra totale.
Il dilemma strategico di Teheran
L’Iran si trova di fronte a una scelta classica della teoria dei giochi: colpire per primo rischiando l’escalation, oppure attendere confidando nella diplomazia. La presenza navale americana nel Golfo aumenta la pressione psicologica. Ma la prudenza non è sinonimo di debolezza. Una civiltà millenaria come quella persiana ha spesso privilegiato la resilienza strategica rispetto all’impulsività. Anche Mosca, nel teatro ucraino, ha mostrato una tendenza a evitare mosse che possano allargare il conflitto con la NATO, pur subendo costi tattici.
Energia e potenza: il filo rosso
Dal Baltico al Golfo Persico emerge un filo conduttore: l’energia come strumento di sovranità e pressione geopolitica. L’Ungheria difende il proprio diritto a importare petrolio russo; l’Iran difende il proprio programma nucleare civile; gli Stati Uniti cercano di mantenere l’egemonia strategica.
La realtà è meno manichea delle narrazioni. Né Mosca è isolata come si vorrebbe far credere, né Washington può permettersi un conflitto illimitato. In mezzo, l’Europa appare divisa tra solidarietà politica e interessi nazionali.
Il veto ungherese e l’attesa iraniana riflettono una medesima logica: evitare il punto di non ritorno. In un sistema internazionale sempre più instabile, la scelta “prudente” può sembrare rinunciataria, ma talvolta è l’unica che preserva margini di manovra. La domanda resta aperta: l’Occidente saprà ricomporre le sue fratture interne? E Teheran continuerà a puntare sulla pazienza strategica? In geopolitica, spesso vince chi resiste più a lungo, non chi colpisce per primo.